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Art. 612-bis Codice Penale

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287 provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale negato per stalking
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato per atti persecutori l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale, disponendo invece la detenzione domiciliare. Nonostante il condannato avesse un lavoro e una casa, i giudici hanno rilevato la persistenza di un comportamento assillante e morboso verso la vittima, emerso da recenti indagini. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di essersi reinserito socialmente e criticando l'attendibilità della persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: l'affidamento in prova al servizio sociale richiede una reale evoluzione della personalità e l'assenza di rischi di recidiva. Il comportamento assillante dimostra il mancato avvio di un vero percorso di recupero, rendendo necessaria la misura più contenitiva dei domiciliari.
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Durata della custodia cautelare: no a scarcerazioni parziali
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di scarcerazione avanzata da un imputato per reati associativi e stalking. La difesa sosteneva che la durata della custodia cautelare avesse superato la pena inflitta in primo grado per i reati satellite, invocandone l'estinzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che, in tema di durata della custodia cautelare per reato continuato, occorre fare riferimento alla pena complessiva inflitta per tutti i reati e non solo a quella dei reati minori. Inoltre, la presunzione di adeguatezza del carcere per un reato satellite rimane valida anche se il tempo trascorso in cella supera la pena specifica per quel singolo reato. L'imputato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Finge identità per anni: condanna definitiva per atti persecutori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per i reati di sostituzione di persona e atti persecutori aggravati dall'uso di mezzi telematici. L'Imputata, per quattro anni, aveva molestato la vittima fingendosi al telefono un uomo inesistente, supportata da una coimputata che si presentava come sorella del fantomatico personaggio. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando la genericità dei motivi di ricorso, volti a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la provvisionale non è impugnabile in Cassazione e che l'inammissibilità del ricorso preclude la rilevabilità della prescrizione maturata successivamente alla sentenza d'appello. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori social: condanna anche con offese reciproche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori, commesso pubblicando continui messaggi offensivi e minacciosi su internet contro due persone. L'imputato sosteneva che la reciprocità delle offese escludesse lo stato di ansia delle vittime e invocava il principio del divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto. I giudici hanno chiarito che la pubblicazione ripetuta di post molesti sui social network configura il reato, poiché crea un clima intimidatorio che distrugge la serenità familiare e relazionale delle vittime. La Corte ha confermato la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore delle vittime.
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Stalking condominiale: condannati i vicini dell’appartamento sopra
Tre vicini di casa sono stati condannati per il reato di stalking condominiale, lesioni e tentata violenza privata ai danni dei condomini del piano inferiore. Gli imputati tormentavano le vittime con rumori intollerabili, insulti quotidiani, danneggiamenti alle auto, esplosione di petardi e aggressioni fisiche alla porta d'ingresso. Tali condotte hanno costretto le vittime a installare un cancello di ferro e a cambiare lavoro per l'ansia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando la condanna. Anche la vicina residente due piani sopra risponde del reato in concorso, avendo partecipato attivamente alle spedizioni punitive, dimostrando che la distanza fisica non esclude la responsabilità penale se vi è una cosciente adesione al disegno persecutorio complessivo.
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Revocazione della donazione per ingratitudine: perde la casa
La Corte di Cassazione ha confermato la revocazione della donazione per ingratitudine di alcuni immobili disposta dalla zia donante nei confronti del nipote. Il nipote aveva privato la zia del possesso di un garage sul quale lei vantava un diritto di usufrutto, molestato l'inquilino dello stesso e attuato condotte aggressive e persecutorie contro l'anziana parente, accertate anche tramite filmati di videosorveglianza e sfociate in misure cautelari penali. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'ingiuria grave e il grave pregiudizio al patrimonio del donante, presupposti per la revoca, possono essere desunti anche da provvedimenti possessori e da indizi di procedimenti penali ancora pendenti. Il ricorso del donatario è stato rigettato, confermando la perdita dei beni donati e la condanna al pagamento delle spese legali.
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Sospensione condizionale della pena: l’età salva il condannato
Il Giudice dell'esecuzione del Tribunale di Torino aveva rideterminato la pena per un condannato per più reati di stalking e lesioni, ma aveva negato la sospensione condizionale della pena ritenendo superato il limite di legge. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, evidenziando di aver commesso tutti i reati dopo il compimento dei settant'anni, circostanza che innalza il limite per la sospensione a due anni e sei mesi. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che lo stalking, essendo un reato abituale, si considera consumato al momento della cessazione della condotta, avvenuta quando il soggetto era già ultrasettantenne. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il diniego e rinviato al Tribunale per una nuova valutazione.
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Vittima vulnerabile: se manca la registrazione la prova cade
Un uomo, accusato di maltrattamenti contro l'ex convivente, ha impugnato il divieto di avvicinamento. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni della donna, considerata vittima vulnerabile, raccolte dalla polizia senza registrazione audiovisiva o fonografica, sono inutilizzabili. Inoltre, la Corte ha chiarito che, per i fatti commessi dopo la fine della convivenza (avvenuta nel 2022) e prima della riforma del 2025, non si può applicare retroattivamente il reato di maltrattamenti in famiglia, ma semmai quello di atti persecutori. L'ordinanza è stata annullata con rinvio al Tribunale di Roma per una nuova valutazione.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il proscioglimento
Un imputato, condannato in primo grado per atti persecutori ed estorsione, ha concordato la pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la Corte d'appello non avesse valutato i presupposti per il suo immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena in secondo grado, l'imputato rinuncia ai motivi di appello originari. Di conseguenza, non è più possibile contestare la mancata pronuncia di proscioglimento, a meno che non vi siano vizi nella formazione della volontà dell'accordo o difformità nella decisione del giudice rispetto a quanto pattuito. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori in condominio: condanna definitiva senza sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori in condominio ai danni di una vicina di casa. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti, la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'importo del risarcimento danni stabilito nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove già esaminate nei precedenti processi. Inoltre, per negare le attenuanti generiche, il giudice non deve analizzare ogni singolo dettaglio, ma può limitarsi a indicare gli elementi decisivi che giustificano il diniego. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'uomo dovrà pagare anche le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di molestie tra ex: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputata era stata condannata in appello per il reato di molestie (art. 660 c.p.), dopo che l'iniziale accusa di stalking era stata derubricata. La condotta consisteva in ripetute telefonate e messaggi all'ex compagno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno rilevato che la Corte d'Appello non ha adeguatamente motivato la sussistenza del reato di molestie, omettendo di verificare se i contatti fossero dettati da petulanza o biasimevole motivo, specialmente alla luce della necessità di gestire il figlio minore. La Cassazione ha chiarito che per la configurabilità del reato non basta un generico fastidio, ma occorre accertare l'effettiva volontà di interferire inopportunamente nella sfera altrui.
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Atti persecutori: corsi di recupero non pagati dallo Stato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori. Dopo la fine della convivenza con la compagna, l'uomo aveva continuato a molestarla e minacciarla. I giudici hanno chiarito che, una volta cessata la coabitazione, le condotte violente non rientrano più nei maltrattamenti in famiglia ma configurano il reato di atti persecutori. Inoltre, la Cassazione ha respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla difesa: l'obbligo di frequentare corsi di recupero per ottenere la sospensione condizionale della pena non deve essere coperto dal gratuito patrocinio. Lo Stato garantisce la difesa nel processo, non i costi delle misure rieducative. L'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori: condanna anche senza un piano prestabilito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la sua condanna per il reato di atti persecutori. La difesa contestava l'esistenza della condotta reiterata e del dolo, sostenendo inoltre la tardività della querela presentata da La Persona Offesa. I giudici hanno chiarito che per la sussistenza del reato è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza dell'idoneità delle molestie a turbare la vittima, senza necessità di una pianificazione preventiva delle condotte, che possono essere anche occasionali. Infine, la Suprema Corte ha confermato la tempestività della querela, depositata tre giorni dopo l'ultimo episodio molesto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori o molestie? La Cassazione nega lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per il reato di atti persecutori ai danni della vittima. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta dovesse essere qualificata come semplice molestia, lamentando una presunta mancanza di prove sul reale stato d'ansia della persona offesa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che lo stato d'ansia della vittima, generato dal timore che le condotte persecutorie potessero continuare, era ampiamente provato sia dalle dichiarazioni attendibili della persona offesa sia dalle testimonianze di altri soggetti. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori: l’astio tra vicini non esclude la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di atti persecutori nei confronti di un uomo che tormentava i propri vicini di casa a causa di banali liti condominiali. L'imputato aveva presentato ricorso contestando la mancata concessione delle attenuanti e sostenendo la reciprocit dei conflitti. I giudici hanno stabilito che l'astio reciproco non esclude lo stalking e che le liti tra condomini integrano l'aggravante dei futili motivi. Inoltre, la contestazione "aperta" consente di valutare anche gli episodi intimidatori avvenuti durante il processo. Il ricorso stato dichiarato inammissibile, con la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento valido anche se l’imputato cambia idea
Un uomo, accusato di atti persecutori e lesioni personali, concorda un patteggiamento a sei mesi di reclusione. Successivamente, l'imputato impugna la sentenza sostenendo che il proprio consenso fosse venuto meno e che preferisse essere giudicato con il rito abbreviato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, nell'ultima udienza, i difensori dell'imputato, muniti di regolare procura speciale, hanno espressamente confermato la richiesta di patteggiamento. Questa dichiarazione, effettuata da soggetti pienamente legittimati, supera le precedenti contestazioni personali dell'imputato. Di conseguenza, l'accordo è valido e la condanna viene confermata, con l'aggiunta delle spese processuali.
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Prescrizione del reato di atti persecutori: salta la condanna
L'Imputato, condannato in primo grado per il reato di atti persecutori, ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza della Corte d'Appello che aveva dichiarato inammissibile il suo appello. La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso e ha rilevato il decorso del termine di prescrizione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la decisione impugnata, dichiarando l'estinzione del reato. La decisione evidenzia come la prescrizione del reato di atti persecutori possa determinare la fine del processo penale prima di una condanna definitiva.
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Stalking ed estinzione: la remissione di querela salva l’imputato
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di non luogo a procedere emessa dal Giudice per l'udienza preliminare nei confronti dell'Imputato, accusato di atti persecutori e violazione di domicilio. Il Giudice aveva dichiarato l'estinzione dei reati per remissione tacita della querela. Il Procuratore ha contestato la decisione, evidenziando che per il reato di stalking la legge impone una formale remissione processuale. Tuttavia, durante il giudizio di Cassazione, la difesa ha depositato un atto di formale remissione di querela, regolarmente accettato dall'Imputato davanti ai Carabinieri. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore per sopravvenuta carenza di interesse, confermando l'estinzione dei reati grazie alla valida remissione formale sopravvenuta.
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Credito reale ma pretesa raddoppiata: quando è estorsione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di atti persecutori ed estorsione a carico di un creditore che ha utilizzato violenza e minacce per riscuotere somme di denaro. L'imputato sosteneva che la sua condotta rientrasse nel meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, avendo egli un effettivo credito verso la vittima. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che le somme pretese con la forza (circa settantamila euro) superavano di gran lunga il reale credito accertato (circa trentacinquemila euro). La Cassazione ha stabilito che si configura il reato di estorsione quando il profitto perseguito tramite violenza è palesemente ingiusto e sproporzionato rispetto al diritto originario, respingendo il ricorso e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Atti persecutori: condanna definitiva nonostante il doppio giudizio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di atti persecutori commesso ai danni di tre persone. L'imputato aveva proposto ricorso lamentando la violazione del principio del ne bis in idem, sostenendo di essere già stato giudicato per gli stessi fatti in un altro procedimento. Inoltre, contestava l'attendibilità delle vittime e la mancanza di prove mediche. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, chiarendo che i periodi temporali delle condotte erano distinti e non sovrapponibili. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibili le contestazioni sulle prove, ricordando che la Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti ma solo verificare la correttezza logica e giuridica della sentenza impugnata. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva.
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