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Concordato Preventivo — Anno 2026

116 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Concordato Preventivo

Provvedimenti

Responsabilità amministratori e sindaci: risarcimento e dissesto
Una società finanziaria ha svolto abusivamente attività bancaria anche dopo la cancellazione dal relativo albo degli intermediari. Gli amministratori hanno utilizzato libretti di deposito fittiziamente intestati a terzi, mentre i sindaci hanno omesso ogni controllo e segnalazione. La condotta ha trascinato la struttura nel dissesto, imponendo l'accesso al concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità amministratori e sindaci, condannandoli in solido al risarcimento dei danni, quantificati nello sbilancio tra attivo e passivo. I giudici hanno chiarito che i soci di una società per azioni non rispondono della gestione e non hanno concorso nel danno. Inoltre, i doveri di vigilanza e controllo impongono precisi obblighi di intervento su ogni condotta illegale degli organi direttivi.
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Esenzione fallimento start-up innovative: conta la costituzione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società che chiedeva l'annullamento della dichiarazione di fallimento. L'impresa sosteneva di beneficiare ancora del regime speciale di esenzione fallimento start-up innovative. I giudici hanno chiarito che il periodo di protezione di cinque anni scatta dalla data di costituzione della società. Non rileva invece la data di successiva iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese. Scaduto il termine quinquennale dalla fondazione, l'esenzione decade automaticamente. La Suprema Corte ha inoltre confermato l'inammissibilità del concordato preventivo, poiché la relazione dell'attestatore era inattendibile e il piano privo di concrete possibilità di successo. I precedenti decreti di rigetto del fallimento non creano un vincolo di giudicato.
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Tetti di spesa sanitaria e rimborsi: la Cassazione fa chiarezza
Un ospedale privato convenzionato richiede alla Regione e all'Azienda Sanitaria il pagamento di rilevanti somme per prestazioni sanitarie erogate. Nel corso della causa interviene la Liquidazione Concordataria della struttura. La Corte di Cassazione chiarisce che il liquidatore possiede la legittimazione a intervenire per tutelare gli interessi della massa dei creditori. Inoltre, la Corte fissa principi fondamentali sul rispetto dei tetti di spesa sanitaria, imponendo al giudice di merito di esaminare attentamente la documentazione prodotta dalla Pubblica Amministrazione sui limiti di bilancio e sui pagamenti effettuati. La Suprema Corte specifica che una semplice e-mail interna non costituisce un riconoscimento del debito idoneo a interrompere la prescrizione se priva di volontà inequivoca.
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Sanzioni tributarie nel concordato preventivo: la Cassazione
Una società sanitaria ha presentato domanda di concordato preventivo nel 2021. Successivamente, l'Amministrazione Finanziaria ha notificato una cartella di pagamento per IVA e imposte dirette non versate relative ad anni precedenti. La società ha sostenuto che l'apertura della procedura concorsuale le impediva il pagamento ridotto, chiedendo l'abbattimento delle sanzioni e la sospensione degli interessi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo un principio chiaro sulle sanzioni tributarie nel concordato preventivo. Se le violazioni fiscali si verificano prima del concordato, l'Erario ha diritto a richiedere le sanzioni in misura piena. Gli interessi moratori rimangono validi pur essendo inopponibili ai creditori concorsuali durante la procedura.
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Concordato preventivo: la continuità non salva il piano vuoto
Un'azienda ha richiesto l'accesso alla procedura di concordato preventivo per risanare la propria posizione debitoria. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda e ha aperto la liquidazione giudiziale. L'azienda ha proposto reclamo sostenendo la presenza di futuri incassi, cause attive e la disponibilità dei soci a immettere nuova liquidità. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta poiché tali elementi non figuravano nel piano originale valutato dall'attestatore. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Il supremo consesso ha chiarito che l'astratta tutela della continuità aziendale non può sostituire la concretezza e la trasparenza del piano presentato ai creditori. L'azienda soccombente deve pagare le spese legali.
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Concordato preventivo e liquidazione: la svolta in Cassazione
Il Tribunale aveva aperto la liquidazione giudiziale nei confronti di un'azienda debitrice, rigettando la sua proposta di concordato preventivo. La Corte d'Appello ha successivamente revocato la liquidazione e ha ammesso la proposta concordataria. Il curatore della liquidazione ha quindi proposto ricorso in Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, i creditori hanno approvato il piano a larga maggioranza e il Tribunale ha omologato definitivamente il concordato preventivo senza alcuna opposizione. Con la chiusura della procedura l'azienda e ritornata in bonis. La Suprema Corte ha dichiarato cessata la materia del contendere, poiche l'omologazione definitiva ha eliminato qualsiasi interesse del curatore a proseguire la causa.
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Bancarotta preferenziale e prescrizione: sequestro confermato
L'Indagato ha subito un sequestro preventivo di denaro per il reato di bancarotta preferenziale, legato al dissesto di una società. La difesa ha chiesto di annullare il sequestro sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato. Secondo la tesi difensiva, il termine della prescrizione doveva decorrere dall'ammissione al concordato preventivo e non dalla successiva dichiarazione di fallimento. Inoltre, la difesa ha contestato la tardiva aggiunta di un'aggravante e invocato il proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del sequestro. I giudici hanno chiarito che, in presenza di concordato seguito da fallimento, la prescrizione parte dalla sentenza di fallimento. Inoltre, nelle indagini preliminari l'accusa resta fluida e il pubblico ministero può contestare nuove aggravanti.
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Concordato preventivo: stop al rinvio dopo il sequestro dei beni
Una società contesta la revoca dell'ammissione al concordato preventivo e la successiva apertura della liquidazione giudiziale. La debitrice lamenta il mancato rinvio dell'udienza per apportare modifiche alla proposta, resa irrealizzabile a seguito di un sequestro penale che ha bloccato i fondi messi a disposizione da terzi. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società. I giudici confermano che il debitore non ha diritto a un rinvio per modificare il piano durante il procedimento di revoca. Il sequestro penale compromette la fattibilità del concordato e non costituisce causa di forza maggiore per ottenere la rimessione in termini. La proposta non garantiva più il soddisfacimento minimo del venti per cento dei creditori chirografari. La decisione conferma la liquidazione giudiziale con condanna della società al pagamento delle spese di giudizio.
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Concordato preventivo e meritevolezza: debiti non bloccano il piano
Un'azienda in crisi ha richiesto l'accesso alla procedura di concordato preventivo per salvare l'attività. L'Agenzia fiscale si è opposta, contestando i passati debiti tributari e la mancanza di meritevolezza dell'imprenditore. I giudici di merito hanno omologato la proposta, evidenziando che i bilanci fotografavano fedelmente la situazione aziendale reale. L'ente fiscale ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che nei temi di Concordato preventivo e meritevolezza, la legge non richiede una condotta passata impeccabile del debitore. L'omologazione dipende dalla trasparenza delle informazioni e dalla fattibilità del piano per i creditori. Gli atti in frode rilevano solo se ingannano concretamente il voto dei creditori. L'ente creditore deve rimborsare oltre diecimila euro di spese legali.
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Concordato preventivo in continuità indiretta e vecchi affitti
Una società in liquidazione presentava domanda di concordato preventivo in continuità indiretta, fondando il piano su contratti di affitto d'azienda stipulati circa dieci anni prima del ricorso. L'Istituto Previdenziale e l'Agenzia delle Entrate contestavano l'omologazione, rilevando l'assenza di una reale continuità aziendale e il difetto di collegamento tra i vecchi affitti e la procedura di risanamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società debitrice, confermando la revoca dell'omologa. I giudici hanno stabilito che il concordato preventivo in continuità indiretta richiede un nesso funzionale e temporale diretto tra l'affitto d'azienda e il piano di ristrutturazione. Un contratto di affitto stipulato molti anni prima non soddisfa i requisiti di legge.
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Cartella di pagamento e concordato preventivo: ok alla notifica
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato una cartella di pagamento a un'Azienda già ammessa alla procedura di concordato preventivo, reclamando il saldo di imposte e sanzioni per anni precedenti. L'Azienda ha impugnato l'atto sostenendo che il divieto di azioni esecutive individuali durante il concordato impedisse la notifica. I giudici di merito hanno annullato l'atto, ritenendolo assimilabile a un'esecuzione. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo un chiaro principio sulla cartella di pagamento e concordato preventivo: la notifica dell'atto non costituisce un'esecuzione forzata sui beni, ma serve solo a formalizzare e far conoscere il credito fiscale per permetterne la partecipazione alla procedura. Pertanto, l'atto è del tutto legittimo e l'appello dell'ufficio è stato accolto.
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Concordato preventivo ed esecuzione: paga il 10% ma c’è condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il rapporto tra **concordato preventivo ed esecuzione** e il giudizio ordinario di accertamento del credito. Una società debitrice e i suoi garanti avevano impugnato un decreto ingiuntivo. Durante l'appello, la società veniva ammessa al concordato preventivo, pagando il credito nella misura ridotta del dieci per cento previsto dal piano. La Corte d'Appello ha comunque rideterminato il debito e condannato le parti al pagamento dell'importo accertato. La debitrice ha ricorso in Cassazione sostenendo l'estinzione del debito per effetto del pagamento concordatario. I giudici hanno rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che la procedura concorsuale non impedisce il giudizio ordinario di condanna, necessario per accertare l'effettivo credito. L'effetto esdebitatorio del concordato agirà successivamente come limite legale al momento dell'incasso, impedendo al creditore di pretendere somme superiori a quelle concordate.
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Finanza esterna nel concordato: la Cassazione esclude il piano
Una società in stato di insolvenza ha proposto ricorso per accedere al concordato preventivo, qualificando come finanza esterna nel concordato le somme che una società conferitaria avrebbe versato all'Erario a copertura dei debiti fiscali. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile la proposta e aperto la liquidazione giudiziale, evidenziando che le risorse promesse non erano estranee né neutrali: la società conferitaria era già tenuta a quel pagamento in forza dell'accollo dei debiti pattuito nell'atto di conferimento aziendale, e la debitrice iscriveva un corrispondente credito nel proprio bilancio. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Il collegio ha ribadito che non si configura un effettivo apporto di finanza esterna quando le risorse impiegate derivano da obblighi contrattuali preesistenti o attingono indirettamente al patrimonio della stessa società debitrice.
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Concordato preventivo: la vecchia legge vince sul nuovo codice
Un'azienda affronta una richiesta di fallimento avanzata dal Pubblico Ministero prima del 15 luglio 2022, data di entrata in vigore del Codice della Crisi. Successivamente, l'ente di riscossione e altri creditori chiedono la liquidazione giudiziale. L'azienda propone quindi una domanda di concordato preventivo con riserva basandosi sulle nuove norme del Codice della Crisi. I giudici di merito dichiarano inammissibile la richiesta dell'azienda ritenendola tardiva. La Corte di Cassazione conferma il rigetto del ricorso dell'azienda ma corregge la motivazione giuridica. La Suprema Corte stabilisce che la prima richiesta di fallimento, presentata prima del 15 luglio 2022, attrae l'intera vicenda sotto la vecchia Legge Fallimentare. Di conseguenza, anche la domanda di concordato preventivo presentata successivamente doveva seguire le regole previste dalla normativa precedente. L'azienda perde il ricorso ma le spese vengono interamente compensate.
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Modifica del concordato preventivo: vietata dopo l’omologa
Un'azienda commerciale ha chiesto la modifica del concordato preventivo già omologato dal tribunale, a causa dell'impossibilità sopravvenuta di rispettare i pagamenti promessi ai creditori. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, evidenziando che l'accordo omologato non può essere variato in modo unilaterale dal debitore. La società ha quindi proposto ricorso in Cassazione invocando le norme sulla continuità aziendale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo la totale inammissibilità della modifica del concordato preventivo successivamente al decreto di omologazione. L'accordo approvato dai giudici vincola rigidamente sia l'impresa che i creditori. L'eventuale impossibilità di adempiere agli obblighi condurrà esclusivamente alla risoluzione dell'accordo concorsuale.
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Revocazione ordinanza di Cassazione: i limiti dell’errore di fatto
Una società creditrice ha proposto ricorso per la revocazione ordinanza di Cassazione sostenendo che i giudici avessero valutato erroneamente la sua condotta nel procedimento prefallimentare a carico della debitrice. Secondo la ricorrente, la precedente decisione non aveva considerato la rinuncia implicita all'istanza di fallimento a seguito del concordato preventivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la revocazione ordinanza di Cassazione per errore di fatto riguarda unicamente i vizi percettivi interni al giudizio di legittimità. Quando l'errore incide sulle valutazioni del giudice di merito relative agli atti di causa, la decisione non può essere impugnata con questo rimedio straordinario. La società ricorrente è stata quindi condannata al pagamento delle spese di lite e al raddoppio del contributo unificato.
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Regolamento di competenza: quando il ricorso è inammissibile
Un creditore chiede la risoluzione del concordato di un ente consorziale per mancata esecuzione degli accordi. L'ente contesta la competenza del Tribunale adito. Il giudice rinvia l'udienza per consentire l'intervento del commissario liquidatore. L'ente propone un regolamento di competenza contro il semplice rinvio. Successivamente, il Tribunale emette sentenza definitiva: conferma la propria competenza e risolve il concordato. L'ente presenta un secondo regolamento di competenza, sostenendo la nullità della sentenza per mancata sospensione del processo. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili entrambi i ricorsi. Il rinvio d'udienza è un atto meramente ordinatorio non impugnabile. Inoltre, le contestazioni di merito e la presunta nullità della sentenza devono essere proposte davanti alla Corte d'Appello e non direttamente in Cassazione. L'ente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese legali.
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Compenso dei liquidatori: stop ai prelievi senza autorizzazione
Il Fallimento di una società ha citato in giudizio i vecchi liquidatori per recuperare le somme prelevate a titolo di compenso sia durante la procedura di concordato preventivo sia dopo la sua omologazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei professionisti. La Corte ha chiarito che il compenso dei liquidatori non autorizzato dal giudice costituisce un atto di straordinaria amministrazione se prelevato durante la crisi, poiché l'atto va valutato nell'interesse dei creditori e non dell'imprenditore. Inoltre, le rendite degli immobili aziendali rientrano interamente nell'attivo destinato al soddisfacimento dei creditori. I prelievi effettuati dopo l'omologazione rappresentano un inadempimento e non un'esecuzione del piano concordatario, rendendo legittima la revoca degli incassi. I liquidatori dovranno restituire integralmente le somme e pagare le spese di giudizio.
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Omesso versamento IVA: la crisi d’impresa può evitare la condanna
L'Amministratore di una società subisce una condanna per il reato di omesso versamento IVA per oltre un milione e mezzo di euro. La difesa sostiene che la presentazione della domanda di concordato preventivo prima della scadenza del debito impedisse i pagamenti per tutelare i creditori. La Corte di Cassazione respinge questa tesi, chiarendo che la sola istanza concordataria non elimina il reato senza un espresso divieto del tribunale. Tuttavia, i giudici accolgono il ricorso sulla particolare tenuità del fatto: la nuova normativa impone di valutare lo stato di crisi aziendale come indice primario di minore gravità. La Suprema Corte annulla parzialmente la sentenza per un nuovo esame della colpevolezza in relazione alla crisi d'impresa.
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Risoluzione del contratto in concordato: restituzioni ammesse
Alcuni soci cedono le proprie quote societarie a una società acquirente, la quale omette di saldare il prezzo pattuito. I soci cedenti inviano una formale diffida ad adempiere e, a fronte dell'inadempimento, chiedono la risoluzione del contratto e la restituzione delle quote. Nel frattempo, la società acquirente accede a una procedura concorsuale. La società acquirente contesta l'ammissibilità della domanda, sostenendo che la protezione concorsuale blocchi qualsiasi pretesa restitutoria sui beni aziendali. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'azienda. I giudici chiariscono che l'azione per la risoluzione del contratto in concordato e la relativa condanna alla restituzione sono pienamente ammissibili, poiché il blocco concorsuale riguarda unicamente le azioni esecutive e cautelari, fermo restando che l'effettivo recupero del controvalore seguirà le regole della procedura concorsuale.
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