Un finto intermediario finanziario raccoglieva ingenti capitali proponendo investimenti inesistenti (truffa) e abusando della professione. Successivamente, reinvestiva parte dei proventi illeciti nel gioco d'azzardo e in scommesse presso un casinò, convertendo il denaro in fiches. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di autoriciclaggio, stabilendo che il gioco d'azzardo rientra nelle "attività speculative" ad alto rischio idonee a ostacolare la tracciabilità dei beni. Tuttavia, la Suprema Corte ha ridotto la pena finale a 3 anni, 11 mesi e 3 giorni di reclusione (oltre a 13.592 euro di multa) poiché due episodi di truffa si sono estinti per remissione della querela e per un errore di calcolo nello sconto del rito abbreviato operato nei gradi precedenti.
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