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Divieto Di Reingresso

18 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Misura che vieta allo straniero espulso di rientrare nel territorio dello Stato per un determinato periodo di tempo senza una specifica autorizzazione.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Divieto di reingresso: la conoscenza presunta costa cara
Un individuo è stato condannato per aver violato un divieto di reingresso nel territorio italiano, dopo una precedente espulsione. La sua difesa ha sostenuto di non essere a conoscenza di tale divieto. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la conoscenza del divieto di reingresso fosse provata da diversi elementi, come la sua capacità di parlare italiano, la lunga permanenza nel paese e il possesso di documenti in lingua italiana. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali.
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Divieto di reingresso violato: la Cassazione conferma la condanna
Lo Straniero, già espulso dall'Italia nel 2016, è stato sorpreso a Bardonecchia nel 2018 mentre tentava di entrare in Francia, dopo essere rientrato in Italia senza la necessaria autorizzazione del Ministero dell'Interno. Condannato in primo e secondo grado a cinque mesi e dieci giorni di reclusione per aver violato il divieto di reingresso, ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché manifestamente infondato e privo di censure specifiche contro la sentenza d'appello. Di conseguenza, Lo Straniero perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione del divieto di reingresso: no a sconti per chi ha alias
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero che ha violato il divieto di reingresso in Italia. L'uomo, già espulso con provvedimento tradotto in arabo, è stato rintracciato su un barcone nelle acque italiane prima dei cinque anni previsti. I giudici hanno negato la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali e dell'uso di diverse identità fittizie. Sono state negate anche le attenuanti generiche e le pene sostitutive, data la mancanza di una dimora fissa e di un lavoro stabile. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Divieto di reingresso: la traduzione in arabo conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per aver violato il divieto di reingresso in Italia. L'imputato era rientrato illegalmente a Lampedusa nonostante un precedente decreto di espulsione. La difesa sosteneva la mancanza di dolo, affermando che l'uomo non avesse compreso il provvedimento, e chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto le tesi difensive, confermando che il decreto era stato regolarmente tradotto in lingua araba e che la recidiva qualificata escludeva sia le attenuanti generiche sia la particolare tenuità. Di conseguenza, la condanna a un anno, un mese e dieci giorni di reclusione è stata confermata, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione come sanzione sostitutiva: stop di 10 anni, no sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di espulsione come sanzione sostitutiva della detenzione. Il ricorrente contestava la durata di dieci anni del divieto di reingresso, ritenendola eccessiva rispetto al limite di cinque anni previsto per le espulsioni amministrative. La Suprema Corte ha chiarito che, per l'espulsione disposta come sanzione sostitutiva alla detenzione ai sensi dell'articolo 16, comma 5, del Testo Unico Immigrazione, la durata del divieto di rientro è tassativamente stabilita in dieci anni. Inoltre, il ricorrente non aveva sollevato la questione nel precedente grado di giudizio, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Di conseguenza, il cittadino straniero ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reingresso: condannato lo straniero tornato in Italia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero rientrato in Italia violando il divieto di reingresso. L'uomo sosteneva di non conoscere il provvedimento di espulsione, ma i giudici hanno rilevato che l'atto gli era stato regolarmente notificato e tradotto anche in lingua albanese. Per rientrare prima dei cinque anni previsti, lo straniero avrebbe dovuto presentare una specifica richiesta di autorizzazione. La Suprema Corte ha confermato anche l'applicazione della recidiva, data la gravità dei suoi precedenti penali, tra cui tentato omicidio e sfruttamento della prostituzione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sanzione sostitutiva dell’espulsione: no a sconti se si rientra
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della sanzione sostitutiva dell'espulsione nei confronti di un cittadino straniero che ha violato il divieto decennale di rientro in Italia. L'uomo, già in carcere per altri reati, chiedeva la sospensione della pena per accedere a misure alternative e contestava la durata del divieto di reingresso superiore a cinque anni. I giudici hanno respinto il ricorso: la sospensione della pena non si applica a chi è già detenuto e il divieto di rientro può superare i cinque anni se stabilito nella sentenza originaria non impugnata. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Divieto di reingresso: il permesso temporaneo non evita la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e tre mesi di reclusione per un cittadino straniero che ha violato il divieto di reingresso in Italia. L'uomo era rientrato senza autorizzazione nonostante un provvedimento di allontanamento quinquennale. La difesa sosteneva la presenza di un permesso temporaneo della Questura, ma i giudici hanno chiarito che tale atto era limitato esclusivamente a una singola udienza giudiziaria di due anni prima. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reingresso: il nome falso smaschera il finto ignaro
Un cittadino straniero, espulso dall'Italia con divieto di reingresso per dieci anni, è rientrato illegalmente prima della scadenza utilizzando un nome falso. Condannato in appello, ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica ufficiale dell'espulsione e contestando l'aggravante della recidiva. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'accompagnamento alla frontiera e l'uso di false generalità dimostrano la piena consapevolezza del provvedimento. Inoltre, il reato di violazione del divieto di reingresso ha natura permanente: la condotta illecita continua per tutto il tempo della permanenza non autorizzata sul territorio dello Stato. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Divieto di reingresso: la Cassazione punisce anche la permanenza
Un cittadino comunitario, già espulso dall'Italia, è rientrato nel territorio nazionale violando il divieto di reingresso. Fermato a Milano, è stato condannato a sei mesi e venti giorni di reclusione. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato si fosse consumato interamente al momento del passaggio della frontiera a Bolzano e che non potesse essere punito due volte per lo stesso fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la violazione del divieto di reingresso costituisce un reato permanente: la condotta illecita non si esaurisce con il semplice passaggio del confine, ma si protrae per tutto il tempo della permanenza non autorizzata sul territorio dello Stato.
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Sbarca nonostante il divieto di reingresso: condanna confermata
Uno straniero, già destinatario di un provvedimento di respingimento con annesso divieto di reingresso, faceva ritorno in Italia sbarcando a Lampedusa. Per questa violazione, veniva condannato. La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza, dichiarando inammissibile il suo ricorso. I giudici hanno respinto le argomentazioni della difesa, che contestava la qualificazione del reato e lamentava la mancata traduzione degli atti. La Corte ha stabilito che la violazione del divieto di reingresso integra una specifica fattispecie di reato e che i motivi del ricorso erano generici e infondati. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Divieto di reingresso: ‘Ho dimenticato’, ma la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un cittadino straniero per aver violato il divieto di reingresso in Italia. L'uomo, fermato alla barriera autostradale, si era difeso sostenendo di aver semplicemente 'dimenticato' l'esistenza del provvedimento a suo carico. I giudici hanno respinto questa tesi, qualificandola come un errore di diritto inescusabile. La dimenticanza di una norma penale o di un ordine dell'autorità non costituisce una valida giustificazione. Di conseguenza, il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile e la condanna è diventata definitiva, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reingresso: validità e sanzioni penali
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso di un cittadino straniero condannato per aver violato il divieto di reingresso. Nonostante la difesa invocasse il diritto al ricongiungimento familiare e la particolare tenuità del fatto, i giudici hanno ribadito che l'allontanamento forzato prevale sugli interessi privati in presenza di precedenti penali e mancanza di autorizzazioni amministrative.
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Divieto di reingresso: reato anche senza espulsione coatta
La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di violazione del divieto di reingresso si configura anche se lo straniero lascia il territorio nazionale volontariamente, senza un accompagnamento coatto alla frontiera. È sufficiente essere il destinatario di un provvedimento di espulsione giudiziale. Nel caso specifico, un cittadino straniero, colpito da un ordine di espulsione emesso da un giudice in sostituzione di una pena detentiva, era rientrato in Italia dopo averla lasciata spontaneamente. La Corte ha rigettato il suo ricorso, affermando che la legge punisce il rientro non autorizzato di chiunque sia 'destinatario' di un provvedimento di espulsione, indipendentemente dalle modalità con cui si è allontanato.
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Espulsione sanzione alternativa: errore del giudice
La Cassazione ha respinto il ricorso di uno straniero che, dopo una espulsione sanzione alternativa, era rientrato in Italia dopo 5 anni basandosi su un'errata indicazione del giudice. La Corte ha stabilito che il divieto legale di rientro è sempre di 10 anni e l'errore materiale nel provvedimento non può modificare la legge, con la conseguenza che la pena originaria viene ripristinata.
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Divieto di reingresso: il limite massimo di 5 anni
La Corte di Cassazione ha chiarito che il divieto di reingresso per uno straniero espulso non può superare il termine massimo di cinque anni, come previsto dalla normativa sull'immigrazione. La Corte ha accolto il ricorso di un cittadino straniero, annullando la decisione del Giudice di Pace e specificando che, una volta scaduto il quinquennio, non è necessaria alcuna autorizzazione speciale per rientrare in Italia. Il caso è stato rinviato al giudice di merito per una nuova decisione.
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Divieto di reingresso: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per aver violato il divieto di reingresso. L'imputato contestava la mancata motivazione sulla durata del divieto e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte ha stabilito che, essendo il rientro avvenuto dopo solo un anno a fronte di un divieto minimo di tre, la questione sulla motivazione della durata massima è irrilevante. Il diniego delle attenuanti è stato confermato a causa della condotta dell'imputato, volta a eludere i controlli con false generalità.
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Divieto di reingresso: quando il ricorso è inammissibile
Un cittadino straniero ha presentato ricorso contro la sua condanna per violazione del divieto di reingresso, adducendo come giustificazione i suoi legami familiari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'esistenza di tali legami non autorizza a violare un ordine di espulsione. La Corte ha inoltre confermato la valutazione del dolo e il diniego della sospensione condizionale della pena, basata sulla permanenza illegale dell'imputato sul territorio anche dopo l'arresto.
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