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Art. 646 Codice Penale — Anno 2023

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366 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Remissione di querela: addio alla condanna ma restano le spese
L'Imputato era stato condannato in appello per reati contro il patrimonio. Successivamente, la Persona Offesa ha formalizzato la remissione di querela, accettata dall'Imputato. La Corte di Cassazione ha rilevato che, in assenza di elementi per un proscioglimento nel merito, la sopravvenuta remissione di querela estingue il reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, revocando le statuizioni civili e condannando il ricorrente al pagamento delle sole spese processuali.
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Sequestro per equivalente: il blocco cade se l’accusa svanisce
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso di un indagato contro il mantenimento di un sequestro preventivo per equivalente. Originariamente, il sequestro era stato disposto per appropriazione indebita e reati fiscali. Successivamente, l'imputazione principale è stata modificata in bancarotta fraudolenta a seguito del fallimento della società. La Suprema Corte ha chiarito che il passaggio da appropriazione indebita a bancarotta non cancella il sequestro preventivo ordinario, poiché la bancarotta assorbe la condotta precedente. Tuttavia, ha annullato con rinvio la decisione sul sequestro preventivo per equivalente: i giudici di merito non hanno verificato se i reati tributari originari fossero ancora contestati o prescritti, rendendo illegittimo il blocco dei beni in assenza di un'accusa fiscale attiva.
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Appropriazione indebita: reato prescritto ma resta il risarcimento
Un dipendente postale, con la complicità di terzi, ha svuotato il libretto di risparmio di una cliente, configurando il reato di appropriazione indebita. Altri soggetti hanno poi ripulito il denaro acquistando auto di lusso e trasferendo somme, integrando il reato di riciclaggio. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio le condanne penali per il dipendente e il complice principale poiché i reati sono caduti in prescrizione. Tuttavia, il dipendente resta condannato al risarcimento dei danni in sede civile. I ricorsi dei complici che hanno riciclato il denaro sono stati dichiarati inammissibili, confermando le loro condanne penali e l'obbligo di risarcire le vittime.
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Appropriazione indebita aggravata: condanna ferma ma pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un uomo condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata. I giudici di secondo grado avevano confermato la colpevolezza dell'imputato, infliggendogli la pena di tre mesi di reclusione e trecento euro di multa, oltre al risarcimento del danno. La Suprema Corte ha dichiarato definitiva e irrevocabile la responsabilità penale per il reato contestato. Tuttavia, ha accolto il ricorso limitatamente alla richiesta di applicazione della continuazione esterna con altri reati precedentemente giudicati. Per questo motivo, la sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello per il ricalcolo della pena.
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Appropriazione indebita: condannati i genitori, salvo il figlio
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un intermediario accusato di truffa e appropriazione indebita, insieme ai genitori che avevano messo a disposizione i propri conti correnti. I giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi dei genitori, confermando la loro responsabilità per concorso in truffa. Al contrario, il ricorso del principale imputato è stato parzialmente accolto. La Corte ha annullato senza rinvio la condanna per appropriazione indebita di alcuni arredi, poiché i beni erano stati affidati a terzi e mancava la prova del possesso e della volontà di sottrarli. È stata inoltre annullata la condanna per un reato di falso ormai depenalizzato, poiché i giudici di merito avevano deciso su un fatto diverso da quello contestato, violando il principio di correlazione tra accusa e sentenza. La pena complessiva per l'intermediario è stata rideterminata al ribasso.
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Appropriazione indebita in Onlus: la condanna è definitiva
L'Imputata, ex socia di un'associazione di volontariato, è stata condannata per il reato di appropriazione indebita. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la validità della querela, sostenendo che l'assemblea di nomina della nuova Rappresentante Legale fosse irregolare e che la notifica dell'udienza di appello fosse tardiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i vizi di notifica non eccepiti in appello si sanano e che le irregolarità interne dell'associazione non annullano la nomina della Rappresentante Legale se non impugnate. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sospensione condizionale della pena salva per un errore formale
Il Tribunale ha condannato l'Imputato a nove mesi di reclusione, concedendo la sospensione condizionale della pena. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il beneficio fosse stato concesso per la terza volta, violando i limiti di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente non ha allegato il certificato penale dell'Imputato, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Inoltre, dall'esame dei documenti d'ufficio è emersa una sola precedente condanna con pena sospesa. Di conseguenza, la seconda sospensione condizionale della pena risulta pienamente legittima. L'Imputato mantiene quindi il beneficio della sospensione della pena.
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Furto di acqua in condominio: l’allaccio abusivo costa caro
Due residenti hanno effettuato un allaccio abusivo alle tubature condominiali per deviare l'acqua nel proprio appartamento. L'amministratore ha sporto querela senza una preventiva delibera dell'assemblea. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto di acqua in condominio. I giudici hanno chiarito che l'amministratore è pienamente legittimato a sporgere querela autonomamente per tutelare i beni comuni. Inoltre, la condotta costituisce furto e non appropriazione indebita, poiché l'acqua destinata alle parti comuni non era nella disponibilità materiale dei singoli residenti prima della deviazione abusiva. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Truffa contrattuale: finge il furto dell’auto a noleggio
Un uomo ha noleggiato un'autovettura da una società di autonoleggio, simulandone successivamente il furto per non restituirla ed esportarla all'estero. Il Tribunale lo ha condannato per i reati di truffa contrattuale e simulazione di reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha chiarito che la mancata osservanza del termine a comparire in primo grado costituisce una nullità relativa, sanata se non eccepita tempestivamente nelle prime fasi del giudizio e non deducibile per la prima volta in appello. Inoltre, la richiesta di riqualificare il fatto in appropriazione indebita è inammissibile per mancanza di un interesse concreto del ricorrente, non potendo egli richiedere una qualificazione giuridica diversa che non incida sul dispositivo della sentenza o che riguardi un reato potenzialmente più grave. L'imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Condanna cancellata: la remissione di querela azzera il reato
Un uomo, condannato nei primi due gradi di giudizio per appropriazione indebita, ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente alla sentenza d'appello, le vittime hanno deciso di perdonare l'imputato e hanno firmato la remissione di querela. La difesa ha depositato l'atto di accettazione di tale revoca. La Corte di Cassazione ha stabilito che la remissione di querela estingue il reato di appropriazione indebita semplice. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna precedente e hanno revocato i risarcimenti civili. L'imputato ha evitato la pena, ma ha dovuto pagare le spese del processo in mancanza di un accordo diverso con le parti offese.
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Appropriazione indebita: da investimento a reato penale
Un investitore ha affidato somme di denaro a un gestore di scommesse affinché le gestisse su piattaforme online. Quando l'investitore ha revocato la fiducia chiedendo la restituzione del denaro, il gestore si è rifiutato di restituirlo. I giudici di merito hanno condannato il gestore per il reato di appropriazione indebita. La Cassazione ha confermato in via definitiva la responsabilità penale del gestore, respingendo la tesi difensiva secondo cui si trattava di un semplice inadempimento civile. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato parzialmente la sentenza con rinvio: la Corte d'Appello dovrà rivalutare se subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale, poiché non ha motivato sulle precarie condizioni economiche dell'imputato, sollevate dalla difesa.
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Sequestro preventivo: il gestore di fatto perde i beni di terzi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il provvedimento di sequestro preventivo di cinque immobili. I beni, intestati alla madre e a una fondazione, erano stati acquistati con fondi di cooperative gestite di fatto dall'indagato, accusato di appropriazione indebita e autoriciclaggio. I giudici hanno stabilito che l'indagato, essendosi qualificato come mero gestore di fatto e non essendo proprietario dei beni sequestrati, non vanta alcun diritto alla loro restituzione. Di conseguenza, manca l'interesse concreto e attuale necessario per impugnare la misura cautelare. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: reato prescritto ma risarcimento dovuto
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un amministratore societario e di un imprenditore complice accusati di appropriazione indebita. L'amministratore aveva emesso assegni della società a favore dell'impresa del complice per lavori di movimento terra mai eseguiti, svuotando le casse sociali. Nonostante la prova della falsità dei lavori, i giudici hanno dichiarato il reato estinto per prescrizione, poiché il termine massimo era decorso prima della sentenza d'appello. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato le statuizioni civili: i due imputati dovranno comunque risarcire interamente i danni causati alla società e alla nuova amministrazione, oltre a pagare le spese legali del giudizio.
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Appropriazione indebita: intasca i soldi del passaggio e perde
Un venditore d'auto riceve dall'acquirente la somma di 440 euro in contanti per effettuare il passaggio di proprietà del veicolo, ma trattiene il denaro per scopi personali senza completare la pratica. La Corte d'Appello lo condanna per il reato di appropriazione indebita. La Cassazione conferma la responsabilità penale del venditore, escludendo la particolare tenuità del fatto a causa del valore non esiguo della somma e del danno arrecato. Tuttavia, i giudici accolgono parzialmente il ricorso annullando la condanna al pagamento delle spese legali del secondo grado in favore dell'acquirente, poiché quest'ultima non era comparsa in udienza d'appello né aveva presentato conclusioni scritte. La condanna principale e il risarcimento del danno rimangono definitivi.
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Appropriazione indebita: reato prescritto ma i danni vanno pagati
Un inquilino si è impossessato di alcuni arredi dell'appartamento preso in affitto, tra cui un forno nuovo, una camera da letto e una tenda, non restituendoli al proprietario nemmeno dopo lo sfratto per morosità. Accusato di appropriazione indebita aggravata, l'inquilino è stato condannato nei primi gradi di giudizio. La Corte di Cassazione, pur respingendo la richiesta di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa del valore non trascurabile dei beni, ha accolto il ricorso sulla prescrizione. I giudici hanno accertato che il reato si era estinto per il decorso del tempo prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la condanna penale senza rinvio, confermando però l'obbligo di risarcire i danni in sede civile.
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Appropriazione indebita: tenere il veicolo in leasing costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di appropriazione indebita nei confronti di un soggetto che, dopo aver ottenuto un autocarro tramite un contratto di leasing, ha omesso di restituirlo alla società proprietaria nonostante la formale diffida ricevuta. I giudici di merito avevano già accertato la responsabilità penale dell'imputato, evidenziando la sua piena consapevolezza del dovere di restituzione del mezzo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa poiché si limitava a riprodurre genericamente le contestazioni già sollevate in appello, senza muovere critiche specifiche e argomentate alla sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: condannato il difensore che minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale di un professionista per i reati di appropriazione indebita, usura ed estorsione ai danni di un cliente. Il professionista aveva trattenuto per sé la somma di ventimila euro ricevuta come anticipo per l'acquisto di un'attività commerciale, integrando pienamente il reato di appropriazione indebita. Inoltre, aveva spinto la vittima a contrarre un prestito usurario da un terzo e l'aveva minacciata gravemente per costringerla a pagare. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del professionista, stabilendo che la mancata restituzione di denaro con vincolo di destinazione configura il reato nel momento stesso in cui l'agente compie un atto di dominio sul denaro, a nulla rilevando una generica e successiva intenzione di restituire la somma. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Appropriazione indebita: prescrizione e risarcimento confermato
L'Imputato è stato accusato del reato di appropriazione indebita aggravata. La Corte di Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, confermando però le condanne al risarcimento dei danni in favore delle parti civili. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza del reato e lamentando la mancata ammissione di una perizia contabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti. Inoltre, l'Imputato non aveva rinunciato alla prescrizione né aveva contestato specificamente le statuizioni civili nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato le condanne civili e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Restituzione nel termine: no se la cancelleria tace
Un dipendente aeroportuale, accusato di appropriazione indebita per aver sottratto oggetti da valigie smarrite, viene assolto in appello per particolare tenuità del fatto. Il difensore presenta ricorso in Cassazione oltre i limiti di tempo, invocando la restituzione nel termine a causa delle restrizioni Covid-19 e del mancato riscontro alle sue PEC da parte della cancelleria. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il mancato riscontro della cancelleria alle email non costituisce una causa di forza maggiore. Per ottenere la restituzione nel termine, il richiedente deve dimostrare con prove rigorose e oggettive l'esistenza di un impedimento assoluto e insormontabile. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: reato prescritto ma il danno si paga
Un amministratore societario è stato condannato per appropriazione indebita di bombole di gas vuote appartenenti a un'altra azienda e per la vendita di gas propano usando tali contenitori con marchi altrui per ingannare i clienti. La difesa sosteneva l'applicazione di una sanzione amministrativa speciale anziché penale. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, chiarendo che le condotte penali e l'illecito amministrativo sono strutturalmente diversi. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il reato di appropriazione indebita, consumatosi nel 2012 alla cessazione dei rapporti commerciali, si è estinto per prescrizione. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la condanna penale per questo specifico reato, confermando però la responsabilità per la vendita con segni mendaci e le condanne al risarcimento civile.
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