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Concordato Preventivo — Anno 2023

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133 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Concordato Preventivo

Provvedimenti

Fattibilità economica del concordato: salvataggio o fallimento?
Una società in crisi ha proposto un concordato preventivo basato sulla continuità aziendale. Durante la procedura, si è verificata una riduzione di circa tre milioni di euro dei flussi attivi previsti, azzerando la quota destinata ai creditori chirografari. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta e pronunciato il fallimento. Il socio ha fatto ricorso, sostenendo che il giudice non potesse sindacare la fattibilità economica del concordato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il giudice ha il dovere di controllare la fattibilità economica del concordato quando il piano sia palesemente inidoneo a raggiungere l'obiettivo di soddisfare, anche in minima parte, i creditori. I flussi della continuità aziendale sono stati qualificati come risorse interne e non come finanza esterna.
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Inammissibilità dell’appello per genericità: la difesa vince
Un Amministratore di tre società fallite viene condannato in primo grado per bancarotta fraudolenta e reati fallimentari. La Corte d'Appello dichiara inammissibili i suoi motivi di impugnazione, ritenendoli generici. L'Amministratore ricorre in Cassazione, lamentando la violazione del diritto di difesa. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la Corte d'Appello ha errato nel pronunciare l'inammissibilità dell'appello per genericità. I giudici di secondo grado hanno infatti evitato il confronto con le specifiche critiche sollevate dalla difesa, limitandosi a richiamare la sentenza di primo grado. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia il caso alla Corte d'Appello di Salerno per un nuovo esame dei motivi di appello ingiustamente ignorati.
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Concordato con continuità aziendale: no se l’impresa è chiusa
Una società in crisi ha proposto una domanda di concordato con continuità aziendale. Tuttavia, l'attività era cessata da tempo a causa di un incendio che aveva distrutto il capannone e del licenziamento di tutti i dipendenti. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile la proposta poiché, mancando l'effettivo esercizio dell'attività al momento della domanda, il piano andava qualificato come liquidatorio, richiedendo quindi il pagamento di almeno il venti per cento dei creditori chirografari, soglia non prevista. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che per accedere al concordato con continuità aziendale è indispensabile che l'azienda sia effettivamente in esercizio al momento della presentazione della proposta, non bastando la mera intenzione di riprendere l'attività in futuro.
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Sospensione necessaria del processo: no al blocco automatico
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva sospeso un procedimento di fallimento contro una società, in attesa che la Corte d'Appello decidesse sul reclamo contro una precedente dichiarazione di fallimento della stessa impresa. Il Tribunale riteneva sussistere un'ipotesi di sospensione necessaria del processo ai sensi dell'articolo 295 del codice di procedura civile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che non si può disporre la sospensione necessaria se i due giudizi pendono in gradi diversi e la causa pregiudicante è già stata decisa con sentenza non ancora definitiva. In questi casi, il giudice può solo valutare una sospensione facoltativa, motivandola adeguatamente. Di conseguenza, l'ordinanza di sospensione è stata cassata.
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Concordato preventivo: trasparenza contro fallimento
La Societ Debitrice ha proposto un concordato preventivo liquidatorio, ma il Tribunale lo ha dichiarato inammissibile poich il piano non garantiva il pagamento del venti per cento ai creditori chirografari e la relazione dell'esperto non valutava le possibili azioni revocatorie e risarcitorie in caso di fallimento. Di conseguenza, stato dichiarato il fallimento della societ. La Corte d'Appello ha confermato la decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Societ Debitrice, stabilendo che il giudice deve verificare la reale fattibilit del piano e che la relazione dell'attestatore deve obbligatoriamente stimare il valore delle azioni legali recuperatorie per informare correttamente i creditori. Vince la Curatela Fallimentare.
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Diritto alla detrazione IVA: la sostanza batte i documenti persi
L'Amministrazione Finanziaria ha negato a una società il diritto alla detrazione IVA per l'anno 2011, poiché l'impresa non aveva presentato la dichiarazione annuale né esibito le fatture d'acquisto. La Società Contribuente ha dimostrato che la perdita dei documenti era dovuta a causa di forza maggiore e ha provato il credito tramite la contabilità generale, i registri IVA e la documentazione del concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che i requisiti sostanziali prevalgono su quelli formali. Se il contribuente si trova nell'incolpevole impossibilità di produrre le fatture, può dimostrare il proprio credito attraverso prove presuntive e documenti contabili alternativi.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: lite estinta ma spese dovute
Una società in liquidazione, dopo la dichiarazione di fallimento dovuta all'inammissibilità della proposta di concordato preventivo, ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente, la stessa società ha depositato un atto di rinuncia al ricorso per cassazione. La curatela fallimentare e il creditore non hanno accettato la rinuncia, eccependo inoltre che il ricorso era stato notificato oltre il termine di trenta giorni dalla comunicazione della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio per rinuncia, ma ha condannato la società ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore dei controricorrenti, poiché la rinuncia non è stata accettata e il ricorso era comunque inammissibile in quanto tardivo.
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Compenso del commissario giudiziale: spetta senza rendiconto
Una società immobiliare ha impugnato il decreto con cui il Tribunale ha liquidato il compenso del commissario giudiziale per un concordato preventivo poi interrotto. La società lamentava l'assenza di un rendiconto e la mancata instaurazione del contraddittorio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il compenso del commissario giudiziale non è subordinato alla presentazione del rendiconto, poiché tale organo svolge funzioni di vigilanza e non di amministrazione attiva. Inoltre, la liquidazione non richiede un preventivo contraddittorio con la società debitrice. Di conseguenza, la società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Concordato preventivo: no al piano se l’insolvenza è reale
Una debitrice propone un piano di concordato preventivo misto, con liquidazione e continuità aziendale. Il Tribunale dichiara inammissibile la proposta e dichiara il fallimento a causa di un grave stato di insolvenza, evidenziato dal mancato pagamento di un mutuo e da previsioni di prosecuzione dell'attività del tutto irrealistiche. La Corte di Cassazione conferma la decisione, ribadendo che il giudice può sindacare la fattibilità economica del piano se questo appare manifestamente inidoneo a raggiungere gli obiettivi. Inoltre, la dilazione dei pagamenti ai creditori privilegiati oltre l'anno richiede precisi requisiti di voto e interessi, pena l'inammissibilità. L'appello della debitrice viene quindi dichiarato inammissibile.
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Definizione agevolata delle liti fiscali: il nodo delle prove
Una società in liquidazione, ammessa al concordato preventivo, ha impugnato due cartelle esattoriali emesse dall'Agenzia delle Entrate. I giudici di merito hanno accolto il ricorso del contribuente, ritenendo illegittima la riscossione dopo l'omologazione del concordato. L'Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in Cassazione. Nel corso del giudizio, la società ha richiesto l'estinzione del processo dichiarando di aver aderito alla definizione agevolata delle liti fiscali. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato la mancanza di prove documentali nel fascicolo riguardanti l'effettiva presentazione dell'istanza di sanatoria. Di conseguenza, la Cassazione ha disposto il rinvio a nuovo ruolo della causa, concedendo alle parti sessanta giorni di tempo per depositare la documentazione necessaria a dimostrare l'avvenuta definizione della controversia.
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Fondo salva opere: spetta al giudice civile decidere sulla revoca
Un'impresa subappaltatrice viene ammessa al Fondo salva opere per recuperare i crediti vantati verso un appaltatore principale in concordato preventivo. Successivamente, l'appaltatore assegna all'impresa azioni e strumenti finanziari in esecuzione del concordato. Il Ministero delle Infrastrutture, ritenendo il credito interamente soddisfatto, esclude l'impresa dal Fondo salva opere e chiede la restituzione degli acconti erogati. L'impresa impugna il provvedimento, ma le Sezioni Unite della Cassazione stabiliscono che la giurisdizione spetta al giudice ordinario. Trattandosi di un beneficio riconosciuto direttamente dalla legge, l'amministrazione deve solo verificare i requisiti oggettivi senza alcuna valutazione discrezionale. La posizione dell'impresa è di diritto soggettivo, determinando il rigetto del ricorso e la competenza del tribunale civile.
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Concordato preventivo: il giudice può bocciarlo se il piano è irrealistico
Una società di costruzioni tenta di evitare il fallimento tramite un concordato preventivo. Il Tribunale lo dichiara inammissibile a causa di un piano e di una relazione tecnica ritenuti inaffidabili. La Corte di Cassazione conferma la decisione, stabilendo un principio fondamentale sul sindacato del giudice sul concordato preventivo. Il giudice non si limita a un controllo formale, ma deve verificare la completezza e l'adeguatezza delle informazioni fornite ai creditori. Se il piano appare manifestamente irrealizzabile, il giudice ha il potere e il dovere di respingerlo, dichiarando il fallimento dell'impresa. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'azienda.
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Obblighi informativi concordato: omissione fatale, sì al fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società la cui proposta di concordato era stata giudicata inammissibile. La causa risiedeva nella violazione degli obblighi informativi nel concordato preventivo. L'azienda aveva omesso di menzionare nel piano una complessa operazione di scissione e la successiva vendita di una partecipazione societaria di grande valore a un prezzo irrisorio. Secondo i giudici, questa mancanza di trasparenza ha impedito ai creditori di valutare correttamente la proposta, rendendola inaccettabile. La sentenza sottolinea che l'imprenditore deve fornire un quadro completo e veritiero di tutte le operazioni che hanno inciso sul patrimonio aziendale prima della crisi.
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Atti di frode: azienda fallisce per informazione ingannevole
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca di un concordato e il successivo fallimento di un'azienda del settore lusso. La società aveva presentato un piano ai creditori basato su bilanci che non rappresentavano fedelmente la realtà, omettendo di contabilizzare correttamente l'enorme costo dell'oro utilizzato nella produzione. Questa informazione incompleta e fuorviante ha impedito ai creditori di valutare la reale situazione patrimoniale. La Corte ha stabilito che tali omissioni costituiscono veri e propri **atti di frode nel concordato preventivo**, poiché minano la fiducia e la trasparenza necessarie, giustificando la revoca della procedura e la dichiarazione di fallimento.
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Concordato ritirato? Il PM può chiedere il fallimento
Una società immobiliare, dopo aver chiesto di accedere al concordato preventivo, rinuncia alla domanda. Nonostante ciò, sia un creditore che il Pubblico Ministero presentano istanza di fallimento. La società si oppone, sostenendo che la rinuncia al concordato avesse tolto al PM il potere di agire. La Cassazione ha respinto questa tesi, affermando un principio chiave: la legittimazione del PM all'istanza di fallimento, una volta acquisita la notizia di insolvența durante la procedura di concordato, non viene meno con la semplice rinuncia del debitore. Di conseguenza, il fallimento dichiarato è stato ritenuto valido.
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Compenso professionale avvocato: niente parcella se il piano è inutile
La Corte di Cassazione ha negato il diritto al compenso professionale a un avvocato che aveva assistito un'azienda nella preparazione di un piano di concordato preventivo, poi fallito. La Curatela del fallimento si era opposta al pagamento, sostenendo l'inutilità della prestazione. I giudici hanno confermato che se l'attività professionale è palesemente inadeguata e priva di possibilità di successo fin dall'inizio, il professionista viola il suo dovere di diligenza. Di conseguenza, il cliente (in questo caso, la Curatela) può legittimamente rifiutare il pagamento del compenso professionale dell'avvocato, sollevando l'eccezione di inadempimento.
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Concordato: la rettifica detrazione IVA resta un obbligo per l’azienda
Un'azienda in concordato preventivo si è vista negare un rimborso IVA perché non aveva registrato le note di variazione dei suoi fornitori, pagati solo in parte. L'azienda sosteneva che l'accordo con i creditori rendesse la correzione non necessaria. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che la rettifica detrazione IVA è un obbligo inderogabile. Se un fornitore non viene pagato interamente, emette una nota di variazione per recuperare l'IVA versata. Di conseguenza, l'azienda cliente deve ridurre in modo speculare la propria detrazione. Questo meccanismo, basato sul principio di neutralità dell'IVA, garantisce l'equilibrio del sistema e non è influenzato dall'esito del concordato.
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Bancarotta preferenziale: Liquidatore si paga prima, condannato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta preferenziale nei confronti del liquidatore di una società, poi fallita. L'imputato si era auto-liquidato il proprio compenso prima di depositare la domanda di concordato preventivo. I giudici hanno stabilito che tale pagamento non costituisce un credito 'prededucibile' (da pagare con priorità), perché l'attività del liquidatore, in questa fase, si identifica con quella della società stessa e non è un'attività professionale esterna finalizzata alla procedura. Pagando sé stesso, ha violato la parità di trattamento tra i creditori, favorendo il proprio credito a danno degli altri. La sua condanna è stata quindi confermata.
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Definizione Agevolata: Stop al Processo, l’Azienda può Trattare
Una società in concordato preventivo aveva impugnato una cartella di pagamento, ritenendola illegittima. Giunta in Cassazione, la stessa società ha chiesto di fermare il processo per poter aderire alla nuova sanatoria fiscale. La Corte ha accolto la richiesta, sospendendo il giudizio. La decisione consente all'azienda di valutare l'opportunità della definizione agevolata liti pendenti, mettendo in pausa la battaglia legale. L'esito, quindi, non è una vittoria per nessuna delle parti, ma una sospensione strategica del contenzioso in attesa di una possibile chiusura extragiudiziale del debito.
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Doppio Concordato: Non è Abuso del Processo Senza Prova di Frode
Un'azienda in liquidazione, dopo aver rinunciato a un primo concordato preventivo, ne presenta un secondo a breve distanza. Una banca creditrice si oppone, sostenendo che questa manovra costituisca un abuso del processo, finalizzato a declassare il suo credito da privilegiato a semplice. La Corte di Cassazione ha però chiarito un principio importante: la presentazione di una seconda domanda di concordato non integra automaticamente un abuso del processo. Per configurare l'abuso, è necessario dimostrare che l'azienda agisca con lo scopo fraudolento di ritardare il fallimento o danneggiare i creditori. In assenza di tale prova, l'operazione è legittima. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente, che aveva revocato l'omologazione del secondo concordato.
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