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Fine Di Profitto

39 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'intenzione specifica richiesta per il reato di rapina. La Cassazione chiarisce che non deve essere necessariamente un vantaggio economico, ma può consistere in qualsiasi utilità o soddisfazione, anche non patrimoniale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricettazione tessera sanitaria: il profitto non è solo economico
Un Lavoratore è stato condannato per ricettazione di una tessera sanitaria. Ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che mancasse il "fine di profitto", poiché una tessera sanitaria non genererebbe un vantaggio economico diretto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il "fine di profitto" nella ricettazione può includere anche un vantaggio non economico, come l'uso della tessera per provare un'identità, anche da parte di terzi. Il ricorso è stato ritenuto generico, riproponendo argomenti già valutati. Il Lavoratore è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di 3000 euro.
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Furto di animale: Cassazione annulla per dolo specifico non provato
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che condannava un individuo per il furto di un cane, chiamato Jago. L'accusa iniziale riguardava l'impossessamento dell'animale con l'intento di trarne profitto. La Suprema Corte ha rilevato gravi lacune motivazionali nella sentenza di appello. In particolare, non era stato adeguatamente approfondito il concetto di dolo specifico nel furto, cioè il 'fine di profitto', e la ricostruzione dei fatti presentava contraddizioni. Il caso è stato rinviato a una nuova sezione della Corte d'Appello per una valutazione più approfondita, che dovrà chiarire l'effettiva intenzione dell'accusato e la dinamica dei fatti.
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Persi al gioco: forzare la slot è tentato furto aggravato
Un giocatore ha perso circa tremila euro a un apparecchio da gioco in un locale pubblico. Convinto di avere diritto a vincere, ha rotto il dispositivo per riprendersi il denaro versato e bloccare altre giocate. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per tentato furto aggravato. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza del fine di profitto e chiedendo la qualificazione del fatto come semplice danneggiamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il denaro inserito nell'apparecchio appartiene legalmente al gestore, quindi la pretesa di recuperarlo con la forza integra il dolo di profitto tipico del tentato furto aggravato e non una legittima rivendicazione.
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Furto di acqua: condannato per l’allaccio abusivo a casa
Un cittadino ha subito una condanna per il reato di furto di acqua aggravato dall'uso di un mezzo fraudolento. L'imputato aveva allacciato abusivamente l'impianto idrico del proprio appartamento alla rete pubblica per azzerare le bollette domestiche. La difesa ha presentato ricorso per contestare la responsabilità del soggetto e l'effettivo fine di profitto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. L'imputato risiedeva stabilmente nell'immobile e beneficiava quotidianamente dell'erogazione idrica non pagata insieme al proprio nucleo familiare. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva per il reato contestato, il pagamento delle spese del giudizio e il versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Favoreggiamento immigrazione clandestina: condanna ma pena ridotta
Il titolare di un'agenzia di disbrigo pratiche è stato condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e falso. L'uomo predisponeva false dichiarazioni di residenza per far ottenere permessi di soggiorno per ricongiungimento familiare, percependo un compenso economico. La Cassazione ha confermato la sussistenza del fine di profitto, ritenendo irrilevante che la somma richiesta fosse pari a quella per le pratiche lecite. Tuttavia, applicando una recente pronuncia della Corte Costituzionale, i giudici hanno escluso l'aggravante legata all'uso di documenti contraffatti, giudicata sproporzionata. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente a tale aggravante, con rinvio alla Corte d'appello per ricalcolare la pena al ribasso.
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Reato di furto o giustizia privata? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di furto con strappo. L'imputato chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che per la configurazione del reato di furto il fine di profitto può avere anche natura non patrimoniale. Inoltre, l'esercizio arbitrario richiede una pretesa che coincida perfettamente con una tutela legale, non potendo sostituire la giustizia pubblica con quella privata. L'imputato perde la causa e viene condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione per vendetta: condannato anche senza lucro
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto in abitazione e danneggiamento dopo essere penetrato nell'appartamento confinante della Persona Offesa attraverso un foro nel muro, sottraendo una pelliccia e un piumino. La difesa ha sostenuto l'assenza del dolo specifico, poiché il gesto era motivato da dispetto e la refurtiva era stata subito restituita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il fine di profitto, elemento costitutivo del furto, non deve avere necessariamente natura economica. Esso può consistere anche in un'utilità morale o non patrimoniale, come la soddisfazione di un sentimento di vendetta, ritorsione o dispetto personale.
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Furto con strappo: il dispetto costa caro anche senza guadagno
Un uomo strappa dalle mani della vittima un telefono cellulare per impedirgli di chiamare i Carabinieri, gettandolo poi in mare. Condannato nei gradi di merito per il reato di furto con strappo, l'imputato ricorre in Cassazione sostenendo l'assenza del dolo specifico, poiché il suo intento era solo di dispetto e non di arricchimento economico. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il fine di profitto, necessario per configurare il furto, non richiede un'utilità patrimoniale. Esso può consistere anche nel soddisfacimento di un bisogno psicologico, come un dispetto, una ritorsione o una vendetta. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: ditta condannata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imprenditrice condannata per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'imputata, in concorso con un professionista, aveva richiesto il nulla osta al lavoro per cinque cittadini stranieri allegando dichiarazioni dei redditi false della propria ditta. La difesa sosteneva l'assenza del fine di profitto, non essendovi prova dell'effettivo impiego lavorativo degli stranieri. I giudici hanno chiarito che il reato ha natura teleologica: per la sua consumazione basta la finalità di conseguire un'utilità economica, senza che sia necessario l'effettivo raggiungimento del vantaggio. Di conseguenza, la condanna è stata confermata, con l'obbligo per la ricorrente di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Danneggia i vicini per dispetto: condanna per atti persecutori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per atti persecutori nei confronti dei suoi vicini di casa. L'imputato aveva compiuto una serie di gesti vessatori, come danneggiare veicoli, sottrarre corrispondenza e imbrattare le proprietà comuni, costringendo le vittime a vivere in un costante stato d'ansia e a modificare le proprie abitudini. La Corte ha respinto il ricorso, ritenendolo infondato, e ha colto l'occasione per ribadire un principio importante: anche il furto di un oggetto di scarso valore, come uno stemma di un'auto, se compiuto per dispetto o vendetta, integra il reato, poiché il 'fine di profitto' non deve essere necessariamente economico. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Ricorso Inammissibile: Riforma Legale Inutile per l’Imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso di un imputato condannato per tentato furto. Il ricorso è stato respinto perché si limitava a ripetere argomenti già valutati e respinti nei gradi precedenti. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: se un ricorso è inammissibile, non si possono applicare le nuove leggi più favorevoli, come la recente riforma che ha reso il furto procedibile solo su querela della vittima. L'inammissibilità 'congela' la situazione giuridica, rendendo la condanna definitiva e obbligando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione economica.
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Contrabbando di sigarette: 30 kg sono un regalo, non un reato?
Due persone, trovate in possesso di 30 kg di sigarette, si sono difese sostenendo che fossero un regalo per un amico, senza scopo di lucro. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la condanna per contrabbando di sigarette. Secondo i giudici, un quantitativo così elevato rende impossibile credere all'uso personale e dimostra implicitamente la finalità di profitto. L'appello è stato dichiarato inammissibile perché basato su motivi generici e infondati, con conseguente condanna degli imputati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Utilizzo software senza licenza: la forma societaria è decisiva
Una società di ingegneria, sanzionata con una multa di oltre 60.000 euro per l'utilizzo di software senza licenza, ha contestato la multa sostenendo di svolgere un'attività professionale e non commerciale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la sanzione. I giudici hanno stabilito un principio chiave: anche se svolge attività tipicamente professionali, una società costituita e organizzata come un'impresa commerciale (in questo caso, una S.r.l.) agisce per scopi commerciali e di profitto. Di conseguenza, l'utilizzo di software senza licenza in questo contesto è illecito e giustifica pienamente la sanzione amministrativa, poiché mira a ottenere un vantaggio patrimoniale per l'azienda.
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Fine di profitto nel furto: condannato per gelosia e non restituzione
Un uomo strappa il cellulare alla sua ex compagna per cancellare delle foto che lo ritraggono, spinto dalla gelosia. Nonostante il movente non fosse economico, non restituisce il telefono. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna, stabilendo un principio chiave sul **fine di profitto nel furto**. I giudici hanno chiarito che il profitto non deve essere per forza economico e che la mancata restituzione del bene, dopo aver raggiunto lo scopo iniziale, dimostra la volontà di trarne un'utilità. L'imputato perde quindi il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali.
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Furto con fine di profitto: condanna per batterie esauste
Un dipendente civile di un arsenale militare, con due complici, ruba ventuno batterie navali esauste e una morsa da banco. Uno degli imputati si difende sostenendo che mancasse il 'fine di profitto', elemento essenziale del furto, dato lo scarso valore delle batterie. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il **furto con fine di profitto** sussiste anche se il bene ha un valore esiguo, poiché il 'profitto' include qualsiasi utilità o vantaggio, non necessariamente economico. La sottrazione di un ulteriore bene di valore (la morsa) ha inoltre rafforzato l'accusa. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, rendendo la condanna definitiva.
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Violenza per riavere l’auto: non è esercizio arbitrario, è rapina
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina aggravata a carico di due uomini che avevano aggredito una donna per sottrarle un'auto. Uno degli aggressori sosteneva di aver pagato lui il veicolo, pur avendolo fatto intestare alla figlia della vittima, e che quindi il suo gesto fosse un legittimo 'esercizio arbitrario delle proprie ragioni'. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiaro: senza un diritto legalmente azionabile in tribunale, riprendersi un bene con la forza non è esercizio arbitrario, ma rapina. Il fatto di non avere mai avuto il possesso né la proprietà del veicolo ha reso l'azione violenta un'impossessamento illecito finalizzato a un profitto ingiusto.
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Furto di energia elettrica: condannato anche chi non fa l’allaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto di energia elettrica a carico di un individuo che utilizzava un allaccio abusivo. L'imputato si era difeso sostenendo di non essere il proprietario dell'immobile e di non aver realizzato materialmente il collegamento illegale. La Corte ha respinto queste argomentazioni, stabilendo un principio chiaro: per essere colpevoli di furto di energia elettrica non è necessario essere proprietari o autori dell'allaccio. È sufficiente essere l'utilizzatore consapevole della fornitura illecita. L'imputato, che aveva ammesso di averlo fatto per l'eccessivo costo della fornitura regolare, è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Matrimoni finti: condanna per favoreggiamento immigrazione
Una donna è stata condannata per aver organizzato matrimoni fittizi tra cittadini italiani e donne straniere per consentire a queste ultime di rimanere illegalmente in Italia. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per favoreggiamento immigrazione clandestina, aggravato dal fine di profitto. I giudici hanno stabilito che le intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni degli altri complici erano prove valide. Inoltre, hanno chiarito che il fine di profitto sussiste anche se il guadagno economico è indiretto. La richiesta di sospensione della pena è stata negata perché non era stata formulata dall'imputata durante il processo.
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Custodia Cautelare Minore: Carcere non automatico dopo rapina
Un minorenne, accusato di una violenta rapina ai danni di un cittadino invalido in una stazione deserta, era stato messo in carcere preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato la gravità dei fatti e la pericolosità del giovane, ma ha annullato la decisione sulla misura applicata. Secondo i giudici, il Tribunale non ha spiegato in modo adeguato perché la prigione fosse l'unica soluzione possibile, ignorando le alternative rieducative proposte dalla difesa. La decisione sulla scelta della misura cautelare del minore dovrà quindi essere rivalutata, bilanciando meglio le esigenze di sicurezza con il percorso di recupero del giovane.
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Furto di cosa smarrita: chiavetta USB dimenticata costa condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto a carico di un uomo che si era impossessato di una chiavetta USB dimenticata da un'agente del Corpo Forestale. Il dispositivo, lasciato inserito in un computer, conteneva file che rendevano facilmente identificabile la proprietaria. La sentenza stabilisce un principio chiave sul furto di cosa smarrita: se l'oggetto conserva segni evidenti del suo legittimo proprietario, chi se ne appropria commette furto e non appropriazione di cosa smarrita. Inoltre, il 'fine di profitto' non deve essere necessariamente economico, ma può consistere in qualsiasi vantaggio, come l'accesso a informazioni riservate. La condanna per furto aggravato è quindi diventata definitiva.
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