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Art. 666 Codice di Procedura Penale

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2621 provvedimenti

Revoca dell’affidamento in prova: inutile contestare la notifica
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti del Condannato, resosi irreperibile e incapace di gestire la propria libertà. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata notifica dell'udienza al proprio difensore di fiducia, nominato nella fase di concessione della misura. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la nomina del difensore per la concessione della misura non si estende automaticamente alla fase di revoca. In mancanza di una nuova nomina, è corretta la notifica al difensore d'ufficio. Inoltre, i motivi relativi al merito della revoca dell'affidamento in prova sono stati ritenuti generici, confermando la legittimità del provvedimento impugnato e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso di costruire in sanatoria: no alle case mobili abusive
I Proprietari di un villaggio turistico hanno impugnato l'ordine di demolizione di ventisette case mobili stabilmente ancorate al suolo. Essi sostenevano che la presentazione di una domanda per il permesso di costruire in sanatoria e una favorevole sentenza del TAR dovessero sospendere la demolizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il permesso di costruire in sanatoria richiede la doppia conformità urbanistica e l'autorizzazione paesaggistica se l'area è vincolata. La decisione del giudice amministrativo non supera il giudicato penale se non considera la stabilità delle opere e la violazione dei vincoli paesaggistici. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i ricorrenti condannati alle spese.
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Reclamo del detenuto: no al ricorso per una pentola in più
Un detenuto ha proposto ricorso contro il diniego dell'amministrazione carceraria di acquistare un tegame aggiuntivo di 22 centimetri. Il Magistrato di sorveglianza ha ritenuto inammissibile il reclamo, decidendo senza udienza (de plano). La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta non riguarda un diritto soggettivo, come la sana alimentazione, ma costituisce un semplice reclamo del detenuto di natura generica. Di conseguenza, il provvedimento non è impugnabile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo giurisdizionale del detenuto: regole interne o diritti?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la decisione del Magistrato di Sorveglianza. Il detenuto contestava la regolamentazione oraria dello scambio di cibo e piccoli oggetti all'interno del carcere, ritenendola lesiva dei propri diritti. La Suprema Corte ha chiarito che le regole organizzative interne dell'amministrazione penitenziaria non violano un diritto soggettivo. Di conseguenza, la contestazione non rientra nel Reclamo giurisdizionale del detenuto (art. 35-bis Ord. pen.), che richiede un'udienza formale, ma costituisce un reclamo generico (art. 35 Ord. pen.). Il provvedimento che decide su un reclamo generico non è impugnabile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Condotte riparatorie: no alla reiterazione in fase esecutiva
Il Condannato, condannato in via definitiva per furto aggravato, ha richiesto l'applicazione dell'estinzione del reato per condotte riparatorie durante la fase esecutiva. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché identica a una precedente istanza già respinta dallo stesso ufficio. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione dei principi di uguaglianza e del giusto processo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il principio del "ne bis in idem" opera anche nella fase esecutiva. Di conseguenza, il giudice dell'esecuzione deve respingere le domande che costituiscono una mera riproposizione di istanze già rigettate in assenza di elementi di novità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Riabilitazione dalle misure di prevenzione: no ai pregiudicati
Il Richiedente, già sottoposto alla sorveglianza speciale, ha chiesto la riabilitazione dalle misure di prevenzione. La Corte di appello ha respinto la richiesta a causa delle frequentazioni con pregiudicati e della mancanza di un lavoro stabile. Il Richiedente ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che gli incontri fossero casuali e di vivere onestamente. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la buona condotta richiede un effettivo reinserimento sociale e l'allontanamento da contesti criminali. La semplice astensione dai reati non basta se persistono contatti con la malavita. Il Richiedente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Estinzione della pena per decorso del tempo negata al condannato
Il Condannato, condannato a ventisette anni di reclusione, chiedeva l'estinzione della pena per decorso del tempo, essendo trascorsi trent'anni dalla condanna irrevocabile. La Corte di assise accoglieva la richiesta, ritenendo che la dichiarazione di delinquenza abituale emessa prima della scadenza non fosse idonea a bloccare la prescrizione perché non ancora irrevocabile. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che l'ordinanza del Magistrato di sorveglianza che dichiara l'abitualità è provvisoriamente esecutiva e non sospesa dall'impugnazione. Di conseguenza, tale provvedimento, intervenuto prima del termine trentennale, impedisce l'estinzione della pena per decorso del tempo, rendendo la sanzione ancora eseguibile.
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Rinuncia al ricorso: quando fare un passo indietro costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha respinto la richiesta di misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato, ritenendo la pena complessiva superiore ai limiti di legge. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'erroneo calcolo della pena residua. Successivamente, prima dell'udienza, il difensore e l'interessato hanno presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione proprio a causa della sopravvenuta rinuncia al ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato: la Cassazione sblocca il cumulo delle pene
Il Tribunale di Trento dichiarava inammissibile la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato presentata da un condannato, ritenendo che una precedente decisione avesse gia precluso la valutazione di una condanna per bancarotta. Il condannato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo che tale reato non fosse stato oggetto della precedente istanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il perimetro dell'incidente di esecuzione e delimitato esclusivamente dalla richiesta della parte (petitum) e non dall'intero cumulo delle pene. Di conseguenza, non opera alcuna preclusione processuale per i reati mai sottoposti a precedente esame. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione sul merito della continuazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se recidivo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso a causa dei suoi numerosi precedenti penali e della dichiarazione di delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata acquisizione della relazione socio-familiare dell'UEPE e l'omessa valutazione della detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisizione della relazione UEPE non è obbligatoria se gli atti dimostrano già una chiara pericolosità sociale. Inoltre, la richiesta di detenzione domiciliare era inammissibile per superamento dei limiti di pena, e la memoria difensiva è stata depositata oltre i termini di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Procedura de plano: no alla decisione senza udienza per il reo
Il Condannato richiede la revoca della condanna per un reato di violazione della privacy, sostenendo che una nuova legge lo abbia depenalizzato. Il Giudice dell'esecuzione dichiara il non luogo a procedere senza fissare l'udienza, ritenendo il reato già estinto per il decorso del tempo. La Cassazione annulla questa decisione, stabilendo che la procedura de plano (senza udienza) è illegittima nella fase di rinvio e che il condannato conserva l'interesse alla revoca totale, poiché l'estinzione semplice non cancella tutti gli effetti negativi della condanna.
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Lavoro negato ma volontariato attivo: sì all’affidamento in prova
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, concedendogli solo la detenzione domiciliare, a causa di una pena accessoria di interdizione dagli uffici direttivi che gli impediva di lavorare nell'azienda che si era offerta di assumerlo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che per l'affidamento in prova al servizio sociale non è indispensabile un lavoro retribuito, potendo questo essere sostituito da attività di volontariato. Inoltre, i giudici devono valutare globalmente il percorso rieducativo e la personalità del soggetto, senza limitarsi ai soli divieti derivanti dalle pene accessorie. La decisione di diniego è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Reiterazione dell’istanza di continuazione: stop ai ricorsi
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il rigetto della sua richiesta di applicazione della continuazione dei reati tra il favoreggiamento di un latitante e la successiva affiliazione a un'associazione criminale. Il Giudice dell'esecuzione aveva respinto la domanda nel merito, nonostante si trattasse di una mera reiterazione dell'istanza di continuazione già respinta in precedenza e priva di reali elementi di novità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rilevando d'ufficio la preclusione processuale. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando che non è possibile riproporre continuamente le stesse richieste senza fatti nuovi.
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Decisione de plano in sede esecutiva: annullato il no senza udienza
Il Giudice dell'esecuzione dichiarava inammissibile, tramite una decisione de plano in sede esecutiva, la richiesta del Condannato volta a revocare un decreto penale di condanna per violazione del divieto di doppio giudizio (ne bis in idem). Il Condannato proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata fissazione dell'udienza camerale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la decisione senza udienza è legittima solo se l'istanza manca dei requisiti formali di legge e non richiede accertamenti o valutazioni discrezionali. Poiché la verifica del ne bis in idem richiede un esame approfondito, il giudice avrebbe dovuto garantire il contraddittorio. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio al Tribunale per una nuova trattazione in udienza.
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Ne bis in idem: no a nuovi ricorsi se la pena aumenta legalmente
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione lamentando la violazione del principio del ne bis in idem e del divieto di riforma in peggio. Egli contestava l'aumento di pena stabilito dalla Corte d'appello in sede di rinvio rispetto a una precedente decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la questione dell'aumento della pena era già stata esaminata e respinta durante il giudizio ordinario di cognizione. Di conseguenza, le regole sulla cosa giudicata impediscono di riproporre la stessa contestazione davanti al giudice dell'esecuzione. Lo strumento dell'incidente di esecuzione non può essere utilizzato come un ulteriore grado di giudizio per ridiscutere decisioni ormai definitive e già vagliate dalla Suprema Corte.
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Nomina del difensore di fiducia: valida anche se non comunicata
Il Tribunale di Firenze dichiarava inammissibile l'istanza di un detenuto perché presentata da un avvocato ritenuto non legittimato. Il giudice decideva senza udienza, ritenendo che mancasse la nomina del difensore di fiducia. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del detenuto. La Suprema Corte ha chiarito che la nomina del difensore di fiducia effettuata dal detenuto in carcere ha efficacia immediata dal momento della dichiarazione davanti all'ufficiale penitenziario, anche se non ancora comunicata al giudice. Di conseguenza, la decisione presa senza convocare la difesa è nulla per violazione del contraddittorio. La Cassazione ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame nel rispetto delle garanzie difensive.
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Giudice dell’esecuzione: no a sconti di pena senza fatti nuovi
Il Condannato ha chiesto la rideterminazione della pena per reato continuato. Il Giudice dell'esecuzione ha dichiarato il non luogo a provvedere, ritenendo esaurito il proprio potere decisionale. Il Condannato ha proposto ricorso, lamentando la mancanza di motivazione e la disparità di trattamento rispetto ai coimputati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha chiarito che il provvedimento del Giudice dell'esecuzione, una volta irrevocabile, impedisce una nuova decisione sullo stesso oggetto (principio del ne bis in idem), a meno che non sopravvengano nuovi elementi di fatto o di diritto. Poiché il ricorrente chiedeva una rivalutazione di elementi già esaminati, la richiesta era inammissibile e il giudice poteva decidere in modo semplificato senza udienza.
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Reato continuato in sede esecutiva: stop ai doppi calcoli
Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza con cui la Corte d'appello di Firenze ha riconosciuto il reato continuato in sede esecutiva tra tre condanne per ricettazione a carico del Condannato. Il ricorrente ha evidenziato che il Tribunale di Benevento aveva già unito due di queste condanne a una terza sentenza del 2017, determinando una pena complessiva diversa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'applicazione della continuazione in fase esecutiva per reati già precedentemente unificati richiede di estendere la valutazione dell'unico disegno criminoso a tutti i reati coinvolti nel precedente provvedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata, rinviando il caso alla Corte d'appello di Firenze per un nuovo esame che eviti sovrapposizioni e rispetti i precedenti giudicati.
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Rideterminazione della pena: sanzione confermata senza sconti
Il Ricorrente ha richiesto la rideterminazione della pena sostenendo che la sanzione inflittagli in primo grado includesse erroneamente un reato mai contestatogli, ma addebitato solo al Coimputato. Secondo il Ricorrente, la differenza di pena tra i due era dovuta all'aggravante della recidiva applicata al Coimputato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che la recidiva, sebbene contestata al Coimputato, non era stata concretamente applicata nella quantificazione della pena. Di conseguenza, la pena del Ricorrente è stata correttamente calcolata per il solo reato a lui contestato, mentre quella del Coimputato comprendeva entrambi i reati. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Ordine di demolizione: la prescrizione non salva l’abuso
Il proprietario di un immobile abusivo ha impugnato l'ordine di demolizione emesso nei suoi confronti, chiedendo di escludere dall'abbattimento alcuni ampliamenti successivi di 80 metri quadri. La difesa sosteneva che tali opere, oggetto di un separato procedimento penale archiviato per prescrizione, fossero estranee al primo processo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'ordine di demolizione ha natura reale e ripristinatoria. Di conseguenza, l'obbligo di abbattimento si estende inevitabilmente all'intero edificio abusivo, comprese tutte le addizioni e le prosecuzioni strutturali successive, anche se prescritte. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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