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D.Lgs. 165/2001 — Anno 2022

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559 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 165/2001

Abuso del contratto a termine: accertato l’abuso ma danno ridotto
Un'Azienda Sanitaria ha rinnovato per dieci anni il contratto di una dirigente farmacista tramite contratti a tempo determinato successivi. La Corte d'Appello ha accertato l'abuso del contratto a termine, condannando l'ente pubblico al risarcimento del danno quantificato in quindici mensilità. La Corte di Cassazione ha confermato l'esistenza dell'abuso, ribadendo che le tutele europee contro la precarizzazione si applicano anche alla dirigenza sanitaria. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso dell'Azienda sulla quantificazione del danno. La Cassazione ha stabilito che per il pubblico impiego non si applica l'indennità prevista per il licenziamento illegittimo, ma il risarcimento specifico per i contratti a termine, compreso tra 2,5 e 12 mensilità. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare la somma spettante alla lavoratrice.
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Divieto di dimora per il Sindaco: la legge prevale sul voto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Sindaco sottoposto alla misura del divieto di dimora nel territorio comunale. L'amministratore era accusato di abuso d'ufficio per aver assunto un collaboratore già condannato per lo stesso reato, violando le norme anticorruzione. La difesa sosteneva l'illegittimità del divieto di dimora poiché produceva effetti simili alla sospensione dall'ufficio elettivo, vietata come misura interdittiva. La Suprema Corte ha chiarito che le misure coercitive personali, come il divieto di dimora, possono essere legittimamente applicate anche a chi ricopre cariche elettive. Escludere tali soggetti violerebbe il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Di conseguenza, il Sindaco rimane soggetto alla misura cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Assolto ma senza rimborso spese legali dipendente pubblico
Un lavoratore dello Stato ha richiesto il rimborso spese legali dipendente pubblico dopo essere stato assolto nel processo penale per l'uso improprio del badge marcatempo affidato ai colleghi. L'amministrazione si è opposta alla richiesta ottenendo la revoca del pagamento. La Corte di Cassazione ha confermato che il beneficio economico spetta esclusivamente se le condotte contestate sono direttamente connesse all'espletamento dei doveri di servizio e svolte nell'interesse dell'ente. La falsa timbratura del cartellino costituisce un atto personale contrario ai doveri d'ufficio. Pertanto, la semplice assoluzione penale non è sufficiente ad ottenere il ristoro delle spese legali.
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Finto autonomo nella PA: vale il lavoro subordinato di fatto
Un'Azienda Sanitaria Regionale ha impiegato una lavoratrice dal 2011 al 2015 con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. La Lavoratrice ha richiesto il riconoscimento del lavoro subordinato di fatto e il pagamento delle differenze retributive. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'Appello, dichiarando inammissibile il ricorso dell'Azienda Sanitaria. I giudici hanno stabilito che l'assoggettamento a orari fissi, direttive gerarchiche e potere disciplinare trasforma il rapporto autonomo in un impiego dipendente effettivo. Anche se il contratto è nullo per violazione delle norme sui concorsi pubblici, si applica l'articolo 2126 del codice civile. La Lavoratrice ha quindi diritto alla retribuzione prevista dal contratto collettivo nazionale di comparto per le prestazioni svolte.
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Reiterazione contratti a termine: no al ruolo in altro ente
Un'educatrice ha chiesto il risarcimento dei danni al proprio Comune per la reiterazione contratti a termine protrattasi per diversi anni. I giudici di merito avevano respinto la domanda, sostenendo che l'ente avesse offerto varie possibilità di stabilizzazione concorsuale e che la lavoratrice avesse comunque ottenuto un ruolo a tempo indeterminato presso il Ministero dell'Istruzione. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che semplici opportunità incerte non cancellano l'illecito. Inoltre, l'assunzione a tempo indeterminato sana la reiterazione contratti a termine solo se avviene in modo diretto e immediato presso la stessa amministrazione che ha commesso l'abuso. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza precedente e rinviato la causa per rideterminare il risarcimento del danno.
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Falsa attestazione della presenza in servizio: truffa in SpA
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa aggravata e falsa attestazione della presenza in servizio nei confronti di un dipendente di una società interamente partecipata dal Comune. Il lavoratore si era assentato per un intero turno di lavoro simulando la sua presenza. La difesa sosteneva che la natura di società per azioni dell'azienda escludesse l'aggravante del danno a un ente pubblico e che il danno economico fosse minimo. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che le società in mano pubblica che gestiscono servizi di interesse generale sono equiparate agli enti pubblici. Inoltre, la falsa attestazione della presenza in servizio non arreca solo un danno economico, ma disorganizza il servizio e lede l'immagine dell'amministrazione. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Posto fisso negato: divieto di conversione nel pubblico impiego
Un ausiliario socio-sanitario ha contestato l'illegittimità dei contratti a termine stipulati con un'azienda sanitaria. Il Tribunale ha inizialmente ordinato la reintegrazione, ma la Corte d'Appello ha escluso la trasformazione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato, concedendo solo un risarcimento economico. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo il principio del divieto di conversione nel pubblico impiego. Anche per le aziende sanitarie, che rientrano tra le pubbliche amministrazioni, la violazione delle norme sulle assunzioni a tempo determinato non può mai comportare la nascita di un rapporto di lavoro stabile. Questo limite tutela il buon andamento della pubblica amministrazione e l'accesso tramite concorso pubblico. Il lavoratore ha quindi diritto esclusivamente al risarcimento del danno economico, senza poter ottenere il posto fisso.
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Mansioni superiori nel pubblico impiego: dubbio in Cassazione
Una dipendente amministrativa di un'azienda sanitaria, inquadrata nella categoria D, ha richiesto le differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori nel pubblico impiego, riferite alla categoria DS. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo non provato il pieno svolgimento delle funzioni di coordinamento. La lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando il travisamento della propria domanda e la violazione delle regole processuali. La Sesta Sezione Civile, rilevando l'assenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato sul legame tra la categoria DS del comparto sanità e le funzioni di coordinamento, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. Con questa decisione, la Corte ha rimesso la trattazione della causa alla sezione ordinaria per un approfondimento nomofilattico, rinviando la decisione finale.
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Abuso di contratti a termine: niente posto fisso ma risarcimento
Un'operatrice sanitaria ha lavorato per anni presso un'Azienda Sanitaria Locale con una serie continua di contratti a tempo determinato. Ha chiesto la conversione del rapporto in un contratto a tempo indeterminato e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha respinto la domanda per mancanza di prove sul danno subito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che l'abuso di contratti a termine nel settore pubblico non consente la conversione del rapporto, ma fa scattare automaticamente il diritto a un risarcimento forfettario (chiamato danno comunitario) compreso tra 2,5 e 12 mensilità. Il lavoratore non deve quindi dimostrare il danno concreto, poiché questo si presume già esistente a causa dell'illegittimità del comportamento del datore di lavoro pubblico. La causa è stata rinviata per una nuova decisione.
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Contratto a termine nel pubblico impiego: risarcimento sì, ruolo no
Alcuni dipendenti di un'Azienda Sanitaria hanno contestato l'illegittimità dei loro contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha riconosciuto il danno quantificandolo secondo le regole del licenziamento illegittimo. L'Azienda Sanitaria ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che per il contratto a termine nel pubblico impiego non si applica l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, poiché la conversione in ruolo è vietata dalla Costituzione. Il risarcimento va invece calcolato come danno comunitario forfettario, compreso tra 2,5 e 12 mensilità, esonerando il lavoratore dall'onere della prova, salvo risarcimento maggiore se provato. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione, rinviando la causa per il ricalcolo del danno.
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Rinnovo automatico contratto dirigenziale: nullo nel pubblico
Un dirigente impugna il recesso anticipato da parte di un consorzio pubblico, sostenendo che il suo incarico quinquennale si fosse già rinnovato grazie a una clausola contrattuale. La Corte d'Appello gli dà ragione, ma la Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte stabilisce che il **rinnovo automatico contratto dirigenziale** nella pubblica amministrazione è nullo. Il conferimento di incarichi dirigenziali pubblici richiede sempre una valutazione discrezionale e aggiornata da parte dell'amministrazione su obiettivi e risultati. Di conseguenza, non si possono applicare automatismi contrattuali di tipo privatistico. La Cassazione accoglie il ricorso dell'ente pubblico e annulla la sentenza precedente.
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Contratto a termine nullo: risarcimento sì, ma niente posto fisso
Un operaio ha impugnato il suo contratto a termine stipulato con un Consorzio di bonifica siciliano, chiedendo la conversione in un rapporto a tempo indeterminato. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo il termine per mancanza di reali esigenze temporanee, ordinando la conversione del rapporto. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Consorzio. I giudici hanno stabilito che, sebbene il contratto a termine fosse illegittimo, la conversione in un rapporto stabile è vietata. La legge regionale siciliana impone infatti il divieto di assunzioni a tempo indeterminato senza concorso pubblico per questi enti. Di conseguenza, il lavoratore ha diritto solo al risarcimento del danno economico, ma non al posto fisso.
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Falsa attestazione della presenza in servizio: condannato custode
Un custode di una biblioteca comunale è stato condannato per il reato di falsa attestazione della presenza in servizio, per aver fatto risultare la propria presenza sul posto di lavoro mentre si trovava altrove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando la condanna a un anno di reclusione e trecento euro di multa. La Suprema Corte ha respinto le tesi difensive basate sul presunto malfunzionamento del marcatempo, rilevando che la contestazione riguardava la totale assenza di timbrature. Inoltre, i giudici hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta, inserita in un contesto diffuso di assenteismo tra i dipendenti dell'ente pubblico.
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Decadenza per false dichiarazioni: no all’esclusione automatica
Un'Aspirante Collaboratrice Scolastica è stata esclusa dalle graduatorie provinciali per aver omesso di dichiarare una condanna penale di primo grado, da cui è stata poi assolta. Il Ministero ha disposto la decadenza dalle graduatorie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la decadenza per false dichiarazioni non opera in modo automatico. L'esclusione è legittima solo se la falsità riguarda requisiti sostanziali indispensabili per l'accesso al pubblico impiego. Se l'omissione riguarda fatti ininfluenti sul possesso dei requisiti, la pubblica amministrazione non può disporre l'automatica decadenza, ma deve valutare la gravità del comportamento secondo criteri di proporzionalità. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Demansionamento nel pubblico impiego: tolto il ruolo, zero danni
Un ufficiale della Polizia Municipale, con il grado di tenente e inquadrato nella categoria D, ha fatto causa al Comune per cui lavorava lamentando un presunto demansionamento nel pubblico impiego. Il dipendente sosteneva che la revoca delle funzioni di coordinamento della viabilità e della polizia ambientale lo avesse ridotto a svolgere compiti da semplice agente di categoria C. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la differenza tra le categorie C e D non risiede nel coordinamento, ma nella complessità e plurispecialità delle mansioni. Inoltre, la perdita di una posizione organizzativa temporanea non costituisce demansionamento nel pubblico impiego, poiché essa comporta solo un beneficio economico temporaneo e non un mutamento del profilo professionale. Il lavoratore è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Svuotamento delle mansioni: Ente Pubblico condannato a risarcire
Il Lavoratore, dipendente di un Ente Pubblico, ha subito uno svuotamento delle mansioni, rimanendo di fatto senza compiti da svolgere. La Corte d'Appello ha accertato questa grave condotta, condannando l'amministrazione al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali. L'Ente Pubblico ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la qualificazione del danno e l'esito della consulenza medica d'ufficio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che lo svuotamento delle mansioni rappresenta una violazione gravissima che supera il semplice demansionamento. I giudici hanno chiarito che lasciare un dipendente inattivo lede la sua dignità professionale e personale, rendendo superfluo qualsiasi confronto sulla equivalenza formale dei compiti. L'Ente Pubblico è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio.
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Demansionamento nel pubblico impiego: quando cambiare ruolo è lecito
Un dipendente comunale, assunto come comandante della Polizia municipale, viene rimosso dall'incarico e assegnato ad altri uffici come vigilanza, patrimonio, tributi e commercio. Il lavoratore lamenta un demansionamento nel pubblico impiego e ottiene il risarcimento in appello. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, accogliendo il ricorso del Comune. La Suprema Corte chiarisce che nel lavoro pubblico contrattualizzato vige il principio dell'equivalenza formale: non c'è demansionamento se le nuove mansioni rientrano nella stessa area di inquadramento prevista dal contratto collettivo, a prescindere dalla professionalità concreta acquisita dal dipendente. Inoltre, non si configura alcuno svuotamento di mansioni se il lavoratore svolge compiti effettivi e non viene lasciato in totale inattività. La sentenza viene quindi cassata con rinvio.
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Giurisdizione nel pubblico impiego: decide il giudice civile
Una dipendente di un'azienda sanitaria ha chiesto il riconoscimento di un beneficio economico per aver svolto funzioni di coordinatrice per oltre tre anni, fino al pensionamento nel 2014. I giudici di merito avevano negato la competenza del tribunale civile, ritenendo che la questione spettasse al giudice amministrativo perché nata da una delibera del 1992. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la giurisdizione nel pubblico impiego spetta al giudice ordinario quando gli effetti del diritto si protraggono oltre il 30 giugno 1998. Poiché la dipendente ha svolto le mansioni fino al 2014, la causa deve essere decisa dal giudice civile ordinario.
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Demansionamento nel pubblico impiego: comandante perde il ruolo
Un dipendente comunale, per trent'anni comandante della polizia municipale, è stato assegnato al ruolo di responsabile della Protezione Civile. Il lavoratore ha fatto causa lamentando un demansionamento nel pubblico impiego e chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando la decisione della Corte d'Appello. I giudici hanno chiarito che nel settore pubblico vige il principio dell'equivalenza formale delle mansioni, regolato dall'articolo 52 del decreto legislativo 165/2001. Poiché il nuovo incarico rientrava nella stessa categoria contrattuale (Categoria D) del precedente, non si configura alcuna dequalificazione professionale. La Corte ha inoltre escluso lo svuotamento delle mansioni, in quanto il lavoratore ha continuato a svolgere compiti effettivi, e ha condannato il dipendente al pagamento delle spese di giudizio.
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Truffa militare: assolto il dipendente dal doppio lavoro
Un militare svolgeva l'attività di cameriere nei fine settimana senza autorizzazione, intestando i compensi ai familiari per nascondere il doppio lavoro. Accusato di truffa militare, era stato condannato nei primi gradi di giudizio poiché il suo silenzio aveva impedito all'amministrazione di recuperare le somme indebitamente percepite. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno stabilito che la mancata attivazione di una procedura di recupero crediti non costituisce un danno patrimoniale diretto ed effettivo per lo Stato, elemento essenziale per configurare il reato. Di conseguenza, il militare è stato assolto.
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