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Art. 671 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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795 provvedimenti

Altri anni per Art. 671 Codice di Procedura Penale

Reato continuato: no allo sconto di pena per l’evasione
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego del riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva da parte della Corte di appello. Il ricorrente sosteneva che l'evasione dagli arresti domiciliari e le violazioni delle misure di prevenzione fossero parte di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio della sua affiliazione a due sodalizi criminali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che gli illeciti, di natura estemporanea e legati a provvedimenti successivi all'ingresso nei sodalizi, non potevano considerarsi programmati in anticipo. Di conseguenza, non sussistono i presupposti per l'applicazione del reato continuato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: la somiglianza dei furti non basta
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il provvedimento della Corte di Appello che respingeva la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato per diversi episodi di furto e utilizzo indebito di carte di credito. Il ricorrente sosteneva l'esistenza di un medesimo disegno criminoso basandosi sulla vicinanza spaziale e sulle modalità esecutive simili dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la semplice ripetizione di reati simili nel tempo non dimostra un progetto unitario iniziale. I singoli illeciti, distanziati temporalmente, sono stati considerati frutto di occasioni estemporanee e non di una pianificazione preventiva. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per furti distanti
Il Condannato ha richiesto l'unificazione delle condanne per due furti in abitazione, sostenendo l'esistenza di un reato continuato. Il Tribunale ha respinto la richiesta evidenziando che i furti sono avvenuti a distanza di un anno e in luoghi diversi, qualificandoli come decisioni improvvise e non pianificate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno chiarito che la semplice somiglianza dei reati e la vicinanza temporale non bastano a dimostrare un unico disegno criminoso iniziale. Di conseguenza, il Condannato deve scontare le pene separatamente e pagare le spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria.
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Continuazione dei reati: nessun sconto se il clan nasce dopo
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione dei reati tra due condanne per estorsione inflitte a distanza di circa dieci anni. La difesa sosteneva l'esistenza di un unico disegno criminoso, interrotto solo dalla carcerazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che non possibile configurare la continuazione dei reati quando le prime condotte estorsive, avvenute nel 1994-1995, precedono di molti anni la nascita stessa della nuova associazione mafiosa, costituita nel 2003, per la quale sono stati commessi i reati successivi nel 2005. Mancando una pianificazione unitaria iniziale, si tratta di decisioni estemporanee e autonome. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: perché il solo movente non basta per lo sconto
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione l'unificazione delle condanne subite sotto il vincolo del reato continuato, sostenendo che i reati (commessi a distanza di due anni) derivassero da un unico piano: rimanere in Italia nonostante i decreti di espulsione. Il Tribunale ha respinto la richiesta per mancanza di una deliberazione unitaria preventiva. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che il semplice movente psicologico o la violazione dello stesso bene giuridico non bastano a dimostrare un programma criminoso iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: perché la vicinanza nel tempo non basta
Il caso riguarda la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato da parte di un soggetto condannato per due diversi episodi di truffa e falso legati all'uso illecito di assegni. Il Tribunale, come giudice dell'esecuzione, aveva rigettato la richiesta non ravvisando un unico disegno criminoso originario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale di quattro mesi e la somiglianza del movente non bastano a dimostrare una programmazione unitaria iniziale. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Spaccio ripetuto: niente reato continuato senza un piano unico
Il Tribunale di Napoli, in veste di giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di un condannato volta a ottenere il riconoscimento del reato continuato per diversi episodi di spaccio commessi tra il 2017 e il 2020. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'attività fosse continuativa e ininterrotta, anche a causa del mancato rinvenimento di scorte di droga da parte delle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice ripetizione di reati simili e la vicinanza temporale non bastano a dimostrare un unico disegno criminoso iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per rapine seriali
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per diverse rapine compiute in un arco di sei mesi ai danni di alcune farmacie. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, escludendo un unico disegno criminoso preventivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale, l'identità del bene protetto e la scelta di obiettivi simili non bastano a dimostrare una programmazione unitaria iniziale. Tali elementi indicano piuttosto una generica dedizione a compiere reati contro il patrimonio. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Principio di specialità nell’estradizione: stop all’ergastolo
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un condannato contro la rideterminazione della pena eseguita dal giudice dell'esecuzione. La Corte d'appello aveva calcolato la pena cumulativa partendo da un ergastolo come reato più grave. Tuttavia, tale sanzione era ineseguibile oltre i venti anni di reclusione a causa dei limiti imposti dal provvedimento di estradizione emesso dalle autorità tedesche. La Suprema Corte ha ribadito che il principio di specialità nell'estradizione vieta di includere nel cumulo delle pene la porzione di sanzione per la quale non è stata concessa l'estradizione suppletiva. Di conseguenza, l'operazione di calcolo effettuata è stata dichiarata illegittima. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Reato continuato in fase esecutiva: il silenzio non cancella i diritti
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in fase esecutiva per diverse condanne irrevocabili riguardanti rapine commesse nel 2009. Il Giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta, ritenendo che il silenzio serbato dal condannato durante il processo di merito escludesse l'unitarieta del disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che la mancata richiesta di continuazione durante la fase di cognizione non impedisce il suo riconoscimento successivo. Il silenzio dell'imputato e privo di valore indiziario negativo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione che tenga conto della stretta vicinanza temporale e spaziale dei reati.
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Reato continuato: no al doppio giudizio in fase esecutiva
Il Condannato ha richiesto al Tribunale di Ancona il riconoscimento del reato continuato per diverse sentenze definitive. Il Tribunale ha accolto parzialmente la richiesta per un primo gruppo di reati, rideterminando la pena, ma ha escluso una condanna emessa dal Tribunale di Fermo. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, evidenziando che per lo stesso primo gruppo di reati si era già espresso in precedenza il Tribunale di Perugia. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando senza rinvio la decisione di Ancona per quel gruppo di reati. I giudici hanno chiarito che il principio del "ne bis in idem" opera anche in fase esecutiva, impedendo una doppia decisione sullo stesso oggetto e vietando la frammentazione delle richieste davanti a giudici diversi.
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Continuazione in executivis: lo sconto negato annulla la pena
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione in executivis per unificare le pene di diverse sentenze definitive. Il Tribunale ha rideterminato la pena complessiva, ma senza specificare se l'aumento applicato per il reato satellite, giudicato originariamente con il rito abbreviato, avesse beneficiato dello sconto di pena di un terzo previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando il provvedimento e ordinando un nuovo calcolo che espliciti chiaramente l'applicazione della riduzione premiale.
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Cumulo delle pene: il limite dei 30 anni blocca i nuovi calcoli
Il Condannato ha contestato il calcolo del cumulo delle pene effettuato dalla Procura, che superava il limite massimo di trenta anni di reclusione precedentemente fissato con un'ordinanza definitiva di continuazione. La Corte d'Appello, come giudice dell'esecuzione, aveva respinto il ricorso del condannato, validando i calcoli frazionati del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che le decisioni del giudice dell'esecuzione, una volta divenute irrevocabili, sono stabili e vincolanti per le parti. Di conseguenza, non è consentito aggirare il limite massimo di pena già stabilito attraverso successivi calcoli di cumulo delle pene. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Continuazione e rito abbreviato: lo sconto di pena è d’obbligo
Il Condannato ha chiesto l'unificazione di diverse condanne sotto il vincolo della continuazione. Il Giudice dell'esecuzione ha rideterminato la pena complessiva in tredici anni di reclusione, ma ha omesso di applicare la riduzione di un terzo per i reati giudicati con il rito abbreviato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la continuazione e rito abbreviato impone l'applicazione dello sconto di pena anche in fase esecutiva per i singoli reati giudicati con tale rito speciale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata e ha ridotto direttamente la pena finale a dodici anni di reclusione, applicando il dovuto sconto di un terzo sull'aumento stabilito per il reato satellite.
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Reato continuato negato: nessun automatismo tra coimputati
Il Ricorrente ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra una condanna per associazione mafiosa e altri reati di estorsione e rapina. La richiesta era già stata respinta in sede di cognizione, ma la difesa sosteneva che il beneficio dovesse essere riconosciuto poiché era stato concesso a un Coimputato per i medesimi fatti storici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato si fonda sul disegno criminoso, un elemento strettamente soggettivo e personale. Di conseguenza, il riconoscimento della continuazione per un coimputato non si estende in alcun modo agli altri partecipanti, richiedendo sempre una verifica individuale delle intenzioni al momento dell'ingresso nel sodalizio criminoso.
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Reato continuato e sorveglianza speciale: la Cassazione fa chiarezza
Il Condannato, accumulando diverse condanne per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene. Il Tribunale di Catania ha respinto la richiesta, ritenendo erroneamente che la pericolosità sociale legata alla misura di prevenzione impedisse di riconoscere un unico disegno criminoso tra le violazioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, chiarendo che non bisogna confondere l'unificazione delle misure di prevenzione con l'unificazione dei reati derivanti dalla loro violazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di rigetto e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame, stabilendo che anche per le violazioni della sorveglianza speciale è astrattamente applicabile il reato continuato.
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Reato continuato: stop al cumulo che supera il limite del triplo
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per ventuno sentenze di condanna definitive. Il Tribunale ha ricalcolato la pena complessiva in oltre tredici anni di reclusione, partendo da una pena base di tre anni per il reato più grave. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del limite del triplo della pena base previsto dalla legge. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche in fase esecutiva il giudice deve rispettare il limite invalicabile del triplo della pena stabilita per la violazione più grave, previa scomposizione dei precedenti cumuli. La decisione impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo favorevole al ricorrente.
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Giudice dell’esecuzione competente: la Cassazione fa chiarezza
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione per tre diverse condanne irrevocabili in materia di stupefacenti. Il Giudice di Primo Grado ha accolto la richiesta, ma il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione, sostenendo l'incompetenza di quel tribunale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice dell'esecuzione competente è quello che ha emesso l'ultimo provvedimento diventato irrevocabile in ordine di tempo. Nel caso specifico, l'ultima condanna definitiva era stata pronunciata dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata senza rinvio e ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello, l'unica autorità legittimata a decidere sulla richiesta del Condannato.
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Reato continuato o scelta di vita? Il bivio della Cassazione
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per una serie di reati di truffa, ricettazione e falso commessi tra il 2004 e il 2013 in diverse località italiane. Il Tribunale ha rigettato l'istanza, ritenendo che i reati fossero frutto di una scelta di vita delinquenziale e non di un unico programma preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al condannato l'onere di allegare elementi specifici che dimostrino l'esistenza di un disegno criminoso unitario. La semplice ripetizione di reati simili nel tempo e nello spazio non basta, configurando invece una condotta di vita abituale. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: stop ai rigetti senza motivazione
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per diverse condanne definitive. La Corte d'appello ha respinto l'istanza basandosi solo sulla distanza temporale e geografica dei reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice dell'esecuzione non può ignorare le precedenti decisioni dei giudici di merito che avevano già riconosciuto il vincolo della continuazione per alcuni di quei reati nello stesso arco temporale. Se intende discostarsene, deve fornire una motivazione approfondita. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento con rinvio per un nuovo esame.
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