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D.Lgs. 165/2001 — Anno 2022

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559 provvedimenti

Altri anni per D.Lgs. 165/2001

Frode dipendente pubblico: ricorso inammissibile per genericità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Lavoratore Pubblico condannato per frode dipendente pubblico, ovvero l'uso irregolare dei sistemi di rilevazione delle presenze. Il Lavoratore aveva contestato la responsabilità penale e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto, oltre a una presunta nullità dell'accusa. La Corte ha ritenuto le contestazioni generiche e non tempestive. Ha ribadito che il reato si configura con la semplice condotta fraudolenta. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Assenze e domiciliari: no al pericolo di reiterazione del reato
Un dipendente pubblico con funzioni di vertice nella Polizia locale subisce un'indagine per truffa aggravata e false attestazioni della presenza in servizio. Il Pubblico Ministero richiede gli arresti domiciliari. Il Giudice e il Tribunale del Riesame respingono l'istanza. L'indagato avrebbe causato un danno economico modesto, pari a soli 56 euro, attraverso condotte sporadiche e risalenti nel tempo, senza elementi che indichino la prosecuzione degli illeciti. Il Pubblico Ministero propone ricorso per Cassazione contro tale diniego. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso della Procura. I giudici di legittimità confermano l'assenza delle esigenze di tutela cautelare: il pericolo di reiterazione del reato deve risultare concreto e attuale. Nel caso di specie, la modesta entità del danno e la natura isolata degli episodi escludono ogni necessità di custodia cautelare.
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Misure cautelari personali: no ai domiciliari per danno lieve
Il Pubblico Ministero ha richiesto gli arresti domiciliari per un'agente di polizia municipale. L'indagata ha timbrato il cartellino al posto di un collega assente, causando alla pubblica amministrazione un danno di 23,37 euro. Il Giudice per le indagini preliminari e il Tribunale del Riesame hanno respinto la richiesta per assenza di pericolo concreto e attuale di reiterazione del reato. L'episodio contestato era unico e risaliva a oltre un anno prima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. L'applicazione delle misure cautelari personali richiede un pericolo reale, attuale e dimostrato da elementi concreti, che non può basarsi sulla sola qualifica del lavoratore o su una condotta isolata di lieve entità.
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Inammissibilità ricorso penale: eredi senza diritto, co-imputata con censure infondate
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale presentato dagli eredi di un imputato deceduto e da una co-imputata. Il caso riguardava reati di truffa e false attestazioni contro un Comune. Gli eredi non avevano la legittimazione per impugnare la sentenza dopo la morte del reo. Il ricorso della co-imputata è stato ritenuto manifestamente infondato, poiché riproponeva censure già esaminate e rigettate nei gradi precedenti. La Cassazione ha confermato la condanna della co-imputata e l'obbligo di risarcimento danni al Comune, oltre al pagamento delle spese processuali.
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Rettore e incarichi esterni: assoluzione per compatibilità e assenza di danno
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Rettore universitario accusato di indebita percezione di erogazioni e peculato, e di un Preside per abuso d'ufficio, tutti legati alla gestione di incarichi extra-istituzionali. Il Rettore aveva assunto un ruolo dirigenziale in una società di trasporto pubblico, mantenendo la qualifica di professore a tempo pieno. Era anche accusato di aver destinato tablet universitari a tecnici esterni. Il Preside aveva autorizzato l'incarico del Rettore. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, confermando le assoluzioni. Ha stabilito che il Rettore aveva comunicato e ottenuto le autorizzazioni necessarie, svolgendo l'incarico gratuitamente e senza danno per l'Ateneo. La destinazione dei tablet era stata ratificata e aveva scopo promozionale. Non si è configurato un ingiusto vantaggio o danno. La sentenza chiarisce i limiti della Incompatibilità incarichi pubblici e l'applicazione dei reati contestati.
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Misure cautelari personali: gravi indizi ma niente arresti
La Procura ha chiesto gli arresti domiciliari per un soggetto accusato di aver timbrato due volte il badge di un collega assente. Il Giudice e il Tribunale del Riesame hanno respinto la richiesta per difetto di attualità e concretezza del pericolo di reiterazione, trattandosi di episodi limitati e risalenti a oltre un anno prima. Il Pubblico Ministero ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la gravità del danno alla pubblica amministrazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'applicazione delle misure cautelari personali richiede un pericolo reale, recente e non meramente ipotetico, confermando la libertà dell'indagato.
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Falsità ideologica in atto pubblico: assolto il candidato al bando
Un candidato a un concorso pubblico dirigenziale è stato accusato di falsità ideologica in atto pubblico. La pubblica accusa contestava l'autocertificazione dei cinque anni di servizio prestato e la dichiarazione di insussistenza di incompatibilità professionali. Il candidato aveva però allegato fin dall'inizio i certificati dei servizi svolti come docente precario e contestualmente dichiarato l'impegno a rinunciare agli incarichi professionali incompatibili prima dell'assunzione. I giudici di merito hanno assolto il candidato perché il fatto non sussiste. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione, rigettando il ricorso della pubblica accusa e dichiarando inammissibile quello dell'ente pubblico costituito parte civile.
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Peculato e retribuzione dirigenziale: assolto il segretario
Il Segretario Generale e il Responsabile di Ragioneria di un ente pubblico sono stati accusati di peculato e abuso d'ufficio per l'erogazione di indennità integrative derivanti dalla copertura di posizioni dirigenziali vacanti. Le parti civili contestavano l'illegittima attribuzione di tali somme in violazione del principio di onnicomprensività retributiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle parti civili, confermando l'assoluzione degli imputati. I giudici hanno stabilito l'insussistenza del reato di peculato e retribuzione dirigenziale poiché l'assegnazione dei fondi dipendeva da deliberazioni formali dell'organo di governo dell'ente, approvate sotto il controllo dell'organo di revisione contabile. Mancavano sia l'appropriazione autonoma delle somme sia il dolo, considerata anche la presenza di complessi dubbi interpretativi sulla normativa di settore.
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Misure cautelari personali: no ai domiciliari senza rischio reale
La Procura ha chiesto gli arresti domiciliari per un soggetto accusato di aver timbrato abusivamente il badge presenze di un funzionario pubblico in due occasioni distinte. Il Giudice per le Indagini Preliminari e il Tribunale del Riesame hanno respinto l'istanza per difetto di attualità e concretezza del pericolo di recidiva. Il Pubblico Ministero ha presentato ricorso per Cassazione contestando la mancata valorizzazione del danno all'ente pubblico e la serialità della condotta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa. Due condotte isolate risalenti a oltre un anno prima non giustificano l'applicazione di misure cautelari personali, mancando una prognosi credibile di recidiva futura.
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Pericolo di recidiva: Cassazione conferma no arresti per false attestazioni
Il Pubblico Ministero ha impugnato la mancata applicazione degli arresti domiciliari per una dipendente pubblica accusata di truffa aggravata e false attestazioni di servizio. Il Tribunale della Libertà aveva respinto la richiesta, escludendo un concreto e attuale pericolo di recidiva. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la correttezza della motivazione del giudice di merito. I fatti, circoscritti a quattro episodi di false attestazioni nel luglio 2020, erano risalenti nel tempo e non presentavano elementi che giustificassero la necessità di una misura cautelare per prevenire la reiterazione del reato.
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Concorso in abuso d’ufficio: incarico nullo ma privato innocente
Un collaboratore esterno ha svolto attività lavorativa retribuita presso un ente comunale tramite un contratto a progetto prorogato nel tempo. I giudici di merito hanno contestato l'omissione della preventiva procedura selettiva comparativa, condannando il lavoratore per concorso in abuso d'ufficio insieme alla dirigente pubblica incaricata della selezione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del privato e ha annullato la condanna senza rinvio. I giudici di legittimità hanno escluso la responsabilità penale del collaboratore, evidenziando la totale assenza di prove su una sua istigazione o su accordi pregressi con il funzionario. Il concorso in abuso d'ufficio del privato richiede una condotta attiva di spinta o agevolazione e non si presume dalla mera accettazione dell'incarico pubblico o dall'esecuzione delle mansioni assegnate.
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Badge timbrato per 9 euro: niente arresto senza esigenze cautelari
Un agente di polizia locale ha timbrato il cartellino per conto di un collega assente, causando al Comune un danno patrimoniale accertato pari a meno di dieci euro per un singolo episodio isolato. La Procura ha richiesto la misura degli arresti domiciliari, ma i giudici territoriali hanno respinto l'istanza per insussistenza delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno chiarito che la sola esistenza di indizi di reato non basta per disporre la limitazione della libertà: occorre un pericolo concreto e attuale di recidiva, incompatibile con un fatto occasionale e di modestissima entità economica.
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Pericolo di reiterazione del reato: annullata la misura cautelare
Il Tribunale applicava la misura degli arresti domiciliari a un ex funzionario comunale accusato di corruzione, ritenendo sussistente il pericolo di reiterazione del reato nonostante il suo collocamento in pensione. Secondo l'ipotesi d'accusa, l'indagato avrebbe favorito un imprenditore ottenendo vantaggi personali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ex dipendente pubblico, evidenziando che il pericolo di reiterazione del reato deve essere concreto e attuale. Nel caso specifico, la cessazione del servizio, unitamente all'assenza di ingerenze recenti e al controllo avviato dal Comune stesso, esclude un automatico rischio di nuove condotte illecite. Pertanto, i giudici di legittimità hanno annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione attenta della reale capacità dell'indagato di condizionare la pubblica amministrazione.
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Abuso d’ufficio: assoluzione contestata e ricorso in appello
Un dirigente di una società a controllo pubblico è stato rimosso dalla propria carica tramite una delibera del consiglio di amministrazione. Considerata la revoca come una ritorsione personale e non come una scelta organizzativa, il lavoratore ha accusato gli amministratori del reato di abuso d'ufficio per il danno economico subito. Il Tribunale ha assolto gli imputati perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato a seguito delle riforme normative. Il dirigente ha proposto ricorso diretto in Cassazione per contestare l'assoluzione, invocando la violazione dei principi di imparzialità della pubblica amministrazione. La Suprema Corte ha stabilito che, siccome il ricorso richiede di esaminare anche questioni di fatto, l'atto deve essere convertito in appello. I giudici hanno quindi trasmesso il fascicolo alla Corte d'Appello competente per svolgere il giudizio di secondo grado.
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Conferimento incarichi dirigenziali: le regole di nomina
Una dipendente pubblica contesta il provvedimento regionale di assegnazione della sede lavorativa e la nomina di un collega alla guida della struttura speciale stampa. La lavoratrice lamenta la mancata indizione di un bando pubblico e l'assenza di iscrizione all'albo dei giornalisti del dirigente nominato. I giudici confermano la legittimità della condotta della Pubblica Amministrazione. Il conferimento incarichi dirigenziali per funzioni di supporto politico non richiede l'iscrizione all'albo giornalistico, poiché tali compiti implicano attività gestionali e consulenziali e non informazione pura. Inoltre, la mancata pubblicazione dell'avviso non lede la ricorrente che ha comunque presentato spontaneamente la candidatura. La Cassazione respinge integralmente il ricorso della lavoratrice, convalidando le scelte organizzative dell'ente pubblico.
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Furto in servizio: licenziamento per giusta causa senza condanna
Un dipendente comunale, uscito in servizio con i colleghi per riparare buche stradali, ha partecipato alla deviazione del tragitto su un furgone dell'ente per prelevare materiale edile da un'area privata. A seguito di un incidente stradale, le forze dell'ordine hanno arrestato l'intera squadra per concorso in furto e danneggiamento del veicolo di servizio. L'amministrazione ha disposto il licenziamento per giusta causa. Il lavoratore ha impugnato la sanzione, sostenendo la mancanza di una sentenza penale definitiva e l'assenza di propria colpa diretta. La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità del recesso immediato: la gravità della condotta commessa durante l'orario di servizio lede irrimediabilmente la fiducia tra le parti, rendendo superfluo attendere l'esito del processo penale.
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Reiterazione abusiva di contratti a termine e risarcimento danni
Una lavoratrice ha chiesto il risarcimento del danno per la reiterazione abusiva di contratti a termine dopo aver superato il limite di trentasei mesi di servizio presso un Comune. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda ritenendo determinante la circostanza che alla lavoratrice fosse stata offerta la stabilizzazione presso un ente differente, ossia il Ministero dell'Istruzione. La lavoratrice ha quindi presentato ricorso per Cassazione contro questa decisione. La Suprema Corte ha rilevato la grande rilevanza della questione di diritto e l'impatto generale del tema sulla tutela del precariato pubblico. Per questi motivi, i giudici hanno disposto la rimessione della causa alla pubblica udienza della sezione specializzata in pubblico impiego per un esame approfondito.
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Mansioni superiori dirigenza medica: esclusi i compensi extra
Alcuni dirigenti sanitari hanno sostituito per oltre un anno i responsabili di strutture complesse andati in quiescenza. I medici hanno richiesto le differenze retributive piene, sostenendo la sussistenza di mansioni superiori dirigenza medica. L'Azienda Sanitaria ha corrisposto unicamente l'indennità contrattuale di sostituzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda Sanitaria, rigettando integralmente le pretese economiche dei lavoratori. La Suprema Corte ha chiarito che nel settore sanitario vige il principio del ruolo unico dirigenziale. La temporanea reggenza di un reparto non costituisce passaggio a mansioni più elevate e non attribuisce lo stipendio accessorio del primario sostituito, persino nell'ipotesi in cui l'incarico provvisorio si protragga oltre i limiti temporali previsti dalla contrattazione collettiva.
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Incarico di sostituzione dirigenziale: stop a nomine illegittime
Un dirigente medico ha fatto causa alla propria Azienda Sanitaria dopo essere stato illegittimamente escluso dall'assegnazione di un ruolo temporaneo di vertice del reparto. La struttura pubblica ha prorogato ripetutamente l'incarico di sostituzione dirigenziale a un altro collega per oltre tre anni, violando il limite contrattuale di dodici mesi e omettendo qualsiasi comparazione trasparente tra i curricula dei candidati idonei. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'ente sanitario, confermando la condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali per ventimila euro a favore del medico pretermesso. La Suprema Corte ha ribadito che la Pubblica Amministrazione deve sempre rispettare i principi di correttezza, buona fede e trasparenza nella valutazione comparativa del personale.
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Incarichi extra lavorativi non autorizzati: stop al dipendente
Un dipendente pubblico a tempo pieno ha svolto per anni attività professionali esterne per committenti pubblici e privati senza richiedere la prescritta autorizzazione all'ente di appartenenza. La Corte dei conti ha condannato il lavoratore a risarcire il danno subito dall'amministrazione per la violazione dell'obbligo di esclusività. Il dipendente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la giurisdizione del giudice contabile e lamentando la prescrizione del diritto al risarcimento. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore. Gli incarichi extra lavorativi non autorizzati comportano l'obbligo di riversare i compensi indebitamente percepiti. La Cassazione ha ribadito che la contestazione sulla giurisdizione era preclusa per mancata impugnazione tempestiva e che la valutazione sui termini di prescrizione spetta pienamente al giudice contabile senza travalicare i poteri della legge.
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