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Detenzione Di Sostanze Stupefacenti

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192 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Detenzione di sostanze stupefacenti: il borsone chiuso inchioda
Tre fratelli sono stati condannati per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti in concorso, dopo il ritrovamento di cocaina in un contenitore chiuso con lucchetto, nascosto in un borsone nell'appartamento della sorella. I tre hanno proposto ricorso lamentando la mancanza di prove sulla loro consapevolezza del contenuto del borsone e, per uno di essi, sulla capacità di intendere e di volere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché generici e privi di un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condannato il passeggero
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione per un uomo accusato di concorso in detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato viaggiava a bordo di un'auto in cui erano nascosti 1,2 chili di hashish. La difesa sosteneva che l'imputato fosse ignaro della presenza della droga e contestava la mancata concessione della lieve entità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che non vi è stata alcuna inversione dell'onere della prova: il mancato riscontro della versione dell'imputato e l'elevata quantità di droga (pari a oltre 6.800 dosi) escludono sia l'innocenza sia la particolare tenuità del fatto.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti per recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'uomo era stato trovato in possesso di sei dosi di hashish, già suddivise e pronte per lo spaccio, insieme a una somma di denaro. La difesa ha richiesto la concessione delle attenuanti generiche e l'esclusione della recidiva, presentando anche un vecchio documento di disponibilità all'inserimento in una comunità di recupero. I giudici hanno confermato la condanna a un anno, un mese e dieci giorni di reclusione, oltre a una multa. La Suprema Corte ha evidenziato la natura professionale dell'attività illecita e la presenza di numerosi precedenti penali specifici, escludendo qualsiasi sconto di pena. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra complicità e comodino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due conviventi condannati per detenzione di sostanze stupefacenti in concorso. La donna sosteneva la propria estraneità ai fatti, parlando di semplice connivenza. Tuttavia, le forze dell'ordine avevano rinvenuto parte della droga nel cassetto del suo comodino, in uno spazio a lei riservato. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale di entrambi, ritenendo logica la ricostruzione dei giudici di merito. Inoltre, i giudici hanno negato la concessione delle attenuanti generiche, spiegando che il giudice non deve analizzare ogni singolo elemento della difesa, ma basta che indichi i motivi decisivi che giustificano il diniego. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. L'Imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, ha consegnato spontaneamente alle forze dell'ordine 144 grammi di hashish, suddivisi in dosi. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva. La quantità elevata, pari a oltre mille dosi medie, il confezionamento in involucri e la facilità di approvvigionamento durante la detenzione domiciliare dimostrano l'attività di spaccio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a due anni e venti giorni di reclusione, oltre a una multa di oltre seimila euro, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: da acquisto a spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tre giovani sorpresi in un appartamento con diversi tipi di droga, materiale per il confezionamento e ingenti somme di denaro. Gli imputati sostenevano che si trattasse di una semplice compravendita tra loro e chiedevano la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, confermando il concorso nel reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. I giudici hanno valorizzato il tentativo di fuga, l'atto di nascondere la droga e l'elevata purezza della cocaina sequestrata (oltre il 99%), elementi incompatibili con la lieve entità.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ricorso inutile costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti, nello specifico per il possesso di un'ingente quantità di eroina. L'imputato, giudicato con rito abbreviato, aveva contestato la mancata esclusione dell'aggravante della rilevante quantità e il mancato riconoscimento di alcune attenuanti. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano manifestamente infondati, poiché si limitavano a riproporre le stesse difese già respinte in modo logico e coerente dalla Corte d'Appello, senza contestare realmente le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna anche senza perizia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. L'imputato sosteneva di essere un semplice consumatore e contestava l'efficacia del solo narcotest per dimostrare la capacità drogante della sostanza. La Suprema Corte ha chiarito che, nei casi di spaccio di lieve entità, il narcotest è sufficiente per accertare la natura della droga, senza bisogno di analisi quantitative sul principio attivo. Inoltre, il possesso di diverse droghe e di ingenti somme di denaro smentisce la tesi del consumo personale. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna per l’appartamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per il concorso nella detenzione di sostanze stupefacenti. La droga era stata rinvenuta in un appartamento nella disponibilità di entrambi. I ricorrenti contestavano la valutazione delle prove e la sussistenza degli indizi a loro carico. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio per rivalutare i fatti, specialmente in presenza di una doppia decisione conforme dei giudici di merito. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condannato chi aizza i cani
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato sosteneva di aver fornito solo un aiuto occasionale nel confezionare le dosi per uso personale. Tuttavia, i giudici hanno accertato una precisa divisione dei compiti con il cugino e il possesso di strumenti di confezionamento in un terreno comune. Inoltre, l'uomo aveva tentato di ostacolare le forze dell'ordine aizzando contro di loro dei cani di grossa taglia. La Suprema Corte ha confermato la condanna, negando le attenuanti generiche a causa della gravità del comportamento e dei precedenti penali specifici del soggetto, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua cantinola, di cui possedeva le chiavi, ingenti quantitativi di cocaina, hashish e marijuana, sufficienti a confezionare oltre duemila dosi. Oltre alla droga, erano presenti strumenti di confezionamento, appunti contabili e telefoni cellulari dedicati. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità dell'imputato, evidenziando che la destinazione allo spaccio era palese e che il diniego delle circostanze attenuanti generiche era ampiamente giustificato dalla gravità dei fatti e dalla mancanza di elementi positivi a suo favore. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: il passeggero è complice
Il caso riguarda Il Passeggero, condannato a tre anni di reclusione per la violazione dell'obbligo di soggiorno e per la detenzione di sostanze stupefacenti. L'uomo sosteneva di essere un semplice spettatore inconsapevole del trasporto di duecento grammi di marijuana effettuato dal suo compagno di viaggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Passeggero. I giudici hanno evidenziato come diversi elementi concreti dimostrassero la sua attiva partecipazione: l'allontanamento ingiustificato dal proprio comune, la condivisione della giornata, la cessione del telefono e l'occultamento della droga sul pianale del taxi. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: inutile l’alibi per capelli
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'uomo era stato fermato dopo una brusca frenata alla vista della polizia. Gli agenti avevano trovato oltre 500 grammi di cocaina nascosti nel bagagliaio e, successivamente, altra droga, un bilancino e sostanza da taglio nella sua abitazione. La difesa sosteneva che il nervosismo dipendesse dai precedenti del passeggero e che le sostanze in casa servissero per tingere i capelli. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la Cassazione non può rivalutare i fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio se la ricostruzione è logica e coerente. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ricorso inutile dopo il sì
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano sequestrato nella sua abitazione un ingente quantitativo di droga suddiviso in panetti con loghi differenti e materiale per il confezionamento. L'imputato aveva ammesso i fatti in primo grado. La Corte di Appello aveva ridotto la pena a due anni e otto mesi di reclusione. La Suprema Corte ha rilevato che i primi due motivi di ricorso erano inammissibili perché mai proposti in appello. Il terzo motivo, relativo alle attenuanti generiche, è stato respinto data la gravità del reato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: incastrato dalla torcia
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti dopo essere sfuggito a un controllo di polizia. Gli agenti, ripercorrendo la via di fuga, hanno rinvenuto un involucro di cocaina e hanno poi sorpreso l'indagato mentre tornava sul posto cercando qualcosa con la torcia del telefono. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a dieci mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti è logica e coerente, respingendo il tentativo della difesa di proporre una diversa lettura delle prove, attività preclusa nel giudizio di legittimità.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti per chili di droga
Il Ricorrente ha impugnato la condanna a tre anni e dieci mesi di reclusione per detenzione di sostanze stupefacenti, contestando la mancata applicazione della massima riduzione di pena per le attenuanti generiche e l'entità dell'aumento per la continuazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'ingente quantitativo di droga sequestrato (oltre nove chili di hashish e ottocentocinquanta grammi di cocaina) e i numerosi precedenti penali dell'imputato giustificano ampiamente la misura della pena applicata. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra gravità e sconti di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di oltre 137 grammi di cocaina, equivalenti a circa 915 dosi individuali. La difesa contestava il trattamento sanzionatorio, lamentando contraddizioni nella valutazione della gravità del fatto e il mancato riconoscimento della lieve entità. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte di appello, evidenziando che l'elevato quantitativo di droga esclude l'ipotesi lieve. Tuttavia, i giudici di merito avevano già ridotto la pena quasi al minimo edittale, applicando le attenuanti generiche e lo sconto per il rito abbreviato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra uso personale e condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a seguito del ritrovamento di droga nella sua abitazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sostanza fosse destinata a un uso esclusivamente personale e contestando l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti spettano ai giudici di merito e non possono essere ridiscusse in sede di legittimità. Inoltre, la contestazione sulla recidiva è stata ritenuta generica e priva di elementi concreti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: spaccio anche senza dosi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio nei confronti di un soggetto sorpreso in un parco pubblico a tarda sera. L'Imputato contestava la destinazione allo spaccio, sostenendo l'assenza di prove sulla suddivisione in dosi. I giudici hanno chiarito che la destinazione alla cessione si desume da molteplici indizi concordanti: il possesso di diverse tipologie di droga (cocaina, hashish e marijuana), la disponibilità di un bilancino di precisione, le modalità di occultamento e il contesto di tempo e di luogo (l'attesa vigile in un luogo di ritrovo per giovani a tarda sera). La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, confermando la condanna e il pagamento delle spese processuali.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti per incensurati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato deteneva in casa circa 340 grammi di cocaina, suddivisi in ovuli, equivalenti a oltre mille dosi. I giudici hanno respinto la richiesta di riqualificare il fatto come di lieve entità, evidenziando l'elevata quantità di droga sequestrata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, ricordando che la semplice incensuratezza non è più sufficiente per ottenerle, soprattutto in presenza di un comportamento non collaborativo con le forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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