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Art. 648-ter Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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464 provvedimenti

Altri anni per Art. 648-ter Codice Penale

Reato di autoriciclaggio: immobili puliti con soldi sporchi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dieci anni di reclusione per un uomo accusato di usura, estorsione e del reato di autoriciclaggio. L'imputato aveva reinvestito i proventi dell'usura nell'acquisto di immobili a Pontecagnano, utilizzando tecniche di pagamento indirette (assegni e cambiali intestate a terzi) per nascondere la propria identità. La difesa sosteneva l'assenza di capacità ingannevole delle operazioni e contestava l'aggravante del metodo mafioso. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che per il reato di autoriciclaggio rileva l'idoneità ingannevole della condotta valutata ex ante, indipendentemente dalle indagini successive. Inoltre, l'evocazione di contatti con la criminalità organizzata per intimidire le vittime integra pienamente l'aggravante mafiosa.
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Autoriciclaggio: la società svizzera vince contro la Procura
Una società svizzera di gestione patrimoniale è stata accusata di responsabilità amministrativa per il riciclaggio di fondi provenienti da reati tributari commessi in Italia da due imprenditori. Questi ultimi avevano trasportato fisicamente il denaro contante in Svizzera nel 2012, prima dell'introduzione del reato di autoriciclaggio (avvenuta nel 2015). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, confermando il difetto di giurisdizione del giudice italiano. Poiché nel 2012 la condotta di trasporto dei fondi da parte degli autori del reato presupposto non era penalmente rilevante come autoriciclaggio, tale condotta non può radicare la giurisdizione italiana per le successive attività di riciclaggio compiute interamente all'estero dal fiduciario svizzero. Vince la società svizzera.
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Autoriciclaggio: orologi di lusso tra commercio e soldi mafiosi
Il caso riguarda un indagato accusato di autoriciclaggio per aver reinvestito denaro, proveniente dall'associazione mafiosa di appartenenza, nell'acquisto e nella vendita di orologi di lusso. La difesa sosteneva che non vi fosse prova del reato presupposto e che l'autoriciclaggio non potesse concorrere con il reato associativo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per l'autoriciclaggio non serve una condanna definitiva per il reato presupposto, essendo sufficiente un accertamento incidentale. Inoltre, ha confermato che il reato di autoriciclaggio concorre con quello di associazione mafiosa, poiché la legge non prevede una clausola di riserva. Infine, l'attività di ostacolo non deve rendere impossibile rintracciare i fondi, ma è sufficiente che renda più difficili le indagini, come avvenuto tramite l'uso di contanti e prestanome.
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Sequestro preventivo: annullato il blocco dei beni personali
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva il sequestro preventivo di denaro contante e orologi di lusso nei confronti di un indagato per associazione a delinquere e autoriciclaggio. La difesa ha contestato la mancanza di motivazione sul nesso di pertinenzialità tra i beni personali sequestrati e i reati contestati, evidenziando che il Tribunale aveva giustificato la misura cautelare facendo generico riferimento alla pericolosità delle società coinvolte e non dei singoli beni. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, rilevando l'assoluta genericità del provvedimento e l'assenza di spiegazioni sul legame tra le accuse e i beni sigillati. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: truffa Superbonus e carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per una truffa sul Superbonus. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un altro procedimento penale. Gli Ermellini hanno chiarito che tali registrazioni sono pienamente utilizzabili se riguardano reati gravi per i quali la legge consente l'intercettazione autonoma, come l'autoriciclaggio. Inoltre, la Corte ha confermato la sussistenza del pericolo di inquinamento probatorio e di recidiva, respingendo la richiesta di arresti domiciliari. L'indagato rimane in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: il caso dei bonus edilizi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari per associazione a delinquere, truffa sui bonus edilizi e autoriciclaggio. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni provenienti da un diverso procedimento penale e il momento di consumazione del reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno confermato la piena utilizzabilità delle intercettazioni in quanto relative a reati gravi per i quali è consentita l'intercettazione autonoma. Inoltre, la Corte ha ribadito che il reato di indebita percezione si consuma nel momento in cui lo Stato riconosce il credito d'imposta, determinando la perdita di denaro pubblico, e non quando questo viene materialmente incassato. L'indagata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Assolto ma sanzionato: l’interesse all’impugnazione sia concreto
Il Tribunale ha assolto L'Imputato dall'accusa di riciclaggio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno rilevato che la condotta integrava in realtà l'autoriciclaggio, reato introdotto solo nel 2015 e quindi inapplicabile ai fatti del 2007. Nonostante l'assoluzione piena, la difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione del giudice. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse all'impugnazione. Per impugnare una sentenza non basta un interesse morale o il desiderio di eliminare passaggi sgraditi dalla motivazione, ma serve un vantaggio pratico e concreto. L'Imputato è stato condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Giudicato cautelare e nuove prove: quando il sequestro è valido
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di denaro nei confronti dell'Indagato, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all'autoriciclaggio. L'Indagato gestiva pratiche di sinistri stradali trattenendo gran parte dei risarcimenti dovuti alle vittime tramite patti di quota lite eccessivamente onerosi e non trasparenti. La difesa contestava la violazione del giudicato cautelare, sostenendo che il Pubblico Ministero non potesse riproporre la richiesta di sequestro dopo un primo rigetto. La Suprema Corte ha invece stabilito che la nuova consulenza medico-legale e le querele delle vittime costituiscono elementi di novità idonei a superare il giudicato cautelare. Di conseguenza, il ricorso dell'Indagato è stato dichiarato inammissibile, confermando il blocco dei beni.
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Sequestro preventivo: il gestore di fatto perde i beni di terzi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il provvedimento di sequestro preventivo di cinque immobili. I beni, intestati alla madre e a una fondazione, erano stati acquistati con fondi di cooperative gestite di fatto dall'indagato, accusato di appropriazione indebita e autoriciclaggio. I giudici hanno stabilito che l'indagato, essendosi qualificato come mero gestore di fatto e non essendo proprietario dei beni sequestrati, non vanta alcun diritto alla loro restituzione. Di conseguenza, manca l'interesse concreto e attuale necessario per impugnare la misura cautelare. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di autoriciclaggio: i finti aiuti in famiglia costano caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di un imprenditore e dei suoi familiari, condannandoli per i reati di riciclaggio e impiego di denaro illecito. L'imprenditore aveva trasferito ai parenti somme derivanti da reati fiscali per acquistare attività commerciali. La difesa sosteneva che la condotta rientrasse nel reato di autoriciclaggio, non ancora punibile all'epoca dei fatti. I giudici hanno chiarito che l'intestazione fittizia di beni non è un elemento essenziale del reato di autoriciclaggio, confermando l'autonomia delle condotte. Inoltre, la Corte ha respinto le tesi dei familiari sulla loro presunta capacità economica autonoma, evidenziando il fitto intreccio di prelievi e versamenti familiari coincidenti con gli acquisti aziendali.
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Reimpiego di capitali illeciti: condannato il finto traduttore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per associazione a delinquere, usura e reimpiego di capitali illeciti. Il primo soggetto gestiva un giro di usura occultando i titoli in un mobile. Il secondo soggetto, agendo come intermediario e traduttore, trasferiva e reinvestiva i proventi illeciti in Romania. La Suprema Corte ha confermato la validità delle prove, tra cui intercettazioni ambientali e il ritrovamento di documenti nascosti. Ha inoltre ribadito che il reato di reimpiego di capitali illeciti si configura anche per chi partecipa all'associazione criminale e che l'aggravante della transnazionalità si applica se il gruppo opera stabilmente all'estero. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Sequestro per sproporzione: non basta il sospetto sul prestanome
Il Tribunale aveva confermato il sequestro per sproporzione di ingenti beni intestati a una donna, ritenendola una prestanome di un indagato per reati fiscali e autoriciclaggio. La donna ha impugnato il provvedimento rivendicando la reale proprietà dei beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per sottrarre i beni al terzo intestatario non basta dimostrare che quest'ultimo non avesse i soldi per comprarli. L'accusa deve provare concretamente che il vero possessore sia l'indagato e che l'intestazione sia solo una finzione per evitare la confisca. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Termini massimi di custodia cautelare: il no della Cassazione
L'Indagato, latitante a Dubai, era destinatario di una misura di custodia in carcere in Italia per reati tributari e autoriciclaggio. Arrestato all'estero ai fini dell'estradizione, veniva subito liberato dalle autorità locali con il solo divieto di espatrio e ritiro del passaporto. La difesa chiedeva la revoca della misura italiana, sostenendo che il periodo all'estero equivalesse alla carcerazione e che fossero decorsi i termini massimi di custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le misure restrittive diverse dalla reale privazione della libertà sofferte all'estero non possono essere computate per il calcolo della durata massima della custodia cautelare in Italia.
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Autoriciclaggio: la confisca obbligatoria non si cancella
L'Imputato, dopo aver rubato un monile d'oro dall'abitazione della vittima, lo ha rivenduto a un negozio Compro Oro per ostacolarne la tracciabilità. Il Tribunale di Cagliari ha applicato la pena concordata tramite patteggiamento per furto e autoriciclaggio, omettendo però di disporre la confisca del bene o del profitto equivalente. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca obbligatoria per autoriciclaggio deve essere sempre disposta dal giudice, salvo il caso in cui i beni appartengano a terzi estranei o siano stati effettivamente restituiti. La sentenza è stata annullata limitatamente alla confisca, con rinvio al Tribunale.
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Esigenze cautelari: quando il ricorso del PM è inammissibile
Il Tribunale del Riesame annullava la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per trasferimento fraudolento di valori e autoriciclaggio, ritenendo insussistenti i gravi indizi di colpevolezza. Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso per cassazione contestando tale valutazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che il pubblico ministero, quando impugna un provvedimento che esclude la gravità indiziaria, deve sempre dimostrare l'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari. Nel caso specifico, non operando alcuna presunzione di legge, il ricorrente si era limitato a richiedere una diversa valutazione degli indizi, omettendo di specificare quali fossero le concrete esigenze cautelari da salvaguardare.
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Sequestro preventivo: niente riesame se il bene è di terzi
Un indagato per appropriazione indebita e autoriciclaggio ha impugnato il sequestro preventivo di un immobile e di somme di denaro intestati a un'associazione terza. L'indagato sosteneva di avere un interesse concreto al riesame poiché l'immobile era destinato a un progetto sociale da lui ideato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per contestare il sequestro preventivo non basta un generico interesse di fatto o un progetto collaterale. È invece indispensabile dimostrare una posizione giuridica soggettiva direttamente tutelata dall'ordinamento e incisa dal vincolo. Poiché i beni appartenevano a un altro ente, l'indagato non aveva la legittimazione per agire.
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Sospensione dall’esercizio della professione: stop al consulente
La Corte di Cassazione ha confermato la sospensione dall'esercizio della professione per dodici mesi a carico di un commercialista accusato di associazione per delinquere, truffa aggravata e riciclaggio. Il professionista creava documenti fittizi per commercializzare crediti d'imposta inesistenti per oltre due milioni di euro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito delle prove, ma deve solo verificare la tenuta logica della decisione. Nel caso specifico, la gravità dei fatti e il ruolo tecnico decisivo svolto dal professionista giustificano pienamente la misura cautelare e il concreto pericolo di reiterazione del reato.
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Sequestro preventivo di denaro: contante nascosto e reddito zero
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di denaro per un importo di cinquantamila euro rinvenuto nel bagaglio di un commerciante alla stazione ferroviaria. L'indagato viaggiava con connazionali che trasportavano anch'essi ingenti somme. Il denaro era suddiviso in mazzette e nascosto sotto gli indumenti intimi. Nonostante la difesa contestasse l'assenza di prove sul reato originario, i giudici hanno ritenuto legittimo il vincolo. La sproporzione tra il denaro contante e i redditi dichiarati, risultati nulli o irrisori negli ultimi anni, unita alle modalità insolite di occultamento, rende astrattamente configurabile un reato fiscale presupposto. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare.
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Amministratore di fatto: Cassazione conferma condanna per frode
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per associazione per delinquere, autoriciclaggio e fatture false. Il fulcro del caso è il riconoscimento del suo ruolo di **amministratore di fatto** in un sistema fraudolento. La difesa contestava la prova di tale ruolo e la non vincolatività delle sentenze tributarie che avevano escluso una società di fatto. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice penale non è legato alle decisioni fiscali, confermando la responsabilità penale basata su prove autonome.
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Frode Fiscale: Famiglia o Associazione per Delinquere? Decide la Corte
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per alcuni soggetti accusati di aver creato una associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale. Il gruppo aveva organizzato un sofisticato sistema basato su una galassia di società 'cartiere' per evadere le imposte e riciclare i profitti. Gli imputati sostenevano che mancasse un vero patto associativo e che i legami familiari fossero stati erroneamente interpretati come prova. La Corte ha respinto questa tesi, affermando che la lunga durata, la complessa organizzazione e la sistematicità dei reati dimostravano l'esistenza di una stabile struttura criminale, rafforzata proprio dai vincoli di parentela. I ricorsi sono stati quindi dichiarati inammissibili e le condanne sono diventate definitive.
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