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Art. 624 Codice Penale — Anno 2026

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926 provvedimenti

Altri anni per Art. 624 Codice Penale

Uso indebito di carte di credito: ricorso e sanzione
L'Imputato è stato condannato in appello per i reati di furto e uso indebito di carte di credito. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la motivazione sulla recidiva e il giudizio di bilanciamento delle circostanze sanzionatorie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato sul primo punto e generico sul secondo, in quanto le valutazioni sulle circostanze rientrano nella discrezionalità del giudice di merito se motivate in modo coerente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità dell'imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: impronta digitale e complici confermano la pena
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto aggravato a seguito del ritrovamento di una sua impronta digitale sulla custodia di un computer portatile rubato. Nel ricorso in Cassazione, la difesa ha contestato sia la validità della perizia sulle impronte, sia l'applicazione dell'aggravante della violenza sulle cose, sostenendo che l'eventuale manomissione fosse stata compiuta da un'altra persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'aggravante della violenza sulle cose ha natura oggettiva e si estende a tutti i partecipanti al reato, anche se l'effrazione è eseguita da un complice. Inoltre, la coincidenza di almeno sedici punti caratteristici nell'impronta digitale costituisce prova certa di colpevolezza. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato di gas metano: illecita convivenza e condanna
Due conviventi sono stati condannati per il reato di furto aggravato di gas metano. Gli imputati hanno proposto ricorso alla Corte di Cassazione contestando la validità della querela presentata dalla parte offesa e la ricostruzione della residenza anagrafica di uno di loro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la querela conteneva una manifesta volontà punitiva contro i responsabili. Inoltre, la questione della residenza formale è risultata irrilevante di fronte alle prove della convivenza e della titolarità del contratto di locazione. La decisione ha confermato la condanna, imponendo anche il pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle amende.
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Borse schermate e furto aggravato da mezzo fraudolento: condanna
Due persone sono state condannate per il reato di furto aggravato da mezzo fraudolento dopo aver sottratto prodotti nei negozi utilizzando borse schermate e strumenti per rimuovere i dispositivi anti-taccheggio. Le imputate hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza della circostanza aggravante e l'entità della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'impiego delle borse schermate e degli attrezzi da scasso dimostra la condotta fraudolenta, peraltro sostenuta dalla stessa difesa nelle precedenti fasi del giudizio. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Le ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e versare tremila euro ciascuna alla Cassa delle Ammende.
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Associazione per delinquere: lecita la condanna anche senza ruoli
Tre soggetti hanno organizzato ed eseguito una serie continuativa di furti di materiali all'interno di diversi cantieri edili. Per compiere i colpi la banda utilizzava autocarri intestati a terzi, auto di supporto, dispositivi GPS per i sopralluoghi e un piazzale recintato per nascondere la refurtiva. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di associazione per delinquere, respingendo i ricorsi degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito che l'associazione per delinquere sussiste anche in presenza di un'organizzazione minimale e con ruoli intercambiabili tra i sodali. È sufficiente la presenza di un vincolo stabile, la continuità dei contatti e la predisposizione comune di mezzi per realizzare un programma criminoso indeterminato. Di conseguenza i giudici hanno confermato le sanzioni stabilite e condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali.
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Calcolo della pena per tentato furto: la sanzione va motivata
L'Imputato veniva condannato per aver tentato di sottrarre due dispositivi elettronici da un esercizio commerciale, nascondendoli sotto gli abiti prima di essere fermato dalle forze dell'ordine. I giudici di merito irrogano una pena di sei mesi di reclusione e duecento euro di multa, ma omettono di chiarire la riduzione applicata per la forma tentata. L'Imputato propone ricorso contestando la mancanza di motivazione sulla determinazione della sanzione. La Corte di Cassazione accoglie la doglianza focalizzandosi sul calcolo della pena per tentato furto. I giudici supremi evidenziano che, sia utilizzando il metodo diretto che quello bifasico, il giudice ha l'obbligo di motivare come sia giunto alla pena finale ed esplicitare la diminuzione dovuta per il tentativo. La sentenza viene quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio.
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Particolare tenuità del fatto negata per chi tenta il furto
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentato furto. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto prevista dall'articolo 131-bis del codice penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può applicare la particolare tenuità del fatto quando le modalità concrete dell'azione dimostrano un'inclinazione al delitto del soggetto. Di conseguenza, la condanna dell'Imputato rimane confermata, con l'obbligo di pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato e tossicodipendenza: la Cassazione annulla il no
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per una serie di furti di biciclette ed effrazioni commessi in un breve arco temporale. Egli ha sostenuto che i reati derivavano da un'unica programmazione e dalla necessità di finanziare la propria tossicodipendenza. Il Giudice dell'Esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo i furti occasionali e di modesto valore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato e ha annullato l'ordinanza. I giudici di legittimità hanno evidenziato che il giudice territoriale ha ignorato precedenti decisioni favorevoli che avevano già unificato gran parte dei reati e ha svalutato in modo illogico lo stato di tossicodipendenza. La causa torna al tribunale per una nuova valutazione.
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Remissione di querela via chat: condanna confermata
L'Imputata ricorre in Cassazione chiedendo l'annullamento della condanna stabilita con patteggiamento per il reato di furto, sostenendo che la persona offesa avesse ritirato la denuncia. A sostegno di ciò, la difesa ha presentato uno screenshot di chat da un'applicazione di messaggistica e una dichiarazione inviata dalla Germania. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la remissione di querela effettuata all'estero deve rispettare formalità precise. In particolare, occorre presentarla all'agente consolare oppure alle autorità di polizia, non tramite messaggi WhatsApp o e-mail prive di verifica d'identità e attestazione di deposito. Per questo motivo, il ritiro della denuncia è considerato invalido e la condanna resta confermata, con sanzione pecuniaria per la ricorrente.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no ai riesami di merito
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto aggravato. Contro la sentenza della Corte d'Appello, la difesa ha presentato ricorso alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha riscontrato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché l'atto richiedeva un nuovo esame del merito dei fatti, attività preclusa ai giudici di legittimità. Inoltre, i motivi proposti si limitavano a ripetere le argomentazioni già ampiamente analizzate e respinte dai giudici del secondo grado, senza evidenziare gravi illogicità o travisamenti delle prove. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato l'atto inammissibile, confermando la responsabilità penale e condannando L'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Differenza tra furto e rapina: il ricorso ripetitivo fallisce
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la qualificazione del fatto commesso. Il ricorrente sosteneva infatti che la condotta integrasse un semplice furto e non una rapina. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che l'atto si limitava a ripetere le argomentazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza contestare la specifica motivazione della Corte d'appello sulla differenza tra furto e rapina. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto all'Imputato il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Furto aggravato nei supermercati: telecamere e condanne
Tre persone venivano condannate per il reato di furto aggravato nei supermercati dopo aver sottratto generi alimentari da due esercizi commerciali. Le imputate hanno proposto ricorso in Cassazione contestando le aggravanti della destrezza e dell'esposizione dei beni alla pubblica fede. Inoltre, lamentavano la mancata concessione delle attenuanti per il danno lieve e la severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Ha chiarito che la presenza di telecamere di videosorveglianza non esclude l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede, poiché le telecamere aiutano a identificare i responsabili ma non impediscono l'azione criminosa. La Corte ha condannato le ricorrenti al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto pluriaggravato: ricorso generico e condanna confermata
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto pluriaggravato dopo aver sottratto diversi beni all'interno di un centro commerciale. Contro la decisione dei giudici di secondo grado, la donna ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della pena, la qualificazione del fatto e la mancata applicazione di cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità dei motivi presentati, i quali non muovevano critiche specifiche alla motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'impugnazione è stata respinta, con condanna dell'imputata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate: confermata la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che lo ha condannato per il reato di furto. Il ricorso contestava unicamente il diniego del beneficio relativo alle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché manifestamente infondato. I giudici di secondo grado hanno motivato adeguatamente la propria decisione basandosi su precisi indici personali e fattuali. Il giudice di merito non deve esaminare ogni singolo elemento favorevole o contrario, ma può limitarsi a quelli decisivi. Di conseguenza, L'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto di energia elettrica: scatta la violenza sulle cose
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un cittadino per il reato di furto di energia elettrica aggravato dalla violenza sulle cose. L'Imputato ha collegato un cavo privato direttamente alla rete pubblica, escludendo il contatore e staccando i cavi conduttori originari. La difesa sosteneva l'assenza di danneggiamento fisico rilevante. I giudici hanno stabilito che anche il semplice stacco o la manomissione dei conduttori elettrici costituisce una modifica materiale funzionale alla sottrazione dell'energia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'Imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Omesso avviso al difensore di fiducia: condanna annullata
Due soggetti affrontano il giudizio per i reati di furto e sostituzione di persona. La vittima presenta la remissione di querela per il reato di furto, determinando l'estinzione dell'illecito. Per il reato di sostituzione di persona, la Corte di Appello dispone la trattazione orale senza informare i legali scelti dagli imputati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa. L'omesso avviso al difensore di fiducia costituisce una nullità assoluta e insanabile del processo, in quanto priva l'imputato dell'assistenza tecnica scelta. I giudici annullano la sentenza per il furto per estinzione del reato e dispongono un nuovo giudizio d'appello per la sostituzione di persona.
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Minorata difesa nel furto: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato è stato condannato in sede di merito per i reati di furto pluriaggravato e danneggiamento. Contro tale decisione, il condannato ha proposto ricorso in Cassazione contestando esclusivamente la sussistenza dell'aggravante della minorata difesa. La Suprema Corte ha dichiarato la richiesta inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni riguardavano valutazioni di fatto, non consentite nel giudizio di Cassazione. Inoltre, la sentenza d'appello aveva già fornito una motivazione logica e corretta nel confermare la presenza della minorata difesa. Per queste ragioni, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Querela per furto assente: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato era stato condannato nei gradi di merito per il reato di furto aggravato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando l'assenza di una valida querela per furto. A seguito della Riforma Cartabia, infatti, il reato di furto richiede l'espressa manifestazione della volontà punitiva da parte della vittima per poter procedere. Nel caso in esame, la persona offesa aveva presentato una semplice denuncia priva dell'istanza di punizione e non si era costituita parte civile nel processo penale. La Corte di Cassazione ha stabilito che la semplice denuncia non sostituisce la querela. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'improcedibilità dell'azione penale per difetto di querela.
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Furto di energia elettrica: condanna annullata per prescrizione
L'Imputato è stato condannato per furto di energia elettrica mediante manomissione del contatore. In appello la condanna è stata confermata non dichiarando la prescrizione del reato, ritenendo applicabile un'ulteriore aggravante non espressamente contestata nell'atto di accusa iniziale. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione denunciando la violazione dei diritti di difesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che non si può applicare per la prima volta in secondo grado un'aggravante mai discussa in precedenza al solo fine di allungare i tempi della prescrizione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza senza rinvio perché il reato si è estinto per decorso dei termini.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no al riesame
L'Imputata è stata condannata nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto. La difesa ha proposto impugnazione chiedendo una nuova valutazione dei fatti, il riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la correzione di un errore materiale della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha decretato l'Inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno chiarito che le censure riproponevano argomenti già respinti in appello senza contestare la motivazione, mentre gli errori materiali si correggono con apposita procedura formale. L'Imputata è stata quindi condannata al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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