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Know-How

30 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La locuzione know-how (derivata dalla lingua inglese, letteralmente "sapere come" o "competenza"), talvolta knowhow o know how, identifica le conoscenze e le abilità operative necessarie per svolgere una determinata attività lavorativa.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Appalto Illecito: Lavoratore Contro Banca, la Cassazione Decide
Un Lavoratore ha citato in giudizio una grande Azienda Committente per ottenere il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato, sostenendo che il suo impiego tramite aziende appaltatrici fosse in realtà un appalto illecito o una somministrazione irregolare di manodopera. Il Lavoratore svolgeva attività di assistenza IT presso la sede dell'Azienda Committente, con orari e direttive simili ai dipendenti diretti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che l'Appaltatore e il Subappaltatore possedevano autonomia organizzativa e know-how specialistico, assumendosi il rischio d'impresa. La sentenza ha ribadito che la collaborazione e l'uso di strumenti della committente non bastano a configurare un appalto illecito se l'Appaltatore mantiene un'organizzazione produttiva autonoma e un proprio potere direttivo.
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Cessione del marchio con azienda tra eredi e acquirenti
Una storica società di produzione industriale fallisce. La curatela fallimentare trasferisce l'intero ramo produttivo, i macchinari, il know-how e l'avviamento a una nuova impresa creata dagli ex dipendenti. La nuova società registra e utilizza il marchio storico per oltre vent'anni. Gli ex soci e gli eredi del fondatore chiedono la nullità della registrazione, sostenendo che l'atto di vendita non menzionasse esplicitamente il marchio patronimico. La Corte di Cassazione respinge il ricorso degli eredi. I giudici confermano che la cessione del marchio con azienda si presume avvenuta automaticamente quando le parti trasferiscono l'intero complesso produttivo e la ditta derivata. Chi acquista e valorizza l'attività mantiene legittimamente la titolarità del marchio, mentre chi abbandona la produzione perde ogni diritto di rivendica.
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Concorrenza sleale parassitaria e cambio di licenza
Un ex concessionario ha accusato la societa proprietaria del marchio e il nuovo distributore di aver compiuto atti di concorrenza sleale parassitaria alla scadenza del contratto di licenza. Secondo l'accusa, i rivali avrebbero sottratto l'intera rete produttiva, la lista dei clienti, gli agenti di commercio e i dipendenti chiave, oltre ad aver copiato il sistema informatico gestionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ex licenziatario. I giudici hanno chiarito che il riutilizzo di fornitori di pubblico dominio nel distretto industriale, la continuita della rete clienti prevista per contratto e il lecito passaggio di personale non configurano la concorrenza sleale parassitaria, specialmente in assenza della prova di una condotta preordinata a danneggiare la struttura aziendale del concorrente.
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Restituzione copia forense: dati protetti e sequestro legittimo
Gli amministratori di una società subiscono il sequestro dei propri computer durante un'indagine penale. Dopo aver riottenuto i dispositivi fisici, chiedono la restituzione copia forense dei dati informatici trattenuti dagli inquirenti. Gli indagati temono che la parte querelante possa accedere a segreti aziendali estranei all'inchiesta. La Corte di Cassazione respinge il ricorso confermando il diniego. I giudici rilevano la custodia sicura dei file nella segreteria del Pubblico Ministero, separati dal fascicolo principale. I ricorrenti non dimostrano una lesione concreta e attuale alla riservatezza, rendendo legittimo il mantenimento del vincolo probatorio.
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Cessione di ramo di azienda: dipendenti trasferiti senza reintegro
Un gruppo di dipendenti ha impugnato il passaggio del settore informatico aziendale a una nuova società, sostenendo che l'operazione non integrasse una valida cessione di ramo di azienda, bensì un espediente per esternalizzare personale. I lavoratori chiedevano quindi il ripristino del rapporto con il datore di lavoro originario. I giudici di merito hanno respinto le domande, accertando che l'operazione comprendeva beni, contratti e competenze tecniche autonome. La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità del trasferimento, stabilendo che la presenza di un complesso organizzato dotato di autonomia funzionale giustifica il passaggio automatico dei dipendenti, rigettando integralmente il ricorso dei lavoratori con condanna alle spese processuali.
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Segreto industriale: tutela e sequestro dei dati
Il Tribunale ha accolto il ricorso di una società per la tutela del proprio segreto industriale, ordinando il sequestro di dati e codici sorgente sottratti da un ex dipendente. Grazie a una perizia tecnica, è stato accertato il riutilizzo del know-how aziendale in progetti sviluppati per un nuovo datore di lavoro, portando all'applicazione di inibitorie e penali economiche.
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Cessione di ramo d’azienda: legittimo il trasferimento “leggero”
Un gruppo di dipendenti di una banca, addetti al settore del recupero crediti in sofferenza, ha impugnato la cessione di ramo d'azienda con cui erano stati trasferiti a una società esterna di gestione crediti. I lavoratori sostenevano che il reparto ceduto fosse privo di autonomia organizzativa e preesistenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando la legittimità dell'operazione. I giudici hanno chiarito che la cessione di ramo d'azienda è valida anche quando riguarda una struttura "dematerializzata" o "leggera", ossia priva di rilevanti beni materiali ma caratterizzata da un gruppo di lavoratori dotati di uno specifico ed elevato know-how professionale. Di conseguenza, il trasferimento dei dipendenti è pienamente legittimo e non sussiste alcun obbligo per la banca di riassumerli.
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Sottrazione di know-how aziendale: risarcito il valore reale
Una società di energia ha fatto causa a un suo ex amministratore, al presidente del collegio sindacale e a una società di consulenza esterna. L'accusa riguardava la sottrazione di know-how aziendale e la violazione dei patti di riservatezza. Il Tribunale ha condannato i soggetti in solido a risarcire 650.000 euro. La Corte d'appello ha ridotto drasticamente il risarcimento, calcolandolo solo in base ai compensi ricevuti dai professionisti ed escludendo la responsabilità solidale senza motivare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società danneggiata. I giudici hanno stabilito che il danno non può essere liquidato ignorando il valore reale delle informazioni sottratte e che l'esclusione della solidarietà passiva richiede una motivazione chiara. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Contratto di franchising: l’errore formale che costa la causa
Un affiliato commerciale ha impugnato la sentenza d'appello chiedendo l'annullamento del contratto di franchising stipulato con l'azienda affiliante, lamentando la mancata trasmissione del know-how e la mancata sperimentazione della formula commerciale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso improcedibile perché l'affiliato non ha depositato la copia autentica della sentenza impugnata entro i termini di legge, come richiesto dall'articolo 369 del codice di procedura civile. I giudici hanno chiarito che tale omissione non può essere sanata dal deposito effettuato dalla controparte, poiché la produzione della sentenza rappresenta l'essenza stessa dell'impugnazione. Di conseguenza, l'affiliato perde definitivamente la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Liquidazione delle spese: no al doppio compenso per difesa comune
Una società ha citato in giudizio due concorrenti per presunta violazione di segreti industriali. Nel processo sono intervenuti un inventore e la sua azienda, rivendicando la paternità della tecnologia. I giudici di merito hanno respinto le accuse, poiché la tecnologia era di pubblico dominio e priva di misure di protezione. La Corte d'Appello ha però condannato l'attrice e gli intervenenti a pagare le spese legali in solido e in misura doppia alle due concorrenti, assistite dallo stesso avvocato. La Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso degli intervenenti, stabilendo che la liquidazione delle spese deve prevedere un compenso unico (con maggiorazione) se la difesa è comune, e che non vi è solidarietà passiva senza comunanza di interessi.
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Corruzione: arresti domiciliari validi anche dopo la pensione
Un ex funzionario pubblico, accusato di corruzione, si oppone agli arresti domiciliari sostenendo che, essendo andato in pensione, non rappresenta più un pericolo. La Corte di Cassazione ha respinto la sua tesi, stabilendo un principio fondamentale sulle **misure cautelari dopo cessazione carica**. Secondo i giudici, il rischio di commettere nuovi reati non svanisce con il pensionamento. La rete di relazioni illecite, le conoscenze specifiche ('know-how') e la comprovata tendenza a delinquere possono sopravvivere alla perdita della funzione pubblica. Di conseguenza, la misura cautelare resta valida se esiste il pericolo concreto che l'individuo possa ancora sfruttare la sua passata influenza per commettere reati.
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Cambio Appalto 118: No al Trasferimento di Azienda, Lavoratore Escluso
Un lavoratore impiegato nel servizio di emergenza sanitaria 118 non viene assunto dalla nuova società che subentra nella gestione dell'appalto. Egli sostiene che si tratti di un trasferimento di azienda, chiedendo il diritto alla continuità del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno chiarito che per aversi un vero trasferimento di azienda non basta la successione in un contratto di servizio. È necessario che vi sia il passaggio di un insieme organizzato di beni significativi (come ambulanze, attrezzature) che permetta alla nuova società di operare. In questo caso, la nuova azienda aveva reperito i mezzi autonomamente, escludendo quindi l'applicazione delle tutele previste per il trasferimento di azienda.
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Interposizione di manodopera: quando l’appalto è lecito
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un appalto di servizi informatici presso un istituto bancario, escludendo l'ipotesi di interposizione di manodopera illecita. Una lavoratrice aveva richiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro diretto con la banca committente, sostenendo che l'appalto fosse fittizio. I giudici di merito hanno invece accertato la genuinità del rapporto, basandosi sull'autonomia gestionale dell'appaltatore e sulla prevalenza del know-how specialistico rispetto ai mezzi materiali forniti dal committente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità.
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Mala gestio: responsabilità dell’amministratore
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità per mala gestio di un'ex amministratrice che aveva autorizzato l'acquisto di un generico know-how per circa 700.000 euro. L'operazione è stata ritenuta irragionevole poiché priva di adeguate verifiche preventive, informazioni sui rischi e documentazione strategica. La Corte ha ribadito che, sebbene il merito delle scelte imprenditoriali sia insindacabile, il giudice deve verificare se l'amministratore abbia agito con la diligenza richiesta, adottando le cautele necessarie prima di impegnare il patrimonio sociale.
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Know-how: quando le conoscenze tecniche sono tutelabili
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda di risarcimento proposta da un ex dirigente contro una società agroalimentare. Il ricorrente sosteneva di aver concesso in licenza verbale un prezioso know-how relativo alla produzione di verdure surgelate. Tuttavia, i giudici di merito hanno accertato che le informazioni fornite non possedevano i requisiti di segretezza e specificità necessari per la tutela legale. La Suprema Corte ha ribadito che la semplice esperienza professionale, se non adeguatamente individuata e protetta, non costituisce un know-how tutelabile ai sensi del Codice della Proprietà Industriale, qualificando le pretese del ricorrente come mera vanteria professionale.
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Know-how: titolarità e conflitto di interessi
La Corte di Cassazione ha confermato la titolarità del **Know-how** relativo a specifici ceppi batterici in favore di una società farmaceutica, rigettando il ricorso di un ricercatore. La controversia riguardava la validità di un contratto di cessione annullato per conflitto di interessi dell'amministratore. La Suprema Corte ha stabilito che le irregolarità procedurali in appello non hanno leso il diritto di difesa e che l'interpretazione dei contratti spetta esclusivamente ai giudici di merito. È stato inoltre dichiarato inammissibile il ricorso incidentale tardivo poiché proposto da un soggetto con posizione adesiva e non controinteressata.
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Appalto genuino: guida alla liceità del servizio
Il caso riguarda la richiesta di alcune lavoratrici di veder riconosciuto un rapporto di lavoro diretto con una società committente, contestando la natura di un appalto di servizi di help desk. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza di un appalto genuino, evidenziando come l'autonomia organizzativa e l'assunzione del rischio d'impresa da parte dell'appaltatore siano elementi determinanti, anche in presenza di strumenti di lavoro forniti dal committente.
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Franchising: validità contratto e manuale operativo
La Corte di Cassazione ha confermato la validità di un contratto di Franchising, respingendo le pretese di un'affiliata che invocava la nullità per indeterminatezza dell'oggetto. La Corte ha stabilito che l'oggetto del contratto è valido se la formula commerciale e il know-how sono desumibili dal manuale operativo, anche se quest'ultimo viene consegnato dopo la stipula, purché l'affiliato ne abbia avuto conoscenza preventiva. La decisione chiarisce che il pagamento della fee d'ingresso non esonera l'affiliato dai propri oneri organizzativi e che l'eventuale mancata consapevolezza degli impegni assunti non configura dolo da parte del franchisor.
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Inerenza dei costi: la Cassazione sul know-how
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della deducibilità delle 'know-how fees' riaddebitate all'interno di un gruppo societario operante nel settore delle bevande. L'Agenzia delle Entrate aveva contestato l'inerenza dei costi e la loro certezza, recuperando a tassazione ingenti somme. La Suprema Corte ha chiarito che l'inerenza dei costi non dipende da un vantaggio economico immediato, ma da una correlazione qualitativa con l'attività d'impresa potenzialmente idonea a produrre reddito. La decisione impugnata è stata cassata poiché il giudice di merito non aveva adeguatamente valutato la documentazione contrattuale che dimostrava la natura e la congruità dei servizi prestati dalla casa madre.
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Inerenza dei costi: la Cassazione sul know-how
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della deducibilità delle fee per know-how riaddebitate da una holding alle proprie controllate. Il fulcro della controversia riguarda l'inerenza dei costi, contestata dall'Amministrazione Finanziaria per presunta mancanza di certezza e utilità. La Suprema Corte ha stabilito che l'inerenza non dipende dal vantaggio economico immediato o dalla congruità della spesa, ma dalla correlazione qualitativa con l'attività d'impresa. Di conseguenza, ha annullato la sentenza di appello che aveva negato la deducibilità, ribadendo che il fisco non può sindacare le scelte imprenditoriali se non in presenza di sproporzioni macroscopiche.
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