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Art. 873 Codice Civile — Sezione Seconda Civile

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467 provvedimenti

Altri anni per Art. 873 Codice Civile

Distanze legali tra costruzioni: ricorso vago, l’opera resta
I Vicini hanno citato in giudizio Il Proprietario per violazione delle distanze legali tra costruzioni, chiedendo la demolizione di alcune coperture realizzate sul suo immobile. Dopo alterne decisioni nei primi gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei Vicini. La Suprema Corte ha chiarito che chi contesta la violazione delle distanze edilizie non può limitarsi a richiamare genericamente l'intero regolamento comunale, ma deve indicare con precisione la norma violata e spiegare come i giudici abbiano errato. Inoltre, eventuali irregolarità amministrative o la non conformità ai permessi di costruire rilevano solo nei rapporti con il Comune, non tra privati. Di conseguenza, Il Proprietario vince la causa e mantiene le opere, mentre I Vicini sono condannati a pagare le spese legali.
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Distanze legali tra costruzioni: demolito l’edificio fuori norma
Il Proprietario Confinante ha citato in giudizio I Vicini, contestando la violazione delle distanze legali tra costruzioni. I Vicini avevano infatti edificato alcuni fabbricati a meno di dieci metri dal confine, distanza minima prescritta dal piano regolatore comunale per le zone agricole. I Vicini si difendevano invocando il principio di prevenzione, poiché la norma locale consentiva comunque la costruzione in aderenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei Vicini, confermando l'ordine di demolizione. I giudici hanno chiarito che, se il regolamento comunale impone una distanza minima dal confine pur consentendo l'aderenza, il primo costruttore può scegliere solo tra il rispetto della distanza regolamentare o la costruzione sul confine stesso. Non è invece permesso costruire a una distanza intermedia inferiore a quella prescritta.
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Distanze legali: il box sul confine non supera il muro comune
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei proprietari di un immobile contro la decisione che riteneva legittimo un box auto costruito dal vicino. Il vicino aveva ottenuto la comunione forzosa del muro di confine, ma il box superava in altezza e larghezza la sagoma del muro stesso, violando le distanze legali e i regolamenti comunali. Inoltre, il vicino aveva installato una scossalina metallica direttamente sulla parete esclusiva dei ricorrenti, invadendo la loro proprietà. La Cassazione ha chiarito che la comunione del muro non permette di superarne l'altezza senza consenso e che le contestazioni su infiltrazioni e distanze della rampa di accesso non erano domande nuove in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Risarcimento danni per crollo muro: l’orto batte il nubifragio
I comproprietari di un immobile hanno richiesto il risarcimento danni per crollo muro di confine, causato dalla realizzazione di un orto da parte del vicino. Una precedente sentenza passata in giudicato aveva gi" accertato la responsabilit" esclusiva del vicino, condannandolo alla ricostruzione. La Corte d'Appello ha successivamente quantificato il danno in oltre 143.000 euro. Il vicino ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo la presenza di un nubifragio eccezionale come causa di forza maggiore e lamentando la violazione delle distanze legali del vecchio muro. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la responsabilit" del vicino era ormai definitiva e che le contestazioni sulle distanze di un muro gi" crollato non erano pi" attuali. Il vicino perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Distanze tra costruzioni: quando la nuova legge salva la casa
Due proprietari confinanti hanno fatto causa alle vicine lamentando il mancato rispetto delle distanze tra costruzioni. La Corte d'Appello, applicando un regolamento comunale sopravvenuto, ha ordinato l'arretramento dell'edificio a cinque metri dal confine, ritenendo inammissibile la richiesta di risarcimento del danno perché presentata in ritardo. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dei proprietari. La Corte ha chiarito che le nuove norme sulle distanze tra costruzioni, se più favorevoli, si applicano subito ed evitano la demolizione se l'edificio risulta conforme. Inoltre, la richiesta di risarcimento del danno non può essere formulata per la prima volta in appello se prima si era chiesta solo la demolizione, trattandosi di una domanda nuova e tardiva.
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Distanze legali: perché il condono non ferma la demolizione
Una società proprietaria di un immobile ha citato in giudizio il proprietario confinante per la violazione delle distanze legali, chiedendo la demolizione di un garage abusivo. Il proprietario si è difeso sostenendo di aver usucapito il diritto di mantenere la costruzione a distanza ridotta, basandosi su una domanda di condono edilizio e su un vecchio accordo privato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario. I giudici hanno chiarito che il condono edilizio ha valore solo verso la pubblica amministrazione e non sana le violazioni nei rapporti tra vicini. Inoltre, i privati non possono accordarsi per violare le distanze previste dai piani regolatori comunali, poiché tali norme tutelano l'interesse pubblico all'ordinato sviluppo del territorio. Di conseguenza, il proprietario confinante deve demolire la porzione di garage abusiva.
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Distanze legali tra costruzioni: la Cassazione salva la zona B
Una società proprietaria di un immobile ha citato in giudizio una società fallita lamentando la violazione delle distanze legali tra costruzioni per edifici separati da una strada pubblica in zona omogenea B. La Corte d'appello aveva ordinato l'arretramento o la riduzione dell'altezza del fabbricato della convenuta, applicando i limiti restrittivi previsti dal decreto ministeriale del 1968. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società fallita. I giudici hanno chiarito che, in base a una norma di interpretazione autentica del 2019, i limiti di distanza previsti dai commi secondo e terzo dell'articolo 9 del decreto ministeriale si applicano esclusivamente alle zone di nuova espansione (zona C) e non alla zona B. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio per una nuova decisione.
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Distanze legali: la rinuncia che chiude la guerra tra vicini
La proprietaria di un immobile ha citato in giudizio i vicini per aver realizzato una sopraelevazione senza rispettare le distanze legali e per aver invaso il suo terreno. La Corte di appello ha ordinato l'arretramento della costruzione di ventidue centimetri e la liberazione dell'area occupata. Uno dei vicini ha proposto ricorso in Cassazione, ma ha successivamente depositato una formale rinuncia agli atti del giudizio, accettata dalle controparti. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del processo. Di conseguenza, la sentenza d'appello è diventata definitiva, obbligando il vicino a demolire la porzione abusiva e a restituire il terreno.
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Distanze legali tra costruzioni: la Cassazione ferma la lite
I Primi Proprietari hanno citato in giudizio i Vicini per violazione dei confini. I Vicini hanno risposto con una domanda riconvenzionale, contestando la legittimità di una veranda e di una tettoia dei Primi Proprietari. I giudici di merito hanno ordinato l'arretramento dei manufatti a cinque metri dal confine. I Primi Proprietari hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'applicabilità del principio di prevenzione in assenza di norme locali chiare sulle distanze legali tra costruzioni al momento dell'edificazione. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, ha sospeso la decisione e ha ordinato al Comune di fornire informazioni ufficiali sulla successione delle regole urbanistiche nel tempo, per verificare quale fosse la reale disciplina applicabile.
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Distanze legali: il vicino perde la causa contro i balconi
Un proprietario ha fatto causa all'impresa costruttrice confinante, sostenendo che il nuovo edificio violasse le distanze legali. Secondo il proprietario, la distanza di 5 metri dal confine doveva essere calcolata dalla punta dei balconi sporgenti e non dal muro della casa. I giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha chiarito che il regolamento edilizio comunale può stabilire regole specifiche per i balconi. Nel caso in questione, il regolamento locale prevedeva una doppia misura: 5 metri per le pareti e 1,50 metri per i balconi. Poiché la costruzione rispettava entrambe le misure, l'edificio è stato dichiarato perfettamente in regola. Di conseguenza, il proprietario che ha avviato la causa ha perso definitivamente e non ha diritto ad alcuna demolizione o risarcimento.
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Distanze legali: l’accordo violato costa la demolizione
Un venditore cede un terreno a un'impresa costruttrice, pattuendo nel contratto la possibilità di edificare a una distanza minima di quattro metri dal confine, in deroga ai cinque metri previsti dal regolamento comunale. L'impresa edifica però a una distanza inferiore a quella concordata. Il venditore agisce in giudizio chiedendo l'arretramento dell'edificio. Gli acquirenti degli immobili impugnano la decisione favorevole al venditore. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando che l'accordo ha costituito una servitù a tutela delle distanze legali. La violazione di tale diritto reale comporta l'obbligo di riduzione in pristino tramite arretramento della costruzione, escludendo la possibilità di sostituire la demolizione con il solo risarcimento del danno, in quanto la tutela dei diritti reali non incontra il limite dell'eccessiva onerosità.
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Servitù di veduta abusiva: il danno è automatico anche senza prove
Il caso nasce dalla controversia tra due vicini di casa. Il Proprietario chiedeva l'arretramento del muro di contenimento delle Vicine e la rimozione di una ringhiera che creava una servitù di veduta abusiva sul proprio fondo, oltre al risarcimento dei danni. La Corte d'Appello respingeva la richiesta di risarcimento ritenendo che il danno non fosse automatico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Proprietario su questo punto, stabilendo che la lesione del diritto di proprietà causata da una servitù di veduta abusiva produce un danno "in re ipsa" (implicito). Di conseguenza, il danno non richiede prove specifiche e deve essere risarcito tramite liquidazione equitativa dal giudice. La sentenza è stata cassata con rinvio per la quantificazione del danno.
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Ristrutturazione edilizia e distanze legali: tetto da demolire
Una proprietaria ha fatto causa a una società costruttrice lamentando che il rifacimento del tetto di un edificio vicino violasse le distanze dal confine. La società sosteneva si trattasse di una semplice ristrutturazione. La Corte d'Appello ha invece accertato che l'intervento, avendo aumentato l'altezza di novanta centimetri e modificato la forma del tetto creando un sottotetto potenzialmente abitabile, costituiva una nuova costruzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che ogni modifica che aumenta altezza o volume si qualifica come nuova costruzione. Di conseguenza, l'opera rientra nella disciplina della ristrutturazione edilizia e distanze legali, obbligando il costruttore alla riduzione in pristino (demolizione) e al risarcimento dei danni, oltre a dover tenere indenni gli acquirenti degli appartamenti.
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Distanze tra costruzioni: demolizione per chi viola i confini
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il tema delle distanze tra costruzioni e della determinazione dei confini. Il Vicino ha citato in giudizio i Proprietari confinanti lamentando la violazione delle distanze legali della loro nuova costruzione. I giudici di merito, basandosi sui rilievi dei tecnici e sul frazionamento allegato all'atto di acquisto, hanno accertato il confine e ordinato l'arretramento dell'edificio, oltre al risarcimento del danno. I Proprietari hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo l'incertezza del confine e l'esclusione degli sporti dal calcolo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che nel processo civile vige la regola della "preponderanza dell'evidenza" e che i regolamenti locali non possono modificare la nozione civilistica di costruzione. I Proprietari perdono la causa e devono demolire la parte abusiva e pagare le spese.
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Distanze legali tra costruzioni: vince il terreno originario
Il proprietario di un terreno ha citato in giudizio un centro sportivo confinante per la violazione delle distanze legali tra costruzioni, lamentando la presenza di un palo di illuminazione e di un basamento in cemento a distanza inferiore rispetto a quella prevista dai regolamenti comunali. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda ritenendo i manufatti non rilevanti poiché misurati a partire da un terrapieno rialzato creato successivamente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del proprietario, stabilendo che il calcolo dell'altezza e della sporgenza di un'opera deve essere effettuato prendendo come riferimento l'originario piano di campagna e non il livello del terreno modificato artificialmente. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Distanze legali tra costruzioni: patti privati contro il Comune
Una proprietaria ha citato in giudizio i vicini di casa per la violazione delle distanze dal confine, poiché il loro fabbricato sorgeva a soli 4,75 metri anziché ai 5 metri previsti dal piano regolatore comunale. I vicini si difendevano sostenendo che un accordo privato sul muro di confine comune modificasse il calcolo delle distanze. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei vicini, confermando che le norme comunali sulle distanze legali tra costruzioni sono inderogabili da accordi privati. Inoltre, in presenza di un muro di confine comune, la distanza va misurata non dalla linea mediana, ma dalla facciata interna del muro stesso. I vicini sono stati condannati ad arretrare la propria costruzione e a pagare le spese legali.
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Distanze tra costruzioni: demolito il muro abusivo del vicino
Un proprietario ha citato in giudizio la società immobiliare confinante contestando la violazione delle distanze tra costruzioni. La società aveva realizzato tre muri in cemento armato uniti a dei fabbricati a meno di cinque metri dal confine, oltre a un muro di cinta abusivo sul terreno del vicino. Il Tribunale ha respinto la domanda qualificandola come regolamento di confini. La Corte d'Appello ha invece accolto la domanda del proprietario, ordinando la demolizione delle opere. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società. La Suprema Corte ha chiarito che i muri uniti a fabbricati perdono la natura di semplici muri di cinta e si considerano vere costruzioni, soggette al rispetto delle distanze minime dal confine stabilite dai regolamenti locali.
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Distanze legali tra edifici: l’abuso è del venditore, chi paga?
Il Vicino ha citato in giudizio i Nuovi Proprietari per violazione delle distanze legali tra edifici a causa di una mansarda abusiva, chiedendone l'arretramento e il risarcimento dei danni. I Nuovi Proprietari hanno chiamato in causa i Venditori per essere garantiti, poiché l'abuso era stato iniziato da questi ultimi. La Corte d'Appello ha condannato i Nuovi Proprietari all'arretramento e ha escluso la responsabilità dei Venditori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Nuovi Proprietari limitatamente alla responsabilità dei Venditori. I giudici di legittimità hanno rilevato una grave contraddizione nella sentenza d'appello: la perizia tecnica aveva infatti dimostrato che i Venditori avevano realizzato ben due terzi della mansarda abusiva prima della vendita. La causa è stata rinviata per un nuovo esame sulla manleva.
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Distanze legali tra costruzioni: no al confine a zig-zag
I Vicini hanno contestato la costruzione dei Costruttori, edificata in parte sul confine e in parte a soli 1,60 metri da esso, violando il regolamento comunale che imponeva una distanza minima di 5 metri. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittima l'opera applicando il principio di prevenzione. La Cassazione ha accolto il ricorso dei Vicini, stabilendo che le distanze legali tra costruzioni non consentono di edificare lungo una linea spezzata, alternando parti sul confine a parti a distanza inferiore a quella regolamentare. La Corte ha inoltre accolto parzialmente il ricorso dei Costruttori sulle infiltrazioni d'acqua, rinviando la causa alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Distanze legali tra edifici: quando il muro diventa stanza
Una proprietaria demolisce un muro di contenimento per realizzare un vano abitativo, violando le distanze legali tra edifici. La vicina chiede la demolizione della nuova opera, la rimozione di tubi da un'intercapedine e contesta la sopraelevazione dell'edificio per motivi di stabilità. La Corte d'Appello ordina l'arretramento della costruzione e la rimozione dei tubi, ma salva la sopraelevazione. La Cassazione accoglie parzialmente i ricorsi di entrambe: conferma che il muro trasformato in stanza deve rispettare le distanze legali tra edifici, ma annulla la decisione sui tubi per carenza di motivazione giuridica e sulla sopraelevazione, ricordando che per vietarla basta il pericolo potenziale alla stabilità dell'edificio, senza necessità di un danno concreto già verificatosi. La causa torna in appello.
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