L'Imputato si è introdotto nottetempo all'interno di uno studio legale, sottraendo denaro contante, elementi d'arredo e un computer portatile. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di furto in privata dimora. L'autore del reato ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che lo studio professionale non potesse considerarsi una privata dimora e invocando la qualificazione meno grave di furto aggravato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che lo studio professionale costituisce una privata dimora, poiché il professionista vi compie attività riservate ed esercita il potere di vietare l'accesso a terzi senza il proprio consenso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dell'Imputato, imponendogli il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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