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Art. 640 Codice Penale — Anno 2026

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722 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Condanna annullata: la remissione di querela salva l’imputato
In un recente caso di truffa, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla remissione di querela. L'imputato era stato condannato in appello, ma prima che la sentenza diventasse definitiva, la persona offesa ha ritirato la denuncia e l'imputato ha accettato formalmente. La Suprema Corte ha chiarito che la remissione di querela intervenuta durante la pendenza del ricorso in Cassazione determina l'estinzione del reato. Questo effetto estintivo prevale su eventuali cause di inammissibilità del ricorso, a patto che quest'ultimo sia stato presentato nei termini di legge. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto e facendo decadere anche i risarcimenti civili precedentemente stabiliti a favore della vittima.
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Aumento di pena per recidiva: quando il calcolo diventa illegale
Un imputato viene condannato per truffa e minaccia grave. Il Tribunale applica un aumento di pena per recidiva pari a un mese di reclusione e 150 euro di multa. Il Procuratore ricorre in Cassazione chiedendo un incremento ancora maggiore. La Suprema Corte rigetta la richiesta dell'accusa e rileva d'ufficio un errore fondamentale: l'incremento applicato costituisce una pena illegale. Secondo l'art. 99, sesto comma, del Codice Penale, l'aumento di pena per recidiva non può mai superare il cumulo delle pene inflitte per le condanne precedenti (nel caso specifico, una sola multa di 400 euro). Poiché sia il calcolo del Tribunale che quello proposto dall'accusa superavano tale limite, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, ordinando un nuovo giudizio.
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Concorso nel reato di truffa: condanna definitiva per raggiri
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di truffa in ambito immobiliare. La ricorrente aveva impugnato la sentenza d'appello lamentando un'errata valutazione di un atto di risoluzione di un contratto preliminare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Il giudice di merito aveva correttamente evidenziato come la condotta della donna, caratterizzata da richieste pretestuose e capziose, avesse contribuito dolosamente a trarre in inganno la vittima. La decisione sottolinea l'importanza della tenuta logica della motivazione e i limiti invalicabili del sindacato di legittimità rispetto al merito della vicenda processuale.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: stop alla truffa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa a carico di un soggetto che aveva presentato ricorso basandosi su doglianze già respinte nei precedenti gradi di giudizio. La decisione si fonda sulla manifesta inammissibilità del ricorso per cassazione, poiché i motivi proposti risultavano generici e meramente ripetitivi. La difesa aveva contestato la responsabilità penale, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il bilanciamento delle circostanze. Tuttavia, gli Ermellini hanno rilevato che la condotta non era occasionale, escludendo così i benefici previsti dall'art. 131-bis c.p. La sentenza ribadisce che il ricorso di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito volto a una nuova valutazione delle prove, specialmente quando la motivazione della Corte d'Appello appare logica e completa.
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Reato continuato: quando il piano criminale non basta
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di riconoscimento del **reato continuato** avanzata da un soggetto condannato per truffa, bancarotta e ricettazione di documenti d'identità. Il ricorrente sosteneva che il possesso dei documenti rubati fosse funzionale alla successiva attività fraudolenta. Tuttavia, i giudici hanno rilevato un intervallo temporale di tre anni tra i fatti e l'assenza di una prova concreta di una programmazione unitaria iniziale. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice propensione a delinquere o la generica finalità economica non bastano a configurare l'unicità del disegno criminoso, richiedendo invece una preordinazione specifica di ogni singola azione delittuosa già al momento del primo reato.
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Sequestro preventivo per reati edilizi: industria contro ambiente
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per reati edilizi ai danni di una società e dei suoi amministratori. Gli indagati erano accusati di aver realizzato un complesso industriale in un'area protetta (S.I.C.) senza la necessaria Valutazione di Incidenza Ambientale (VINCA), inducendo in errore la pubblica amministrazione tramite atti falsi. La difesa contestava la competenza territoriale e la proporzionalità del sequestro, sostenendo che l'opera fosse sanabile e che il valore del bene sequestrato fosse eccessivo rispetto al reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che in sede di legittimità non è possibile riesaminare il merito dei fatti o la valutazione delle prove, ma solo verificare la correttezza giuridica della motivazione, che in questo caso è risultata solida e coerente.
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Reato di truffa: il profitto prova la colpevolezza?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa a carico di un soggetto che aveva ricevuto sul proprio conto somme derivanti da raggiri. Il ricorrente sosteneva la propria buona fede, citando una denuncia da lui sporta e lamentando carenze istruttorie. Tuttavia, i giudici hanno ribadito che, secondo una consolidata massima di esperienza, chi incassa il profitto di un illecito è presumibilmente l'autore della condotta fraudolenta. La sentenza sottolinea che il vantaggio patrimoniale non è un evento occasionale, ma lo sbocco naturale del reato di truffa. Poiché la difesa non ha fornito prove concrete dell'intervento di terzi o di un'intestazione fittizia, il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Truffa ai danni dell’INPS: il video smentisce il falso invalido
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per Truffa ai danni dell'INPS nei confronti di un soggetto che percepiva indebitamente pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento. Nonostante le certificazioni mediche favorevoli, le indagini hanno rivelato, tramite riprese video, che l'imputato svolgeva regolarmente attività lavorativa pesante presso un mercato rionale, caricando e scaricando merci senza alcuna difficoltà motoria. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, sottolineando che le perizie mediche erano state condizionate dalla 'rappresentazione scenica' della malattia offerta dal paziente. La decisione conferma la confisca di oltre 54.000 euro, corrispondenti al profitto illecito accumulato negli anni attraverso l'inganno ai danni dell'ente previdenziale pubblico.
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Truffa contrattuale o insolvenza: i confini della colpevolezza
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imputato condannato per il reato di truffa contrattuale, il quale richiedeva la riqualificazione del fatto in insolvenza fraudolenta. La difesa sosteneva che la condotta non presentasse i raggiri tipici della truffa, ma solo una dissimulazione dello stato di insolvenza. Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso, chiarendo che la truffa contrattuale si configura non solo quando l'inganno è iniziale, ma anche quando il comportamento fraudolento si manifesta durante l'esecuzione del contratto. Tale condotta, se idonea a indurre in errore la controparte e a generare un ingiusto profitto con altrui danno, integra pienamente la fattispecie più grave. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Riciclaggio e dolo eventuale: quando prestare la carta è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di riciclaggio a carico di una donna che aveva messo a disposizione la propria carta prepagata per il transito di somme provenienti da una truffa. La difesa sosteneva la mancanza di prove e chiedeva la riqualificazione del fatto in concorso in truffa. Tuttavia, i giudici hanno rilevato la sussistenza del riciclaggio e dolo eventuale, poiché l'imputata era consapevole che il transito del denaro servisse a farne perdere le tracce. La denuncia di smarrimento della carta, presentata solo dopo l'operazione illecita, è stata considerata un tentativo tardivo di discolpa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di truffa: ricorso generico e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva contestato la decisione della Corte d'Appello lamentando un vizio di motivazione nel giudizio di responsabilità. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che l'impugnazione era affetta da una genericità estrema, non indicando in modo puntuale gli elementi di critica necessari per superare la motivazione della sentenza di secondo grado, giudicata invece logica e coerente. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando definitivamente la condanna per il reato di truffa.
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Frode informatica: la Cassazione nega il riesame dei fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di Frode informatica commesso in concorso con altri. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti operata dalla Corte d'Appello, chiedendo in sostanza un nuovo esame del merito della vicenda. Gli Ermellini hanno ribadito che il controllo di legittimità non permette una rilettura degli elementi di fatto, compito esclusivo dei giudici di merito. Poiché la sentenza impugnata presentava una motivazione logica, coerente e basata su un solido quadro probatorio, il ricorso è stato respinto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di truffa: la Cassazione conferma i limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa a carico di un soggetto che aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello. Il ricorrente lamentava un'errata valutazione delle prove e l'inattendibilità della persona offesa. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione sottolinea che, in presenza di una doppia conforme, la Cassazione non può procedere a una nuova ricostruzione dei fatti o a una diversa valutazione della credibilità dei testimoni. La motivazione dei giudici di merito è stata ritenuta logica e coerente, avendo correttamente valorizzato la testimonianza della vittima riguardo agli artifizi e raggiri subiti. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa online e minorata difesa: la distanza fisica aggrava la pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo ritenuto responsabile di truffa online e minorata difesa. Il ricorrente aveva messo in dubbio la propria responsabilità sostenendo che terzi avessero utilizzato la sua carta di credito, ma non ha fornito prove né sporto denuncia per smarrimento. La Suprema Corte ha ribadito che l'utilizzo di piattaforme web per la vendita integra automaticamente l'aggravante della minorata difesa, poiché la distanza fisica tra le parti e l'impossibilità di un contatto diretto rendono l'acquirente vulnerabile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato di truffa: la vittoria del tempo sulla pena
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due soggetti condannati in appello per truffa, i quali hanno presentato ricorso eccependo l'estinzione dell'illecito. Il fulcro della controversia riguardava il calcolo esatto dei termini per la prescrizione del reato di truffa, considerando i periodi di sospensione dovuti a impedimenti dell'imputato. La Suprema Corte ha rilevato che il termine massimo di legge era già spirato prima della decisione di secondo grado o, in ogni caso, durante il giudizio di legittimità. Poiché il ricorso non era inammissibile e non emergevano prove evidenti per un'assoluzione nel merito, i giudici hanno dichiarato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. La decisione ribadisce l'importanza del computo rigoroso del tempo nel processo penale.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: truffa e difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione presentato da un soggetto condannato per il reato di truffa. Il ricorrente lamentava la violazione dell'art. 521 c.p.p., sostenendo che vi fosse una mancata correlazione tra l'accusa originaria e la sentenza di condanna, oltre a una lesione del diritto di difesa. La Suprema Corte ha tuttavia rilevato che i motivi di ricorso erano privi di specificità, limitandosi a riproporre censure già esaminate e respinte in sede di appello. In particolare, i giudici di merito avevano correttamente riqualificato le pressioni esercitate sulla vittima come artifici e raggiri idonei a configurare la truffa. La decisione conferma che la mera riproduzione di argomenti già disattesi rende il ricorso inammissibile, comportando la condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale online: la distanza aggrava la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa contrattuale online a carico di un soggetto che aveva messo in vendita beni su un portale web senza mai consegnarli dopo aver ricevuto il pagamento. La difesa sosteneva il travisamento della prova, ma i giudici hanno rilevato che il conto corrente di destinazione era intestato all'imputato, il quale non aveva mai denunciato il furto dei propri documenti d'identità. Il punto centrale della decisione riguarda l'applicazione dell'aggravante della minorata difesa: la distanza fisica tra le parti nelle transazioni digitali impedisce all'acquirente di verificare l'identità del venditore e la reale esistenza del bene, ponendolo in una condizione di oggettiva vulnerabilità rispetto al raggiratore.
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Truffa online e minorata difesa: la Cassazione punisce il web
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di truffa online e minorata difesa. L'imputato pubblicava falsi annunci di vendita su piattaforme web, utilizzando documenti e identità rubate per trarre in inganno gli acquirenti e farsi consegnare denaro per beni mai spediti. La Suprema Corte ha ribadito che la vendita a distanza configura l'aggravante della minorata difesa, poiché l'acquirente non può verificare fisicamente l'identità del venditore né la reale disponibilità della merce. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile in quanto basato su motivi generici e sulla contestazione della discrezionalità del giudice nel determinare la pena, ritenuta invece congrua e correttamente motivata.
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Delitto di truffa: quando le bugie portano alla condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il delitto di truffa nei confronti di un soggetto che, attraverso raggiri e menzogne, aveva ottenuto somme di denaro da una vittima senza mai restituirle. L'imputato aveva proposto ricorso contestando la qualificazione giuridica del fatto e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che le doglianze erano generiche e miravano a una rilettura dei fatti già ampiamente accertati nei gradi di merito. La decisione sottolinea l'importanza della credibilità della persona offesa, le cui dichiarazioni sono risultate coerenti e supportate da prove documentali, rendendo legittima la determinazione della pena operata dai giudici di merito.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: tra diritto e sanzione
Una cittadina, condannata per il reato di truffa, ha presentato ricorso contestando la motivazione della sentenza di appello e lamentando la mancata valutazione di cause di non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione a causa della genericità dei motivi. I giudici hanno rilevato che l'impugnazione non indicava elementi specifici per contrastare la decisione impugnata, limitandosi a censure astratte. La mancanza di correlazione tra le doglianze e la motivazione del giudice di merito impedisce il controllo di legittimità. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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