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Art. 671 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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907 provvedimenti

Altri anni per Art. 671 Codice di Procedura Penale

Reato continuato: fare il corriere non basta per lo sconto
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato per tre condanne relative a reati di droga commessi tra il 2010 e il 2018. Tra i fatti vi era una detenzione di oltre cinque anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. La Suprema Corte ha chiarito che il ruolo continuativo di corriere della droga e la semplice inclinazione a commettere reati sfruttando le occasioni non dimostrano un unico disegno criminoso. La lunga carcerazione interrompe la programmazione unitaria dei reati, escludendo l'applicazione del reato continuato in fase esecutiva.
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Continuazione dei reati: sconti negati se l’appello è tardivo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato contro la rideterminazione della pena decisa dal giudice dell'esecuzione. Il ricorrente contestava il calcolo degli aumenti per la continuazione dei reati legati al traffico di stupefacenti e la mancata riduzione della metà della pena per una contravvenzione giudicata con rito abbreviato. La Suprema Corte ha chiarito che il metodo matematico applicato, pur non formalmente perfetto, non ha alterato il risultato finale. Inoltre, ha stabilito che l'omessa riduzione della metà per le contravvenzioni in sede di giudizio abbreviato costituisce una violazione di regole processuali e non una pena illegale; pertanto, non può essere corretta dal giudice dell'esecuzione, ma doveva essere impugnata con i normali mezzi di ricorso.
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Reato continuato in sede esecutiva: la Cassazione riapre il caso
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per diverse condanne definitive per ricettazione, truffa e associazione a delinquere. Il Tribunale di Napoli, come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta sostenendo che mancasse la prova di un precedente riconoscimento della continuazione tra alcuni reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, rilevando che l'ordinanza che provava il precedente riconoscimento era presente negli atti. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice dell'esecuzione non può ignorare le valutazioni precedenti sulla continuazione per reati commessi nello stesso arco temporale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione e ha rinviato il caso al Tribunale di Napoli per un nuovo esame.
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Reato continuato: la Cassazione vieta aumenti di pena illegittimi
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza della Corte d'appello che, operando come giudice dell'esecuzione, ha rideterminato la sanzione complessiva applicando la disciplina del reato continuato. Nel calcolare la pena, il giudice ha stabilito per un reato-satellite un aumento di quattro anni e dieci mesi di reclusione. Tuttavia, la sentenza definitiva di condanna per quel singolo reato prevedeva una pena inferiore, pari a soli tre anni di reclusione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione. I giudici di legittimità hanno ribadito che il giudice dell'esecuzione non può aumentare la pena per i reati-satellite oltre la misura stabilita dal giudice della cognizione nella sentenza irrevocabile. Il caso è stato rinviato per una nuova decisione conforme a questo principio.
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Reato continuato: tra vendetta occasionale e piano di clan
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per un omicidio e un tentato omicidio commessi a breve distanza nel 2007. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo i due episodi autonomi e privi di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, evidenziando che il giudice non ha analizzato adeguatamente le prove fornite dalla difesa. Tali prove dimostravano che entrambi i fatti di sangue rientravano in una precisa strategia di scontro tra clan rivali pianificata a fine 2006. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Reato continuato in fase esecutiva: no allo sconto automatico
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione del giudice dell'esecuzione che aveva negato il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva per alcuni reati commessi a breve distanza temporale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale tra i reati non basta a dimostrare una volizione unitaria, ossia un unico disegno criminoso programmato in anticipo. Il ricorrente non ha contestato in modo specifico le motivazioni del giudice di merito, limitandosi a contestazioni generiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione precedente e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Continuazione nel reato: la Cassazione boccia i rigetti generici
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina della continuazione nel reato in sede esecutiva per diversi furti aggravati commessi a breve distanza di tempo nel luglio 2012. Il Tribunale di Velletri, in qualita di Giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta con una motivazione generica, escludendo l'esistenza di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, evidenziando che il giudice di merito ha omesso di valutare la forte contiguità temporale e tipologica dei reati. La Suprema Corte ha definito la motivazione del rigetto come apparente e ha annullato l'ordinanza, rinviando gli atti al Tribunale per una nuova e piu approfondita valutazione della continuazione nel reato.
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Continuazione dei reati: scelta di vita o disegno unico?
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una donna condannata per vari reati, tra cui associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, che chiedeva il riconoscimento della continuazione dei reati in sede esecutiva. La ricorrente sosteneva che le condotte illecite, commesse tra il 2014 e il 2017, fossero collegate da un unico disegno criminoso legato al mercato della droga. I giudici hanno invece confermato la decisione del Tribunale di Catania, stabilendo che la reiterazione dei reati non derivava da una pianificazione unitaria iniziale, ma da una scelta di vita improntata al crimine per trarne sostentamento. Di conseguenza, la Cassazione ha escluso l'applicazione del trattamento sanzionatorio di favore previsto per la continuazione dei reati, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: scontro tra GIP e Appello
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione tra più reati nella fase di esecuzione della pena. Il Giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta, ma il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione contestando la competenza del giudice dell'esecuzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la competenza spetta alla Corte di Appello, in quanto autorità che ha emesso l'ultimo provvedimento diventato irrevocabile prima della presentazione della domanda. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza del primo giudice e ha ordinato la trasmissione degli atti alla Corte di Appello competente.
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Riconoscimento della continuazione: abitudine contro disegno unico
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione per reati di droga commessi tra ottobre e novembre 2020. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza ritenendo i fatti una mera scelta di vita criminale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice dell'esecuzione non può ignorare una precedente valutazione che aveva già riconosciuto il vincolo della continuazione per alcuni di quei reati. La Cassazione ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Torino per un nuovo esame, riaffermando che il mancato riconoscimento della continuazione richiede una motivazione rigorosa se contrasta con precedenti decisioni sullo stesso disegno criminoso.
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Reato continuato: la Cassazione corregge il rigetto del giudice
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per quattro condanne definitive per spaccio di stupefacenti commesse tra il 2013 e il 2019. Il Tribunale di Bologna ha respinto l'istanza evidenziando la notevole distanza temporale tra i fatti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che, sebbene il lungo tempo trascorso escluda l'unificazione per i fatti del 2013, il giudice dell'esecuzione non può ignorare le precedenti valutazioni dei giudici di merito che avevano già riconosciuto la continuazione per i reati commessi tra il 2014 e il 2015. Il Tribunale dovrà ora rivalutare l'unificazione delle pene per questi ultimi episodi.
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Reato continuato: lo sconto di pena va applicato solo alla fine
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di Bologna che, agendo come giudice dell'esecuzione, aveva unificato diverse condanne applicando la disciplina del reato continuato. Il ricorrente lamentava un calcolo errato della pena complessiva, in quanto il giudice non aveva applicato correttamente lo sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato e aveva aumentato in modo ingiustificato le sanzioni per i reati minori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in caso di continuazione tra condanne da giudizio abbreviato, il giudice deve determinare la pena base e gli aumenti al lordo e solo alla fine applicare la riduzione di un terzo sul totale complessivo. L'ordinanza e stata annullata con rinvio.
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Reato continuato: quando accumulare furti non dà lo sconto
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per quattro diverse condanne per furto, commesse tra il 2010 e il 2017. Il Tribunale ha rigettato la richiesta ritenendo l'istanza troppo generica e le condotte frutto di una semplice inclinazione a delinquere, piuttosto che di un unico piano iniziale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale e la stessa tipologia di reati non bastano a dimostrare un disegno criminoso unitario programmato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Reato continuato: la Cassazione smentisce il giudice sul clan
Il Condannato ha chiesto il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per associazione mafiosa e tentato omicidio, e l'altra per un omicidio commesso pochi giorni dopo. Il giudice dell'esecuzione aveva respinto la richiesta, ritenendo l'omicidio un evento occasionale non programmato al momento dell'affiliazione al clan. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condannato. I giudici di legittimità hanno rilevato che il giudice di merito ha ignorato un dato fondamentale: un altro grave reato, commesso a ridosso dell'omicidio, era già stato considerato parte dello stesso disegno criminoso. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: scontro tra uffici
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro l'ordinanza della Corte d'Appello che aveva rideterminato la pena per un condannato, applicando la continuazione tra più sentenze. La Suprema Corte ha stabilito che la competenza del giudice dell'esecuzione ha carattere assoluto e inderogabile. Nel caso di specie, poiché la Corte d'Appello si era limitata a confermare la decisione di primo grado senza effettuare una rielaborazione sostanziale della pena, la competenza spettava al Tribunale di primo grado e non alla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale competente.
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Reato continuato e mafia: no allo sconto di pena automatico
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra una condanna per omicidio e rapina e una successiva condanna per associazione mafiosa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. La Suprema Corte ha chiarito che, per applicare l'istituto del reato continuato tra il reato associativo e i singoli reati di scopo, non basta la generica adesione al programma del clan. È invece necessaria la prova che i singoli delitti fossero stati programmati, almeno nelle linee essenziali, nel momento esatto in cui il soggetto ha deciso di entrare a far parte dell'associazione criminale. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Vincolo della continuazione: negato tra bancomat e furti comuni
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento del vincolo della continuazione tra diverse condanne definitive per furto aggravato e altri reati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per applicare il vincolo della continuazione non bastano la vicinanza temporale o lo stesso tipo di reato. È necessario dimostrare che tutti i reati fossero stati pianificati fin dall'inizio all'interno di un unico disegno criminoso. Nel caso specifico, i furti presentavano modalità operative del tutto diverse, come l'assalto a sportelli bancomat con esplosivi, e una distanza temporale di sette mesi, elementi che indicano una semplice abitualità criminosa e non una programmazione unitaria. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: negato lo sconto di pena per mancanza di un piano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato, confermando il diniego del riconoscimento del reato continuato in fase di esecuzione. Il soggetto chiedeva l'unificazione di quattro condanne definitive, sostenendo l'esistenza di un unico disegno criminoso. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che i reati, commessi tra il 2014 e il 2016, erano intervallati da arresti e dalla commissione di altri illeciti (come evasione e traffico di droga). La Suprema Corte ha ribadito che spetta al condannato dimostrare una programmazione unitaria iniziale, non essendo sufficiente la sola vicinanza temporale o l'omogeneità dei reati, che indicano invece una mera abitudine a delinquere. Di conseguenza, Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: perché la vicinanza nel tempo non basta
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del vincolo del reato continuato per otto sentenze di condanna definitive. Il giudice ha escluso dal beneficio una condanna relativa a un reato commesso oltre tre anni dopo gli altri episodi. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che spetta al condannato l'onere di dimostrare l'esistenza di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. Semplici indizi come la vicinanza temporale o la stessa tipologia di reato non bastano, potendo indicare una mera abitudine di vita criminale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto di pena se i crimini sono distanti
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra tre diverse condanne definitive per associazione mafiosa, estorsione, sequestro di persona e porto d'armi, commessi tra il 2000 e il 2016. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, escludendo l'esistenza di un unico progetto criminoso originario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per applicare il reato continuato non basta la somiglianza dei reati o la vicinanza temporale. È invece necessaria la prova che tutti i reati fossero stati pianificati fin dall'inizio nelle loro linee essenziali. Nel caso specifico, la distanza temporale di oltre quindici anni e la natura occasionale dei singoli episodi escludono un disegno unitario, configurando piuttosto una sistematica abitudine a delinquere. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese.
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