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D.Lgs. 165/2001 — Anno 2025

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501 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 165/2001

Assegno ad personam: calcolo errato e rinvio
Il caso riguarda ex lettori universitari, ora collaboratori linguistici, in lite con un'università per la corretta determinazione della retribuzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei lavoratori, ravvisando un errore nel calcolo dell'assegno ad personam da parte del giudice di merito, che aveva utilizzato un divisore orario errato e meno favorevole. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata su questo punto e la causa rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione. Sono state invece respinte le censure relative alla presunta discriminazione e alla validità della procura conferita dall'ateneo alla propria avvocatura interna.
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Accordo conciliativo: no all’ultra-attività
Una lavoratrice universitaria ha perso il ricorso con cui chiedeva differenze retributive basate su un vecchio contratto collettivo, richiamato in un accordo conciliativo. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo non poteva garantire l'applicazione perpetua del vecchio contratto, poiché superato da una nuova contrattazione collettiva. È stato inoltre confermato il termine di prescrizione di cinque anni, e non dieci, per la restituzione dei contributi trattenuti.
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Mansioni superiori: quando non spetta la retribuzione
Un Ufficiale di Polizia Municipale ha richiesto la retribuzione per mansioni superiori di tipo dirigenziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione di merito. È stato decisivo che il ruolo apicale non fosse più classificato come dirigenziale nell'organico comunale e che il dipendente non avesse provato l'effettivo e prevalente svolgimento di tali compiti.
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Mansioni superiori: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un dipendente comunale che chiedeva il riconoscimento di mansioni superiori. La Corte ha stabilito che il ricorso non denunciava vizi di legge, ma mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. La decisione sottolinea che, per ottenere il riconoscimento, non basta svolgere compiti complessi, ma è necessario dimostrare il possesso delle specifiche caratteristiche professionali previste dal CCNL per la qualifica superiore, come conoscenze plurispecialistiche e responsabilità di risultati su processi complessi, cosa che nel caso di specie non è avvenuta.
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Demansionamento e risarcimento: la prova presuntiva
Una dipendente pubblica, reintegrata dopo un'assoluzione penale, viene assegnata a mansioni inferiori (demansionamento). La Cassazione ha confermato la condanna dell'ente pubblico al risarcimento del danno professionale e di immagine, ritenendo sufficiente la prova presuntiva basata sulla differenza tra le vecchie e le nuove mansioni e sulla durata del demansionamento stesso.
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Inquadramento superiore: contano le mansioni svolte
Un dipendente pubblico, geologo, ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori e le relative differenze retributive. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda, ritenendo necessaria la responsabilità del provvedimento finale. La Corte di Cassazione ha cassato tale decisione, specificando che per l'inquadramento superiore non è indispensabile la responsabilità finale, ma è sufficiente che le mansioni svolte corrispondano a uno dei criteri alternativi previsti dal contratto collettivo, come l'elevata specializzazione o la complessità dei compiti. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Retribuzione variabile: quando spetta al dipendente?
Un dipendente comunale ha svolto per anni mansioni dirigenziali superiori. I giudici di merito gli hanno riconosciuto il diritto alla piena retribuzione, inclusa la retribuzione variabile. La Corte di Cassazione ha parzialmente riformato la decisione, stabilendo che, in assenza di atti formali come la 'pesatura' dell'incarico e l'assegnazione di obiettivi, al dipendente spetta solo la retribuzione variabile nella misura minima prevista dai contratti collettivi, a meno che non venga avanzata una specifica richiesta di risarcimento per perdita di chance.
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Procedimento disciplinare: quando scatta il termine?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15292/2025, ha chiarito un punto cruciale sul procedimento disciplinare nel pubblico impiego. Il termine perentorio per avviare l'azione disciplinare non decorre da una semplice informazione, ma solo dal momento in cui l'amministrazione acquisisce una "notizia di infrazione qualificata", ovvero completa e tale da consentire una specifica contestazione. Nel caso di specie, relativo a un accesso abusivo a banche dati, la Corte ha stabilito che il termine è iniziato a decorrere non dalla data delle prime sommarie informazioni, ma da quando l'ente ha avuto pieno accesso agli atti del fascicolo penale.
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Inammissibilità appello: Cassazione chiarisce requisiti
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d'Appello che aveva dichiarato l'inammissibilità dell'appello di un'amministrazione pubblica per aspecificità. Il caso riguardava una procedura di mobilità per dirigenti scolastici. La Suprema Corte ha chiarito i requisiti per evitare l'inammissibilità appello, affermando che è sufficiente una chiara individuazione delle questioni contestate e una parte argomentativa che confuti le ragioni del primo giudice. In questo caso, l'appello dell'amministrazione era sufficientemente dettagliato, poiché contrapponeva alla decisione di primo grado una precisa ricostruzione basata sulla normativa e sulla contrattazione collettiva, giustificando la priorità data a certi dirigenti rispetto ad altri.
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Società di comodo: Cassazione sul credito IVA
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15227/2025, ha stabilito che la qualifica di 'società di comodo' non è sufficiente per negare il diritto alla detrazione del credito IVA. Analizzando il caso di un'impresa in liquidazione, la Corte ha applicato i principi del diritto europeo, affermando che la normativa nazionale che prevede tale automatismo deve essere disapplicata in quanto sproporzionata. La causa è stata rinviata per una nuova valutazione che tenga conto dell'effettiva attività economica e dell'assenza di frode o abuso.
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Mansioni superiori: quando il coordinamento non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha respinto il ricorso di una dipendente pubblica che chiedeva il riconoscimento di mansioni superiori. La lavoratrice, inquadrata in categoria C, sosteneva di aver svolto compiti da categoria D in qualità di coordinatrice di un nucleo di lavoro. La Corte ha stabilito che un ruolo di mero coordinamento, senza effettivi poteri di gestione e controllo gerarchico del personale, non è sufficiente per integrare i requisiti della categoria superiore, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Contestazione disciplinare: vale la data di invio
La Corte di Cassazione chiarisce un punto cruciale sulla tempistica della contestazione disciplinare nel pubblico impiego. Confermando un orientamento consolidato, la Corte ha stabilito che, per rispettare il termine di decadenza, è sufficiente l'adozione e l'invio dell'atto di contestazione da parte dell'amministrazione, risultando irrilevante la data di ricezione da parte del dipendente. Il caso riguardava un dirigente pubblico sanzionato per due distinti addebiti. La Corte d'Appello aveva annullato una delle sanzioni ritenendo tardiva la contestazione perché ricevuta dal lavoratore oltre il termine previsto. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, accogliendo il ricorso dell'ente pubblico e affermando che il momento rilevante è quello in cui l'amministrazione esprime la propria volontà sanzionatoria, non quello in cui il destinatario ne viene a conoscenza.
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Danno da precariato: la stabilizzazione non basta
La Corte di Cassazione ha stabilito che la stabilizzazione di un lavoratore non esclude automaticamente il diritto al risarcimento per il danno da precariato derivante dall'abuso di contratti a termine. È necessario che il giudice di merito verifichi l'esistenza di un nesso di causa-effetto diretto tra l'abuso subito e l'assunzione a tempo indeterminato. Se l'assunzione avviene tramite un concorso che offre solo una mera 'chance', la funzione risarcitoria non può considerarsi soddisfatta. La Corte ha quindi cassato la sentenza d'appello che aveva negato il risarcimento, rinviando per una nuova valutazione.
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Autorizzazione lavoro straordinario: basta il consenso
Una dipendente pubblica si è vista negare il pagamento dello straordinario in primo e secondo grado per mancanza di autorizzazione formale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che per l'autorizzazione lavoro straordinario è sufficiente il consenso anche implicito del datore di lavoro. La Corte ha chiarito che il lavoro non deve essere svolto all'insaputa o contro la volontà del datore, valorizzando la sostanza sulla forma e rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Mansioni superiori: diritto alla retribuzione?
Un dipendente pubblico, dopo essere stato trasferito a un'Azienda Sanitaria, ha rivendicato il diritto alla retribuzione per mansioni superiori di livello dirigenziale che sosteneva di aver svolto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, in quanto mirava a una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità. Tuttavia, la Corte ha colto l'occasione per correggere la motivazione della sentenza d'appello, riaffermando il principio secondo cui anche un dipendente privo di qualifica dirigenziale ha diritto al trattamento economico corrispondente alle mansioni superiori effettivamente svolte.
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Lavoro Straordinario PA: Quando Non Viene Pagato?
Un dipendente pubblico assunto con contratti a termine ha citato in giudizio il Comune per ottenere il pagamento di ore di lavoro straordinario e di periodi lavorati senza contratto. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto le sue richieste. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando le decisioni precedenti. La sentenza sottolinea l'importanza dell'autorizzazione per il lavoro straordinario PA e i rigidi limiti procedurali per l'impugnazione, come la regola della "doppia conforme" e il divieto di una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità.
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Dichiarazione mendace: quando scatta la decadenza?
Una lavoratrice del settore scolastico è stata esclusa da una graduatoria per aver dichiarato un servizio a tempo pieno anziché part-time. La Corte di Cassazione ha annullato l'esclusione, stabilendo che una dichiarazione mendace causa la decadenza solo se la falsità è determinante per ottenere il beneficio. Poiché, nel caso specifico, il punteggio per il servizio part-time e full-time era identico, la dichiarazione, sebbene non veritiera, era irrilevante ai fini del posizionamento in graduatoria (c.d. 'falso innocuo') e non poteva giustificare l'esclusione.
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Giurisdizione professore: a chi spetta la decisione?
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite risolve un conflitto di giurisdizione tra giudice ordinario e amministrativo. La controversia riguarda la richiesta di un'università di restituire somme indebitamente percepite da un docente per un incarico all'estero. La Suprema Corte stabilisce che, data la natura pubblicistica del rapporto di lavoro, la giurisdizione del professore universitario spetta al giudice amministrativo, anche per le questioni puramente patrimoniali, cassando la sentenza del tribunale ordinario e rimettendo le parti davanti al TAR.
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Sequestro probatorio: limiti e proporzionalità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un professionista contro un'ordinanza di sequestro probatorio dei suoi dispositivi informatici. Il ricorrente lamentava la natura esplorativa e sproporzionata del provvedimento. La Corte ha stabilito che il decreto era legittimo, in quanto specificava sufficientemente i reati ipotizzati, i beni ricercati (prove di attività extra-lavorativa) e il perimetro temporale delle indagini, rispettando così i principi di adeguatezza e proporzionalità. Eventuali eccessi nella fase esecutiva non invalidano l'ordine originario.
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Prescrizione presuntiva e mansioni superiori negate
Un dipendente pubblico ha ottenuto il riconoscimento delle differenze retributive per mansioni superiori. L'ente datore di lavoro ha fatto ricorso in Cassazione eccependo la prescrizione presuntiva, ma la Corte ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha stabilito che la prescrizione presuntiva non è applicabile quando il debitore contesta l'esistenza stessa del credito, negando che le mansioni superiori siano mai state svolte. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibile il motivo di ricorso volto a un riesame delle prove nel merito.
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