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Art. 91 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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1206 provvedimenti

Altri anni per Art. 91 Codice di Procedura Civile

Compensazione spese legali: quando è possibile?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della compensazione spese legali in un caso riguardante l'erogazione della prestazione NASpI. L'ente previdenziale aveva provveduto al pagamento dopo il deposito del ricorso ma prima della sua notifica. Poiché il ricorrente ha proseguito il giudizio per oltre due anni senza informare il giudice dell'avvenuto pagamento, la Corte ha ravvisato gravi ed eccezionali ragioni per non condannare l'ente alle spese di lite.
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Spese processuali: quando pagarle in caso di nullità.
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un lavoratore che contestava la condanna alle spese processuali di primo grado a seguito della dichiarazione di nullità della sentenza per mancata integrazione del contraddittorio con l'INPS. La Corte ha stabilito che il giudice d'appello non può liquidare automaticamente tali spese se non ha elementi per attribuire l'irregolarità a una specifica parte.
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Decadenza previdenziale: la conferma della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicabilità della decadenza previdenziale in un caso di ricalcolo dell'indennità per i lavoratori agricoli. La variazione degli elenchi nominativi è stata definita come atto definitivo, rendendo tardiva l'azione giudiziaria intrapresa dal lavoratore oltre i termini stabiliti dalla legge.
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Compensazione spese legali: limiti e nuove regole
La Corte di Cassazione ha annullato una decisione che disponeva la compensazione spese legali nonostante un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato. Il caso riguardava contributi previdenziali dichiarati prescritti, dove il giudice di merito aveva evitato di condannare l'ente soccombente alle spese invocando una generica complessità della materia, motivazione ritenuta illogica dalla Suprema Corte.
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Liquidazione spese giudiziali: i minimi inderogabili
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino che contestava la liquidazione spese giudiziali effettuata dalla Corte d'Appello in misura inferiore ai minimi tariffari previsti dal D.M. 55/2014. La Suprema Corte ha stabilito che la determinazione globale e indistinta dei compensi, senza il rispetto degli scaglioni di valore e delle fasi processuali, rende illegittima la decisione, obbligando a una nuova valutazione che rispetti i parametri legali.
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Retribuzione ferie: indennità variabili incluse
Una società di trasporti ha contestato l'inclusione di indennità variabili nella retribuzione ferie dei suoi dipendenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che, in linea con il diritto europeo, la retribuzione durante le ferie deve essere paragonabile a quella ordinaria per non dissuadere i lavoratori dal fruirne. La Corte ha inoltre chiarito che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto.
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Incentivi opere pubbliche: no per manutenzione
Un dipendente pubblico ha citato in giudizio un ente per ottenere il pagamento di incentivi legati a progetti di opere pubbliche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la decisione della Corte d'Appello. Il punto centrale è la distinzione tra "lavori" e "servizi": gli incentivi opere pubbliche, secondo la legge, spettano solo per i primi. Le attività di manutenzione del verde e sgombraneve sono state qualificate come servizi di manutenzione ordinaria, escludendole così dal beneficio economico.
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Retribuzione feriale: le indennità variabili contano
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda di trasporti, confermando che nella retribuzione feriale devono essere incluse anche le indennità variabili corrisposte in modo continuativo e collegate all'esecuzione delle mansioni. La decisione si fonda sul principio europeo secondo cui la paga durante le ferie non deve essere inferiore a quella ordinaria, per non dissuadere il lavoratore dal godere del proprio diritto al riposo. La sentenza ha inoltre ribadito che, in assenza di un regime di stabilità forte, la prescrizione dei crediti di lavoro decorre dalla fine del rapporto.
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Lavoro subordinato ricercatore: la Cassazione decide
Una ricercatrice contesta la qualificazione del suo rapporto come autonomo. La Corte di Cassazione, evidenziando la complessità della distinzione nel caso del lavoro subordinato ricercatore e la presenza di giurisprudenza contrastante, ha rinviato la causa a una pubblica udienza per una decisione approfondita, senza risolvere il merito della questione.
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Termine procedimento disciplinare: da quando decorre?
La Corte di Cassazione chiarisce un punto cruciale sul calcolo del termine procedimento disciplinare nel pubblico impiego. Con l'ordinanza in esame, ha stabilito che il termine di 120 giorni per la conclusione del procedimento decorre dalla data in cui la notizia dell'infrazione perviene all'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) e non da quando viene ricevuta da altri uffici, come l'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP). La sentenza cassa la decisione della Corte d'Appello, che aveva erroneamente annullato una sanzione calcolando il termine da un momento precedente.
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Lavoro subordinato mascherato: tutele e nullità
La Corte di Cassazione conferma la decisione d'Appello che aveva riqualificato un rapporto di volontariato in lavoro subordinato mascherato. Il caso riguarda un'infermiera, formalmente volontaria per un'associazione, che di fatto lavorava per un'azienda sanitaria pubblica. La Corte ha stabilito che, nonostante la nullità del contratto per violazione di norme imperative, il lavoratore ha diritto alla retribuzione per il periodo di lavoro prestato, ai sensi dell'art. 2126 c.c. La responsabilità economica ricade esclusivamente sull'ente pubblico che ha beneficiato della prestazione, e non sull'associazione intermediaria.
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Compensazione spese legali: quando è legittima?
Un lavoratore contesta la compensazione spese legali decisa dalla Corte d'Appello in una causa contro una compagnia assicurativa. La Corte di Cassazione conferma la legittimità della compensazione basata sulla novità della questione legale, ma annulla la condanna del lavoratore al pagamento delle spese di un terzo ente, evocato in giudizio solo come litisconsorte necessario e non come avversario. La decisione chiarisce l'applicazione del principio della soccombenza.
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Liquidazione spese legali: il principio di causalità
Una lavoratrice ha contestato la liquidazione delle spese legali a suo favore. La Corte d'Appello ha errato, applicando una tariffa obsoleta e compensando le spese del secondo grado. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che si applica sempre la tariffa vigente al momento della decisione e che il principio di soccombenza (chi perde paga) prevale, anche se il processo d'appello è stato necessario per un errore del primo giudice. La sentenza chiarisce i criteri per una corretta liquidazione spese legali.
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Compenso incentivante: no per servizi di manutenzione
Un dipendente pubblico ha richiesto un compenso incentivante per attività di manutenzione del verde e sgombraneve. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, negando il diritto all'incentivo. La Corte ha stabilito che tali attività rientrano nella categoria dei "servizi" e non delle "opere pubbliche", poiché non comportano una modifica fisica e permanente della realtà, requisito essenziale per il riconoscimento del compenso incentivante previsto dalla legge.
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Incentivo pubblico impiego: no per i servizi
Un dipendente pubblico ha richiesto un incentivo per attività di manutenzione del verde e sgombraneve. La Corte di Cassazione ha negato il diritto al compenso, chiarendo che l'incentivo pubblico impiego spetta solo per 'opere e lavori' che modificano la realtà fisica, e non per 'servizi' come quelli in questione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: il nesso
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un musicista licenziato due volte da una fondazione per ragioni economiche. Con l'ordinanza n. 31660/2023, la Corte ha stabilito che non basta invocare una generica necessità di riduzione dei costi. Il datore di lavoro deve provare il nesso di causalità, ovvero dimostrare perché ha scelto di sopprimere proprio quel posto di lavoro e non altri, anche più costosi. La Corte ha cassato la sentenza precedente, affermando che il controllo giudiziale deve verificare l'effettività della ragione economica addotta, senza che ciò costituisca un'indebita interferenza nelle scelte aziendali. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Licenziamento motivo oggettivo: prova e reintegra
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31645/2023, ha rigettato il ricorso di una fondazione contro la sentenza che annullava il licenziamento di un dipendente. Il caso verteva su un licenziamento per motivo oggettivo basato su una riorganizzazione aziendale. La Corte ha confermato che spetta al datore di lavoro dimostrare il nesso causale tra la riorganizzazione e la soppressione del posto di lavoro. In assenza di tale prova, il licenziamento è illegittimo e, alla luce delle recenti sentenze della Corte Costituzionale, si applica la tutela reintegratoria.
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Spese processuali: la rinuncia agli atti non basta
Una società si opponeva a un precetto, notificava la rinuncia all'azione alla controparte ma non la depositava telematicamente in tribunale. La controparte si costituiva in giudizio e otteneva la condanna della società al pagamento delle spese processuali. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della società e chiarendo che la rinuncia, per essere efficace e bloccare le spese, deve essere formalizzata con il deposito in cancelleria prima che per la controparte scada il termine per costituirsi.
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Obbligo di repêchage: la Cassazione fa chiarezza
Una lavoratrice, licenziata per giustificato motivo oggettivo a seguito della soppressione della sua posizione di cassiera, ha impugnato il licenziamento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31561/2023, ha accolto il suo ricorso, ribaltando la decisione di merito. La Corte ha stabilito che l'onere di provare l'impossibilità del repêchage spetta al datore di lavoro. Tale prova deve essere concreta e non basata su astratte "massime di esperienza". Inoltre, la Corte ha sottolineato la rilevanza del livello di inquadramento contrattuale: non può essere considerato un dato "neutro" se l'azienda assume nuovo personale a un livello pari o inferiore a quello del lavoratore licenziato, poiché indica una potenziale fungibilità delle mansioni. La valutazione sull'obbligo di repêchage deve quindi considerare la specifica professionalità del lavoratore e le posizioni disponibili, anche inferiori.
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Onere della prova: dirigente perde in Cassazione
Un dirigente apicale, dopo aver citato in giudizio l'azienda per il pagamento di ferie non godute, si è visto opporre una domanda riconvenzionale per appropriazione indebita. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, confermando la condanna. L'ordinanza ribadisce che spetta al dirigente l'onere della prova di non aver potuto fruire delle ferie a causa di eccezionali esigenze aziendali e che la valutazione dei fatti operata dai giudici di merito non è riesaminabile in sede di legittimità.
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