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Art. 624-bis Codice Penale — Anno 2022

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704 provvedimenti

Altri anni per Art. 624-bis Codice Penale

Furto in abitazione: la Cassazione corregge la multa ingiusta
Tre soggetti sono stati condannati per furto in abitazione pluriaggravato. La difesa ha contestato la ricostruzione dei fatti basata sul tracciamento GPS e l'aggravante della minorata difesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi principali, confermando la responsabilità penale. Tuttavia, ha accolto il ricorso di uno degli imputati riguardo a un errore materiale nel calcolo della pena pecuniaria. La Corte d'Appello aveva infatti ridotto la multa ai coimputati con recidiva, lasciando inspiegabilmente una sanzione più elevata al ricorrente privo di precedenti. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla misura della multa per quest'ultimo, rideterminandola in euro 267 per allinearla a quella degli altri partecipanti al reato.
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Termini di custodia cautelare: no a sconti nel delitto tentato
L'Imputato, accusato di tentato furto in abitazione aggravato, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale che rigettava la richiesta di scarcerazione per decorrenza dei termini di fase. La difesa sosteneva che, per calcolare i termini di custodia cautelare nel delitto tentato, si dovesse applicare la riduzione massima della pena (due terzi) in base al principio del favor rei, riducendo così la pena edittale sotto la soglia dei sei anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, per individuare i termini di custodia cautelare nel delitto tentato, occorre calcolare la pena massima del reato consumato e applicare la riduzione minima di un terzo prevista per il tentativo. Nel caso specifico, la pena massima calcolata è di sei anni e oro mesi, escludendo la scadenza dei termini.
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Furto in abitazione: ricorso ripetitivo costa caro
Un cittadino, condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di furto in abitazione, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. L'imputato ha contestato esclusivamente l'applicazione della recidiva, ritenendola ingiustificata. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano una semplice ripetizione delle contestazioni già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna del ricorrente e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto pluriaggravato: ricorso respinto e multa
L'Imputato è stato condannato per tentato furto pluriaggravato a quattro mesi di reclusione e 120 euro di multa. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'errata applicazione dell'aggravante della violenza sulle cose, il mancato riconoscimento delle attenuanti e l'esclusione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi erano una mera riproduzione di quelli d'appello e privi di specificità. Inoltre, il beneficio della non menzione è stato negato per la presenza di precedenti condanne. Infine, l'applicazione della particolare tenuità del fatto è stata esclusa poiché la pena massima per il tentato furto pluriaggravato supera i limiti edittali previsti dalla legge. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato continuato o scelta di vita? Il confine che nega lo sconto
Il Tribunale di Napoli, in funzione di giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato avanzata da un condannato per due diversi reati contro il patrimonio commessi a distanza di sei mesi. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'esistenza di un unico disegno criminoso basato sulla vicinanza temporale e sulle medesime modalità operative. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la semplice ripetizione di reati a distanza di tempo non dimostra una programmazione unitaria iniziale, bensì una scelta di vita delinquenziale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Furto in abitazione pluriaggravato: la spazzatura tradisce il ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione pluriaggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove, sostenendo che la refurtiva di valore fosse stata trovata presso terzi e che gli oggetti rinvenuti nelle pertinenze del suo domicilio fossero di scarso valore. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare il merito delle prove se la motivazione della sentenza d'appello è logica e coerente. Il collegamento tra gli oggetti rinvenuti e la vittima del furto era stato ampiamente dimostrato. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della cassa delle ammende.
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Reato di rapina: la restituzione non cancella la violenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di rapina. L'imputato chiedeva di riqualificare il fatto come semplice furto e di ottenere la concessione di alcune circostanze attenuanti, tra cui la speciale tenuità del danno e la restituzione del bene. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza fisica esclude l'ipotesi di furto. Inoltre, la restituzione della refurtiva non è stata spontanea e il danno non può considerarsi lieve, data la natura plurioffensiva della rapina che colpisce sia il patrimonio sia l'incolumità della persona. Di conseguenza, la condanna originaria viene interamente confermata e il ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione consumato: basta staccare gli infissi
L'Imputato è stato sorpreso a staccare e accatastare le persiane delle finestre di una casa privata. La difesa sosteneva si trattasse solo di un tentativo di furto, poiché l'uomo non aveva ancora portato via i beni dall'area condominiale. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per furto in abitazione consumato. Secondo i giudici, staccare gli infissi e accumularli configura la piena e autonoma disponibilità della refurtiva, perfezionando il reato anche se il colpevole viene fermato subito dopo dalle forze dell'ordine. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: prove schiaccianti, nessun sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per molteplici episodi di furto in abitazione pluriaggravato. L'imputato agiva con un metodo seriale: entrava nelle case delle vittime fingendo di vendere un set di coltelli e fuggiva a bordo di un'auto con un'ammaccatura caratteristica. La difesa contestava la credibilita di una testimone e la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. I giudici hanno confermato la condanna, stabilendo che la ricostruzione dei fatti era solida e supportata da telecamere. Inoltre, hanno chiarito che il diniego della prevalenza delle attenuanti generiche non richiede una motivazione specifica se il giudice, valutando la gravita del fatto, decide di fissare la pena base sopra il minimo di legge. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: la refurtiva in casa incastra la ladra
Una donna è stata condannata per furto in abitazione dopo il ritrovamento di parte della refurtiva nella sua casa. Il padre della donna aveva inoltre confermato alla vittima che la figlia aveva fatto bene a romperle la porta e a rubarle tutto. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la ricostruzione del fatto e la valutazione delle prove spettano solo ai giudici di merito. La Cassazione non può riesaminare i fatti se la motivazione precedente è logica e coerente. L'imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione di quattromila euro.
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Prova del DNA sul guanto: condannato per furto in tabaccheria
Il caso riguarda la condanna di un uomo per il furto di merce del valore di quindicimila euro all'interno di una tabaccheria. La decisione si fonda principalmente sulla prova del DNA, ovvero sul ritrovamento di tracce biologiche dell'imputato su un guanto rinvenuto vicino al negozio, accanto ad alcuni arnesi da scasso. L'imputato ha proposto ricorso sostenendo che tale elemento fosse un indizio debole e insufficiente a collegarlo al reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la presenza del profilo genetico sul guanto, unita al ritrovamento degli strumenti di scasso e ai precedenti penali specifici del soggetto, costituisce un quadro indiziario solido e coerente. La Cassazione non può riesaminare i fatti di causa se la motivazione del giudice di merito è logica.
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Furto in abitazione con mezzo fraudolento: non è truffa
L'Imputato è stato condannato per furto in abitazione con mezzo fraudolento dopo essersi introdotto a casa della Vittima con la scusa di regalarle del denaro, per poi sottrarle i beni. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il fatto dovesse qualificarsi come truffa e non come furto, poiché era entrato con il consenso della proprietaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che si tratta di furto in abitazione con mezzo fraudolento quando lo spossessamento avviene senza il consenso della vittima (invito domino), anche se l'accesso alla casa è stato ottenuto con l'inganno. Nella truffa, invece, la vittima consegna volontariamente il bene a causa del raggiro. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche negate al ladro recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna a oltre quattro anni di reclusione per furto in abitazione e ricettazione. L'Imputato era penetrato in un'abitazione di giorno, attendendo l'uscita della vittima, per rubare un portagioie, e custodiva in casa tre televisori rubati. La Suprema Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche a causa della flagranza di reato, della mancata collaborazione nell'indicare la provenienza dei beni e dei numerosi precedenti penali. I giudici hanno inoltre ribadito che i motivi di ricorso non possono limitarsi a riprodurre pedissequamente le contestazioni già sollevate e respinte in appello, senza muovere una critica specifica e argomentata alla decisione impugnata.
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Restituzione della refurtiva: il furto resta grave
Un uomo è stato condannato per furto in abitazione per aver sottratto balle di fieno ed elettrodomestici da una casa rurale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e dell'attenuante del danno di speciale tenuità, evidenziando la successiva restituzione della refurtiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la restituzione della refurtiva è un comportamento successivo al reato e non cancella la gravità del danno originario calcolato al momento del furto. Inoltre, i numerosi precedenti penali dell'uomo impediscono la concessione delle attenuanti generiche. L'imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: impronte esterne e condanna definitiva
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto in abitazione commesso forzando la porta d'ingresso. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e la mancata valutazione della desistenza volontaria, sostenendo che le sue impronte fossero solo all'esterno della casa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non è configurabile se il furto è già consumato e che l'onere della prova spetta alla difesa. Inoltre, i numerosi precedenti penali dell'Imputata giustificano il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a sconti facili
Due imputati condannati in appello per rapina, furto e spaccio hanno proposto ricorso alla Corte di Cassazione chiedendo l'assoluzione e la riduzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione a causa della sua estrema genericità. I ricorrenti hanno infatti formulato richieste tipiche di un giudizio di merito, estranee al ruolo di legittimità della Cassazione, senza indicare i motivi specifici previsti dalla legge. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i condannati sono stati obbligati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Furto con strappo o rapina? La Cassazione traccia il confine
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un uomo condannato per rapina, furto con strappo e danneggiamento aggravato. L'imputato aveva sottratto con violenza il cellulare della vittima e le aveva strappato le chiavi di mano. Inoltre, aveva danneggiato un bene esposto alla pubblica fede. La Suprema Corte ha chiarito che lo scippo delle chiavi integra il reato di furto con strappo, mentre la violenza fisica diretta configura la rapina. L'aggravante del danneggiamento di cose esposte alla pubblica fede sussiste anche se il fatto avviene sotto gli occhi della vittima, qualora questa non abbia mezzi per impedire l'azione. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Furto con strappo in concorso: ricorso respinto perché generico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto con strappo in concorso a carico di un soggetto identificato a bordo del veicolo utilizzato per compiere uno scippo. L'imputato aveva proposto ricorso lamentando una mancata valutazione delle sue difese da parte della Corte d'Appello. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e volto a ottenere un nuovo esame dei fatti, precluso in sede di legittimità. I giudici hanno evidenziato che le dichiarazioni dei testimoni erano già state correttamente valutate e supportate da prove concrete. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Graduazione della pena: la Cassazione frena i ricorsi facili
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando esclusivamente la misura della sanzione inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la graduazione della pena spetta unicamente al giudice di merito, il quale esercita un potere discrezionale nel rispetto dei criteri di legge. La Cassazione non può rivalutare la congruità della pena, a meno che la decisione non risulti palesemente arbitraria o priva di motivazione logica. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Determinazione della pena: sanzioni individuali senza confronti
Quattro imputati sono stati condannati per tentato furto in abitazione e resistenza a pubblico ufficiale. Gli stessi hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena, il diniego delle attenuanti generiche e la mancata comparazione tra le diverse posizioni dei coimputati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale, in presenza di più coimputati, deve motivare le proprie scelte sanzionatorie individuali senza l'obbligo di effettuare un giudizio comparativo tra le diverse posizioni. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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