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Art. 646 Codice Penale — Anno 2023

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366 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Appropriazione indebita: salvo dalla pena ma deve risarcire
Un amministratore condominiale è stato accusato di appropriazione indebita per aver prelevato somme dal conto del condominio. La Corte di Cassazione ha chiarito che il reato si consuma solo al momento della cessazione della carica, poiché fino ad allora l'amministratore potrebbe teoricamente restituire il denaro. Nel caso specifico, essendo l'amministratore stato revocato nel 2014, il termine di prescrizione è decorso interamente prima della decisione definitiva. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la condanna penale per intervenuta prescrizione, ma ha confermato le statuizioni civili, obbligando l'ex amministratore a risarcire i danni e a pagare le spese legali al condominio.
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Sequestro probatorio: il no del giudice non è impugnabile
La persona offesa da un reato di falsificazione di testamento ha richiesto al Giudice per le indagini preliminari un provvedimento di sequestro probatorio su somme di denaro e gioielli sottratti dall'indagato. Il giudice ha respinto la richiesta e la donna ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il provvedimento con cui il giudice respinge la richiesta di sequestro probatorio avanzata da una parte privata non è impugnabile in alcun modo, in virtù del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Remissione tacita di querela: quando l’assenza ferma il giudice
Il Tribunale ordinava l'accompagnamento coattivo di un testimone-querelante non comparso in udienza. L'Imputato ricorreva in Cassazione, sostenendo che l'assenza ingiustificata integrasse una remissione tacita di querela, vietando così l'accompagnamento forzato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di interesse concreto. I giudici hanno chiarito che se l'assenza del querelante ha già prodotto la remissione tacita di querela, con conseguente estinzione del reato, un successivo provvedimento di accompagnamento coattivo non può cancellare questo effetto favorevole per l'imputato. Se invece l'assenza era giustificata, l'effetto estintivo non si sarebbe comunque prodotto. Di conseguenza, l'Imputato non riceve alcun danno concreto dall'ordinanza del giudice.
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Autoriciclaggio: condanna confermata nonostante la prescrizione
L'Amministratore di una società, con la complicità di un finto segretario, ha venduto abusivamente un marchio aziendale per 700.000 euro tramite una delibera falsa. Ha poi incassato la somma su un conto corrente segreto e l'ha trasferita a società di comodo tramite fatture false. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di autoriciclaggio, ritenendo idonei a ostacolare la tracciabilità i bonifici giustificati da operazioni inesistenti. Al contrario, il reato presupposto di appropriazione indebita è stato dichiarato estinto per prescrizione, con conseguente eliminazione della relativa quota di pena (tre mesi di reclusione e 500 euro di multa per ciascun imputato). Gli imputati sono stati condannati a risarcire le spese legali della parte civile.
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Rinvio pregiudiziale: no a deleghe in bianco alla Cassazione.
Il Tribunale di Trapani ha sollevato questione di competenza territoriale davanti alla Corte di Cassazione tramite lo strumento del rinvio pregiudiziale (Art. 24-bis c.p.p.), in relazione a un processo per appropriazione indebita. La difesa sosteneva la competenza del Tribunale di Palermo, basandosi sulla sede dei conti correnti bancari. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la richiesta. I giudici di legittimità hanno chiarito che il rinvio pregiudiziale non costituisce una delega in bianco: il giudice di merito deve prima compiere una valutazione preliminare di fondatezza, motivare la propria decisione e fornire una descrizione autosufficiente dei fatti. Non è ammesso un rinvio a scopo puramente esplorativo o dubitativo. Gli atti sono stati restituiti al Tribunale di Trapani.
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Dichiarazione fiscale fraudolenta: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per appropriazione indebita e dichiarazione fiscale fraudolenta. Il ricorrente contestava la decisione del Tribunale di Cremona, lamentando che i giudici non avessero riconosciuto un disegno criminoso unitario tra le condotte. La Suprema Corte ha chiarito che stabilire l'esistenza della volizione unitaria è una valutazione di fatto riservata ai giudici di merito. Poiché la motivazione del tribunale era logica e coerente, la Cassazione non poteva riesaminare i fatti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita in tabaccheria: dipendente condannato
Un dipendente di una tabaccheria è stato condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata dal rapporto di lavoro. L'uomo si era impossessato di biglietti della lotteria istantanea senza pagarli, incassando le vincite, e di denaro contante per circa 18.000 euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che i filmati della videosorveglianza sono pienamente utilizzabili come prova, anche se non completi. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché la condotta criminosa è stata reiterata nel tempo e ha causato un danno economico rilevante al datore di lavoro.
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Sequestro preventivo: nullo il blocco senza profitto effettivo
La Corte di Cassazione si pronuncia sul ricorso contro un provvedimento di sequestro preventivo di cinque immobili, emesso nell'ambito di indagini per appropriazione indebita e riciclaggio. La prima ricorrente, non proprietaria dei beni, vede il suo ricorso dichiarato inammissibile per carenza di interesse, non potendo ottenere la restituzione dei beni. Il ricorso della seconda ricorrente, proprietaria di un immobile, viene invece parzialmente accolto. La Suprema Corte stabilisce che la confisca diretta del profitto da riciclaggio non può colpire l'intero valore del bene ripulito, ma deve limitarsi al vantaggio patrimoniale effettivamente conseguito dall'autore del reato. Di conseguenza, l'ordinanza viene annullata con rinvio al Tribunale per quantificare tale specifico profitto.
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Condanna cancellata: il diritto alla difesa di fiducia vince
Due soggetti, un socio e un dipendente di un'azienda, venivano condannati in appello per appropriazione indebita di denaro e merci. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione denunciando una grave violazione procedurale: la Corte d'appello aveva disposto la trattazione orale del processo su richiesta della parte civile, senza però comunicare tale decisione ai loro difensori di fiducia. L'udienza si era svolta solo alla presenza di un difensore d'ufficio nominato sul momento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omesso avviso ai legali scelti dagli imputati viola il fondamentale diritto alla difesa di fiducia, determinando una nullità assoluta e insanabile del giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata e ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte d'appello per un nuovo giudizio.
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Appropriazione indebita: condanna penale nonostante l’errore
L'Imputato è stato condannato per il reato di appropriazione indebita. Ha proposto ricorso per Cassazione lamentando che il dispositivo di primo grado non specificasse se la pena di due anni fosse di arresto o reclusione, e sostenendo che il fatto costituisse solo un illecito civile legato all'interversione del possesso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che l'omissione della qualificazione della pena costituisce un mero errore materiale, risolvibile con l'incidente di esecuzione, poiché la motivazione indicava chiaramente la reclusione. Inoltre, le contestazioni sulla natura civile del fatto sono state ritenute del tutto generiche e prive di specifiche censure alla sentenza d'appello. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tardività della querela: il silenzio in appello costa caro
Un riparatore di telefoni è stato condannato per appropriazione indebita aggravata per non aver restituito un cellulare ricevuto in riparazione. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione eccependo la tardività della querela, poiché la vittima aveva sporto denuncia cinque mesi dopo il fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la tardività della querela non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità, trattandosi di una questione di fatto che richiede accertamenti riservati esclusivamente ai giudici di merito. Non avendo sollevato l'eccezione in appello, l'imputato ha perso il diritto di farla valere, subendo la conferma della condanna e una sanzione pecuniaria.
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Diversità del fatto: perché l’assoluzione blocca la truffa
Il Tribunale aveva assolto L'Imputata dal reato di appropriazione indebita legato a un contratto di leasing, ritenendo non provata la consegna dei beni. Al contempo, ravvisando gli estremi di una truffa, il giudice aveva disposto la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha chiarito che, in caso di diversità del fatto, il giudice non può pronunciare l'assoluzione e contemporaneamente trasmettere gli atti al PM, poiché l'assoluzione impedirebbe un nuovo processo per lo stesso fatto. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di assoluzione, facendo salva la trasmissione degli atti per l'avvio del nuovo procedimento.
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Appropriazione indebita: sì ai documenti, rinvio per il denaro
Un ex amministratore di condominio è stato condannato per il reato di appropriazione indebita di documenti e somme di denaro del condominio. La difesa ha eccepito la mancanza di una valida querela per l'appropriazione del denaro, ma la Corte d'Appello ha ritenuto la questione tardiva. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso su questo punto, stabilendo che la mancanza di una condizione di procedibilità può essere rilevata d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alle somme di denaro, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame sulla validità della querela, confermando invece la condanna per la mancata consegna dei documenti.
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Appropriazione indebita: no a compensazioni con crediti incerti
Un collaboratore, privo di cariche formali ma incaricato della gestione della cassa, si è impossessato degli incassi quotidiani di un mese per oltre dodicimila euro, omettendo di versarli sul conto aziendale. L'imputato ha giustificato la condotta sostenendo di vantare un credito per spese anticipate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di appropriazione indebita aggravata. I giudici hanno chiarito che non è possibile invocare la compensazione con un credito preesistente per escludere la responsabilità penale, a meno che tale credito non sia certo, liquido ed esigibile. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita tra conviventi: la convivenza non salva
L'Imputato ha prelevato indebitamente 300 euro dal conto corrente della compagna e, successivamente, ha denunciato falsamente alle autorità che il prelievo era stato effettuato da ignoti. Scoperto grazie alle telecamere di sorveglianza della banca, è stato condannato per simulazione di reato e appropriazione indebita. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'applicabilità della causa di non punibilità prevista per i reati patrimoniali commessi a danno del coniuge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che l'esenzione da pena non si applica in caso di appropriazione indebita tra conviventi non sposati (more uxorio), poiché la tutela speciale della stabilità familiare è riservata dalla Costituzione esclusivamente al matrimonio, lasciando fuori le unioni di fatto.
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Appropriazione indebita: l’ex amministratore si salva col tempo
Un amministratore di condominio è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per essersi impossessato di circa 26 mila euro appartenenti alla cassa condominiale. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il reato si fosse estinto per prescrizione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che per l'appropriazione indebita commessa dall'amministratore condominiale il reato si consuma nel momento esatto della cessazione della carica (revoca o dimissioni), poiché è in quel momento che si verifica l'interversione del possesso in mancanza di restituzione delle somme. Di conseguenza, calcolando il termine di prescrizione a partire dalla data di revoca dell'incarico, il reato è risultato estinto prima della sentenza d'appello. La Cassazione ha quindi annullato la condanna senza rinvio.
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Reato di riciclaggio: amore, conti svuotati e condanna
Una donna è stata condannata per il reato di riciclaggio per aver ricevuto sul proprio conto corrente oltre 282 mila euro. Tale somma proveniva dall'appropriazione indebita compiuta dal direttore di una filiale bancaria, con cui la donna aveva una relazione sentimentale. L'imputata aveva poi svuotato il conto tramite prelievi in contanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando che il deposito in banca di denaro sporco e il successivo prelievo integrano pienamente il reato di riciclaggio. Infatti, la natura fungibile del denaro comporta la sua automatica sostituzione con denaro pulito, ostacolando la tracciabilità della provenienza illecita. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della banca.
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Appropriazione indebita: bombole vuote ricaricate abusivamente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un rivenditore condannato per i reati di appropriazione indebita e vendita di prodotti con segni mendaci. L'uomo tratteneva le bombole di gas vuote di proprietà di una nota società energetica, le ricaricava presso distributori non autorizzati e le rimetteva in commercio con marchi ingannevoli. I giudici hanno confermato la condanna a un anno e due mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni. La Suprema Corte ha rilevato la genericità dei motivi di ricorso, che riproponevano questioni di fatto già ampiamente risolte nei gradi di merito, confermando la pericolosità della condotta e la correttezza della pena applicata.
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Appropriazione indebita aggravata: la finta compensazione non salva
Un collaboratore aziendale è stato condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata ai danni della società per cui lavorava. L'imputato si è difeso sostenendo di aver trattenuto le somme a titolo di compensazione per un credito preesistente, invocando l'esercizio di un diritto. Ha inoltre contestato la tempestività della querela e la legittimazione della parte civile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la compensazione non era applicabile in mancanza di prove certe e che la querela era stata presentata nei termini di legge, subito dopo la scoperta del reato. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di peculato: niente condanna se l’ente è privato
Una dipendente di una casa di riposo, addetta alla contabilità, viene accusata del reato di peculato per essersi appropriata di somme di denaro falsificando mandati di pagamento e trattenendo le rette degli ospiti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, stabilendo che la natura dell'ente (ex IPAB poi fondazione privata) e le mansioni concrete della lavoratrice escludono la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Di conseguenza, i giudici riqualificano il fatto come appropriazione indebita aggravata. Poiché per questo reato i termini di tempo sono più brevi, la Suprema Corte dichiara il reato estinto per intervenuta prescrizione, annullando la condanna penale senza rinvio, pur confermando il risarcimento dei danni in sede civile.
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