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Furto con fine di profitto: condanna per batterie esauste

Un dipendente civile di un arsenale militare, con due complici, ruba ventuno batterie navali esauste e una morsa da banco. Uno degli imputati si difende sostenendo che mancasse il ‘fine di profitto’, elemento essenziale del furto, dato lo scarso valore delle batterie. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il **furto con fine di profitto** sussiste anche se il bene ha un valore esiguo, poiché il ‘profitto’ include qualsiasi utilità o vantaggio, non necessariamente economico. La sottrazione di un ulteriore bene di valore (la morsa) ha inoltre rafforzato l’accusa. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, rendendo la condanna definitiva.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 9971 Anno 2023
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Pubblicato il 28 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Il furto di beni ‘inutili’ è comunque reato?

La Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata su un caso che chiarisce un aspetto fondamentale del reato di furto: la necessità del cosiddetto dolo specifico. La vicenda riguarda la sottrazione di beni considerati ‘esausti’ e di scarso valore da un’area militare. Questa sentenza offre l’occasione per approfondire il concetto di furto con fine di profitto, dimostrando come la legge interpreti l’intenzione di trarre un vantaggio dalla cosa rubata, anche quando questa non abbia un evidente valore di mercato.

I fatti: un furto nell’arsenale militare

La vicenda ha origine quando tre persone, tra cui un dipendente civile del Ministero della Difesa addetto alla vigilanza, organizzano e mettono in atto un furto all’interno di un arsenale militare. Il dipendente, sfruttando la sua posizione, consente a un complice di entrare nell’area con un furgone. I due, con l’aiuto di un terzo uomo che ha ideato il piano, caricano sul mezzo ventuno batterie navali dismesse e una morsa da banco. Poco dopo, il furgone viene fermato e il conducente arrestato in flagranza di reato, con tutta la refurtiva a bordo. Le indagini successive hanno permesso di identificare e accusare anche il dipendente infedele e l’organizzatore.

La tesi difensiva: se la refurtiva non ha valore, manca il profitto

Durante il processo, la difesa di uno degli imputati ha costruito una linea argomentativa precisa. Ha sostenuto che le batterie navali fossero ‘esauste’ e, di conseguenza, prive di qualsiasi valore commerciale. Secondo questa tesi, mancava un elemento essenziale per configurare il reato di furto: il furto con fine di profitto. Il Codice Penale, infatti, richiede che chi ruba agisca ‘al fine di trarre profitto per sé o per altri’. Se il bene è inutile, sosteneva la difesa, non può esserci alcun profitto e, quindi, nessun reato.

Cosa si intende per ‘fine di profitto’ nel reato di furto

Il concetto di ‘profitto’ nel diritto penale è più ampio del semplice guadagno economico. La giurisprudenza ha costantemente affermato che il profitto può consistere in qualsiasi utilità, vantaggio o soddisfazione che l’autore del reato intende ottenere dalla cosa sottratta. Questo può includere il valore d’uso del bene, il risparmio di una spesa, o anche un vantaggio di natura non patrimoniale. Pertanto, l’assenza di un valore di mercato non esclude automaticamente che l’agente abbia agito con l’intenzione di trarne un qualche beneficio personale.

Le motivazioni: il furto con fine di profitto non richiede un guadagno economico

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando le loro condanne. I giudici hanno smontato la tesi difensiva con argomenti netti. In primo luogo, hanno ribadito che il furto con fine di profitto non richiede necessariamente un arricchimento monetario. Anche il solo impossessarsi di un bene altrui per trarne una qualsiasi utilità è sufficiente a integrare questo requisito. Inoltre, la Corte ha sottolineato che, oltre alle batterie, era stata rubata anche una morsa da banco, un oggetto con un indubbio valore economico che da solo bastava a smentire la tesi difensiva. Infine, i giudici hanno qualificato i ricorsi come generici, poiché tentavano di ottenere una nuova valutazione dei fatti, un compito che non spetta alla Corte di Cassazione.

Le conclusioni: condanne definitive e un principio chiaro

L’esito del processo è la condanna definitiva per tutti gli imputati, che dovranno anche pagare le spese processuali. La sentenza consolida un principio giuridico importante: il valore economico dell’oggetto rubato non è l’unico metro per giudicare l’esistenza di un furto. Ciò che conta è l’intenzione di appropriarsi di un bene altrui per ottenere un vantaggio, di qualunque natura esso sia. Questa decisione serve da monito: anche la sottrazione di oggetti considerati ‘di scarto’ o ‘inutili’ può costituire un reato grave, con tutte le conseguenze legali che ne derivano.

Si può essere condannati per furto se l’oggetto rubato non ha valore economico?
Sì. La legge richiede il ‘fine di profitto’, che significa l’intenzione di trarre un qualsiasi vantaggio, anche non patrimoniale, per sé o per altri.

Cosa significa che un ricorso in Cassazione è ‘inammissibile’?
Significa che la Corte non lo esamina nel merito perché presenta vizi, come motivazioni generiche, o perché chiede una nuova valutazione dei fatti, compito che non spetta alla Cassazione.

In questo caso, perché la difesa sull’assenza di valore delle batterie non ha funzionato?
Perché il ‘profitto’ non deve essere per forza un guadagno economico e perché, oltre alle batterie, era stato rubato anche un altro oggetto di valore (una morsa da banco), rendendo la tesi difensiva più debole.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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