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Legge 98/2011 — Anno 2023

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147 provvedimenti

Altri anni per Legge 98/2011

Prescrizione dei contributi previdenziali: l’avviso salva l’INPS
Un professionista impugna la richiesta dell'INPS per il pagamento di contributi omessi alla Gestione separata per gli anni 2009 e 2010. La Corte d'appello dichiara prescritti i contributi del 2009, ritenendo che il primo atto interruttivo fosse del 2017. Per il 2010, esclude la più grave sanzione per evasione, applicando quella per omissione. L'INPS ricorre in Cassazione lamentando che i giudici d'appello hanno ignorato un avviso bonario del 2015 che avrebbe interrotto la prescrizione per il 2009. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'ente previdenziale su questo punto, confermando che l'omessa valutazione dell'avviso bonario costituisce un vizio di omessa pronuncia. La causa viene rinviata per un nuovo esame sulla prescrizione dei contributi previdenziali del 2009.
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Gestione Separata INPS: basso reddito ma l’obbligo resta
Un avvocato si opponeva a un avviso di addebito dell'ente previdenziale per il pagamento di contributi relativi all'anno 2009. I giudici di merito avevano annullato la pretesa, ritenendo che il reddito inferiore a cinquemila euro dimostrasse l'occasionalità dell'attività, escludendo l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente pubblico. La Suprema Corte ha chiarito che i professionisti iscritti all'albo, pur non obbligati all'iscrizione alla Cassa di categoria, devono iscriversi alla Gestione Separata INPS se esercitano la professione in modo abituale. Il basso reddito non fa scattare in automatico l'occasionalità dell'attività. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame sull'effettiva abitualità del lavoro svolto.
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Prescrizione contributi previdenziali: no al dolo automatico
Un Professionista ha contestato un avviso di addebito dell'INPS per contributi omessi alla Gestione Separata relativi all'anno 2009. L'ente previdenziale sosteneva che il termine di prescrizione fosse sospeso a causa della mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi, qualificata come occultamento doloso del debito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che non esiste alcun automatismo tra l'omessa compilazione del quadro RR e l'occultamento doloso. Di conseguenza, la prescrizione contributi previdenziali non si sospende automaticamente, ma richiede una valutazione specifica del giudice di merito sulle circostanze concrete del caso. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Gestione separata INPS: sanzioni per omissione e non evasione
L'ente previdenziale ha richiesto a un Avvocato il pagamento dei contributi per la Gestione separata INPS per l'anno 2010, oltre alle sanzioni per evasione. La Corte d'appello ha ritenuto legittima l'iscrizione ma ha ridotto le sanzioni, applicando il regime più favorevole dell'omissione anziché dell'evasione, a causa dell'incertezza normativa. L'ente ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere l'applicazione delle sanzioni per evasione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente. I giudici hanno confermato che l'omessa comunicazione dei dati non equivale automaticamente a dolo di evasione. Inoltre, l'intervento della Corte Costituzionale (sentenza 104/2022) ha confermato l'illegittimità delle sanzioni per il periodo precedente, ma l'assenza di un ricorso incidentale dell'Avvocato impedisce l'annullamento totale delle sanzioni già decise. Vince l'Avvocato, che pagherà solo le sanzioni ridotte per omissione.
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Iscrizione gestione separata avvocati: contributi sì, sanzioni no
Una Libera Professionista ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare i contributi previdenziali e le relative sanzioni per l'anno 2009. La Corte d'Appello aveva confermato l'obbligo di iscrizione gestione separata avvocati, ma aveva ridotto le sanzioni qualificando la condotta come semplice omissione e non come evasione. La Corte di Cassazione, applicando una recente sentenza della Corte Costituzionale, ha stabilito che per gli avvocati non iscritti alla Cassa Forense prima del 2011 non sono dovute sanzioni civili per l'omessa iscrizione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso della professionista, confermando l'obbligo di versare i contributi ma annullando interamente le sanzioni civili richieste dall'ente previdenziale.
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Iscrizione alla Gestione separata INPS: sanzioni annullate
Un avvocato ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare i contributi per l'anno 2010 alla Gestione separata, eccependo la prescrizione e sostenendo che il versamento del contributo integrativo alla Cassa Forense la esonerasse dall'obbligo. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'Iscrizione alla Gestione separata INPS è obbligatoria per i professionisti che non versano il contributo soggettivo alla propria cassa. Tuttavia, accogliendo parzialmente il ricorso, ha stabilito che la prescrizione decorre dalla scadenza del termine di pagamento (6 luglio 2011) rendendo tempestiva la richiesta dell'ente del 1° luglio 2016. Infine, applicando una recente sentenza della Corte Costituzionale, la Cassazione ha esonerato la professionista dal pagamento delle sanzioni civili per il periodo precedente al 2011, confermando l'obbligo di pagare solo la quota capitale dei contributi.
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Addizionale bonus e stock options: la pagano anche i consulenti
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria chiedeva il rimborso dell'Irpef trattenuta sulla sua retribuzione variabile, sostenendo che il datore di lavoro non appartenesse al settore finanziario. L'Agenzia delle Entrate negava il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che l'addizionale bonus e stock options del 10% si applica anche ai dirigenti di società di consulenza societaria e finanziaria. La nozione di "settore finanziario" ha infatti una valenza socio-economica ampia e non si limita ai soli intermediari vigilati o che operano con il pubblico. Di conseguenza, il dirigente perde la causa e non ha diritto al rimborso delle somme trattenute.
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Contributi INPS: omesso quadro RR ma nessun occultamento doloso
L'INPS ha richiesto a un lavoratore autonomo il pagamento di contributi previdenziali per l'anno 2011. Il lavoratore si è opposto eccependo la prescrizione del credito, poiché l'avviso di pagamento era giunto oltre i cinque anni previsti. L'INPS sosteneva che la mancata compilazione del quadro RR della dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento doloso del debito, idoneo a sospendere la prescrizione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'INPS, confermando che l'omessa compilazione del quadro RR non configura automaticamente un occultamento doloso del debito, specialmente se il contribuente ha regolarmente dichiarato i propri redditi in un altro quadro (quadro CM). Di conseguenza, il credito dell'INPS è stato dichiarato definitivamente prescritto.
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Addizionale sui bonus dei manager: tassata anche la consulenza
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della trattenuta del 10% applicata sui suoi compensi variabili per l'anno 2014. Il manager sosteneva che la società non appartenesse al settore finanziario e che i bonus non superassero il triplo della sua retribuzione fissa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'addizionale sui bonus dei manager si applica anche a chi lavora nella consulenza aziendale e finanziaria. Inoltre, a seguito delle modifiche legislative del 2011, l'imposta colpisce l'intero ammontare dei bonus che eccede la retribuzione fissa, senza che sia più necessario il superamento della soglia del triplo. Di conseguenza, il fisco ha trattenuto legittimamente le somme e il contribuente ha perso la causa.
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Tassazione dei bonus dei manager: la Cassazione dà ragione al fisco
Un Dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'imposta addizionale del 10% applicata sui suoi compensi variabili per gli anni 2016 e 2017. Il contribuente sosteneva che la tassa non fosse dovuta poiché i bonus non superavano il triplo della sua retribuzione fissa. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, stabilendo che la tassazione dei bonus dei manager si applica sull'intero ammontare della quota variabile che eccede la parte fissa, senza che sia necessario superare la soglia del triplo. Di conseguenza, il prelievo supplementare è legittimo e il rimborso è stato negato.
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Addizionale su bonus e stock options: il Fisco batte il manager
Un dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'imposta addizionale del 10% trattenuta sui suoi bonus e stock options tra il 2014 e il 2017. Il Lavoratore sosteneva che l'imposta fosse dovuta solo se la parte variabile superava il triplo dello stipendio fisso. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che, dopo le modifiche legislative del 2011, l'**addizionale su bonus e stock options** si applica sull'intero importo della retribuzione variabile che supera lo stipendio fisso, senza che sia necessario superare la soglia del triplo. Di conseguenza, la richiesta di rimborso del dirigente è stata definitivamente respinta.
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Tassazione dei bonus dei dirigenti: fisso contro variabile
Un dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'addizionale Irpef del 10% trattenuta sui suoi compensi variabili negli anni 2014 e 2016. Il contribuente sosteneva che la tassa non fosse dovuta perché i premi non superavano il triplo della sua retribuzione fissa. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso, ritenendo che la legge avesse ampliato la platea dei soggetti colpiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, stabilendo che la tassazione dei bonus dei dirigenti si applica sull'intero ammontare della quota variabile che eccede la retribuzione fissa, a prescindere dal superamento della soglia del triplo. Il dirigente perde la causa e deve pagare le spese.
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Addizionale IRPEF sui bonus: la Cassazione frena i dirigenti
Una dirigente di una nota società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della tassa straordinaria applicata sui premi ricevuti negli anni 2013 e 2014. La contribuente sosteneva che il suo premio non superasse il triplo dello stipendio fisso e che la sua azienda non fosse un intermediario finanziario in senso stretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del prelievo. I giudici hanno chiarito che l'addizionale IRPEF sui bonus si applica sulla quota di premio che supera lo stipendio fisso, senza bisogno di superare la vecchia soglia del triplo. Inoltre, la nozione di settore finanziario va intesa in senso ampio, includendo anche le società di consulenza finanziaria per contrastare politiche di remunerazione speculative.
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Addizionale Irpef sui bonus: il Fisco vince contro i manager
L'Agenzia delle Entrate ha recuperato a tassazione l'addizionale Irpef sui bonus al 10% nei confronti di un dirigente del settore finanziario. Il contribuente sosteneva che l'imposta si applicasse solo se la parte variabile superava il triplo di quella fissa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che, dopo le modifiche del 2011, l'addizionale del 10% si applica sull'intero ammontare della retribuzione variabile che eccede la parte fissa, a prescindere dal fatto che superi o meno il triplo di quest'ultima. Di conseguenza, il Fisco vince la causa e il dirigente deve pagare l'imposta e le spese legali.
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Addizionale Irpef su bonus e stock options: Fisco batte manager
L'Agenzia delle Entrate ha recuperato a tassazione l'addizionale Irpef al 10% sui compensi variabili di un dirigente finanziario. Il contribuente sosteneva che l'imposta non fosse dovuta perché la sua retribuzione variabile non superava il triplo di quella fissa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che, a seguito delle modifiche normative del 2011, l'addizionale Irpef su bonus e stock options si applica sull'intero ammontare che eccede la parte fissa della retribuzione, a prescindere dal fatto che la componente variabile superi o meno il triplo di quella fissa. Di conseguenza, la sentenza d'appello favorevole al contribuente è stata cassata e la pretesa tributaria dell'amministrazione finanziaria è stata confermata.
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Addizionale Irpef sui bonus: colpiti anche i manager non vigilati
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha impugnato il rifiuto al rimborso dell'addizionale Irpef sui bonus versata nel 2013. Il ricorrente sosteneva che la società non appartenesse al settore finanziario e che il bonus non superasse il triplo della retribuzione fissa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la nozione di settore finanziario ha un'accezione ampia e include le società di consulenza societaria e finanziaria, anche se non vigilate dalla Banca d'Italia. Inoltre, con l'introduzione del comma 2-bis all'art. 33 del D.L. 78/2010, per i compensi erogati dopo il 17 luglio 2011, l'addizionale del 10% si applica sull'intera quota di bonus che eccede la parte fissa della retribuzione, senza che sia più necessario il superamento della soglia del triplo.
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Irriducibilità della retribuzione: Ministero perde contro dipendente
Un dipendente pubblico, transitato da un ente stradale a un Ministero, ha chiesto di mantenere alcune indennità (produzione, funzione e rischio) all'interno del proprio assegno personale riassorbibile. Il Ministero si è opposto, sostenendo che tali voci facessero parte della retribuzione variabile e non di quella fissa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero, confermando che il principio di irriducibilità della retribuzione protegge tutti gli emolumenti che, pur non facendo parte del trattamento fondamentale, vengono pagati in modo fisso, certo e continuativo. Di conseguenza, il lavoratore ha pienamente diritto a conservare queste somme per evitare un ingiusto peggioramento dello stipendio.
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Irriducibilità della retribuzione: stop ai tagli del Ministero
Un dipendente pubblico, trasferito dall'ente stradale nazionale ai ruoli di un Ministero, ha richiesto il mantenimento di alcune indennità nel proprio assegno personale. Il Ministero si è opposto, ritenendo tali voci variabili e non conservabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione, confermando che gli emolumenti corrisposti in modo fisso e continuativo non possono essere tagliati. La decisione tutela il principio di irriducibilità della retribuzione, stabilendo che la certezza e la costanza del pagamento prevalgono sulla formale classificazione del contratto collettivo. Il lavoratore conserva quindi il diritto a mantenere lo stipendio originario.
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Irriducibilità della retribuzione: stipendio salvo dai tagli
Alcuni dipendenti pubblici, trasferiti da un ente stradale a un Ministero, hanno chiesto la conservazione di indennità fisse e continuative (produzione, rischio e funzione) nel proprio stipendio. Il Ministero si è opposto, sostenendo che tali voci fossero variabili e quindi non garantite. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero, confermando che il principio di irriducibilità della retribuzione tutela tutti gli emolumenti corrisposti in modo fisso e continuativo, a prescindere dalla loro formale classificazione contrattuale. Di conseguenza, i lavoratori hanno diritto a mantenere queste indennità all'interno dell'assegno personale riassorbibile.
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Assegno ad personam riassorbibile: il Ministero perde la causa
Una lavoratrice, trasferita dai ruoli di un ente pubblico economico a quelli di un Ministero, ha richiesto il mantenimento di alcune indennità di produzione, funzione e rischio all'interno del proprio stipendio. Il Ministero si è opposto, ritenendo tali voci variabili e non conservabili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero, confermando che le indennità corrisposte in modo fisso e continuativo devono essere incluse nell'assegno ad personam riassorbibile. Il principio dell'irriducibilità della retribuzione tutela infatti la stabilità economica del dipendente pubblico quando il compenso è certo nell'esistenza e nell'ammontare, a prescindere dalla classificazione formale del contratto collettivo. Vince la lavoratrice, con condanna dell'amministrazione alle spese di giudizio.
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