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Art. 360-bis Codice di Procedura Civile — Anno 2022

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183 provvedimenti

Altri anni per Art. 360-bis Codice di Procedura Civile

Prescrizione del risarcimento danni: medici sconfitti dallo Stato
Un gruppo di medici ha chiesto il risarcimento dei danni per la mancata remunerazione durante i corsi di specializzazione frequentati tra il 1983 e il 1991, in violazione delle direttive europee. La Corte d'Appello ha respinto la domanda ritenendo il diritto ormai estinto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la prescrizione del risarcimento danni, di durata decennale, ha iniziato a decorrere dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della legge n. 370/1999 che ha rimosso ogni incertezza sul diritto al compenso. Avendo i medici avviato la causa solo nel 2013, il loro diritto si era ormai definitivamente estinto.
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Prescrizione medici specializzandi: ricorso tardivo costa caro
Un gruppo di medici laureati ha fatto causa allo Stato italiano per ottenere il risarcimento dei danni dovuto alla mancata remunerazione durante i corsi di specializzazione svolti tra il 1983 e il 1991, in violazione delle direttive europee. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il diritto al risarcimento è ormai estinto. La prescrizione medici specializzandi è infatti decennale e inizia a decorrere dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della Legge n. 370/1999, che ha reso definitivo l'inadempimento dello Stato. Poiché i medici hanno agito troppo tardi e contro un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, la Corte li ha anche condannati al pagamento di una sanzione per abuso del processo.
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Remunerazione medici specializzandi: niente aumenti retroattivi
Un gruppo di medici specializzandi ha fatto causa allo Stato italiano chiedendo il risarcimento dei danni per la mancata rivalutazione delle borse di studio e per non aver ricevuto il trattamento economico più favorevole previsto dalle riforme successive. I medici sostenevano che la remunerazione medici specializzandi ricevuta durante i corsi di formazione fosse inadeguata rispetto alle direttive europee. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la riforma del 1999 si applica solo a chi si è iscritto a partire dall'anno accademico 2006/2007. Inoltre, il blocco dell'adeguamento all'inflazione delle borse di studio tra il 1992 e il 2005 è stato ritenuto legittimo, poiché inserito in manovre di contenimento della spesa pubblica nazionale. Di conseguenza, i medici hanno perso la causa e dovranno pagare le spese processuali.
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Trasformazione del tetto in terrazza: quando l’opera è lecita
I Condomini dell'Ultimo Piano hanno realizzato una terrazza a tasca di circa 7,5 metri quadri modificando una porzione del tetto comune dell'edificio. La Condomina confinante ha chiesto il ripristino dello stato originario del tetto, lamentando la violazione del pari uso della cosa comune. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, accertando tramite perizia tecnica che l'opera non ha compromesso la funzione di copertura e isolamento del tetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della condomina. I giudici hanno confermato che la trasformazione del tetto in terrazza ad uso esclusivo è legittima se le modifiche sono di modesta entità e non riducono la protezione delle strutture sottostanti. La ricorrente ha perso la causa ed è stata condannata a pagare le spese legali.
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Danni da recesso del conduttore: il condominio non paga
Un condomino ha richiesto il risarcimento danni per recesso del conduttore, una cooperativa che gestiva una comunità alloggio nel suo appartamento. Il proprietario accusava il condominio di aver provocato l'addio dell'inquilino pretendendo il rispetto del regolamento condominiale e presentando esposti infondati alle autorità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del proprietario. I giudici hanno stabilito che l'attività del condominio volta a far rispettare le regole interne non costituisce un illecito. Inoltre, la presentazione di esposti alle autorità, se non calunniosa, non genera responsabilità risarcitoria poiché l'intervento pubblico interrompe il nesso causale. Infine, il condominio non risponde delle condotte moleste attribuibili a singoli condomini.
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Transazione su beni comuni: serve l’unanimità o si demolisce
Un condomino aveva trasformato abusivamente parte del sottotetto e del tetto comune in una terrazza privata. Il Condominio ha chiesto la rimessione in pristino dello stato dei luoghi. L'erede del condomino si è opposta, sostenendo che un'assemblea condominiale avesse approvato un accordo transattivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'erede, confermando che la transazione su beni comuni richiede obbligatoriamente il consenso unanime di tutti i partecipanti al condominio, ai sensi dell'art. 1108 c.c. Di conseguenza, in mancanza dell'unanimità, l'accordo è nullo e l'erede deve demolire le opere abusive e ripristinare il tetto condominiale, oltre a pagare le spese legali.
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Consenso unanime dei condomini o la transazione sul tetto è nulla
Un condomino impugnava le delibere che gli imponevano di rimuovere alcune strutture dal tetto comune. L'erede del condomino sosteneva che la lite fosse stata risolta con un accordo transattivo successivo. La Corte d'Appello dichiarava nullo tale accordo perché non approvato da tutti i condomini. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che per le transazioni che hanno ad oggetto beni comuni è necessario il consenso unanime dei condomini. Di conseguenza, il ricorso dell'erede è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Impugnazione delibera assembleare: no ai ricorsi per conto terzi
Un condomino ha proposto l'impugnazione delibera assembleare sostenendo che l'assemblea fosse illegittima perché alcuni altri condomini non erano stati regolarmente convocati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il potere di chiedere l'annullamento di una decisione per omessa convocazione spetta esclusivamente al condomino non convocato (pretermesso). Chi è stato regolarmente invitato non può lamentarsi della mancata convocazione altrui. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali.
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Delibera condominiale nulla: il costruttore non paga le spese
Il Condominio ha richiesto il pagamento delle spese condominiali alla Società Costruttrice per i suoi appartamenti rimasti invenduti. La Società si è opposta, invocando una clausola del regolamento contrattuale che la esonerava da tali contribuzioni. La Corte di Cassazione ha stabilito che la decisione dell'assemblea di ripartire comunque le spese a carico della Società costituisce una delibera condominiale nulla e non semplicemente annullabile. Modificare a maggioranza i criteri di spesa contrattuali richiede infatti il consenso unanime di tutti i condomini. Di conseguenza, l'invalidità può essere fatta valere in ogni tempo, anche dopo la scadenza del termine ordinario di trenta giorni per l'impugnazione. La Suprema Corte ha quindi respinto il ricorso del Condominio.
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Notifica della cartella esattoriale: valida anche se trasferito
Il Contribuente ha impugnato la decisione del Tribunale che confermava la validità della notifica della cartella esattoriale. L'atto era stato depositato nella casa comunale dopo che il primo tentativo presso la residenza anagrafica era fallito, risultando il destinatario "trasferito". Il Contribuente sosteneva che la sua irreperibilità fosse solo relativa e che l'agente non avesse svolto adeguate ricerche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la notifica della cartella esattoriale è valida se eseguita mediante deposito nella casa comunale qualora il destinatario risulti trasferito dal suo indirizzo anagrafico. Inoltre, la contestazione sulle mancate ricerche è stata ritenuta una questione nuova, mai sollevata nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il Contribuente perde la causa ed è condannato a pagare un ulteriore contributo unificato.
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Aggio di riscossione: negato il compenso post-fallimento
L'Agente della Riscossione ha impugnato il decreto del Tribunale che escludeva dallo stato passivo del Fallimento la somma richiesta a titolo di aggio di riscossione. Il Tribunale ha rilevato che la trasmissione del ruolo esattoriale era avvenuta un anno dopo la dichiarazione di fallimento, escludendo quindi qualsiasi attività di esazione antecedente alla procedura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il credito per l'aggio di riscossione ha carattere concorsuale solo se l'attività di esazione è iniziata prima del fallimento. In caso contrario, opera il principio di cristallizzazione del passivo, rendendo il credito inopponibile alla procedura.
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Avvocato a casa o in studio: vale il termine breve per impugnare
I Creditori notificano una sentenza e un atto di precetto presso la residenza di un Professionista, che ha agito come difensore di se stesso. Il Professionista impugna la decisione oltre il termine di legge, sostenendo che la notifica alla residenza non fosse idonea a far decorrere il termine breve per impugnare. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, quando una parte assiste se stessa in giudizio, la notifica personale presso la sua residenza è pienamente valida per far decorrere il termine breve per impugnare, poiché il destinatario non perde la propria competenza tecnica fuori dallo studio. Per aver insistito in una tesi palesemente infondata, il Professionista viene condannato anche per abuso del processo.
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Compensi dell’avvocato: il Comune deve pagare la difesa
Un avvocato ha chiesto il pagamento dei compensi dell'avvocato per l'attività di difesa svolta a favore di un Comune in alcune cause di lavoro. Il Comune si è opposto, sostenendo che le delibere di affidamento dell'incarico fossero nulle perché prive dell'indicazione della copertura finanziaria e del relativo impegno contabile. Il Tribunale ha dato ragione al professionista, rideterminando il credito. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso del Comune inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per gli incarichi di difesa in giudizio, non è necessaria la previa indicazione della spesa specifica, poiché l'onere economico è incerto e le spese vengono imputate a un capitolo generale del bilancio comunale. Il Comune perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Riconoscimento sentenza straniera: il cliente deve pagare
Un cliente italiano si è opposto al riconoscimento sentenza straniera emessa dalla Corte Suprema di New York, che lo condannava a pagare oltre duecentomila dollari a un avvocato americano per prestazioni professionali. Il cliente sosteneva che il provvedimento non fosse una vera sentenza, che le notifiche fossero nulle e che la decisione fosse priva di motivazione, violando l'ordine pubblico italiano. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la regolare notifica dell'atto introduttivo garantisce il diritto di difesa e che la mancanza di motivazione in una sentenza estera non ne impedisce il riconoscimento in Italia, poiché l'obbligo costituzionale di motivare i provvedimenti riguarda solo l'organizzazione giudiziaria interna e non costituisce un limite di ordine pubblico internazionale.
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Appello incidentale omesso: l’adesione non salva il ricorso
Una cittadina, coinvolta in una causa civile contro un'amministrazione comunale e un altro privato, decide di non proporre un autonomo appello incidentale contro la sentenza di primo grado, limitandosi ad aderire all'appello principale del Comune. Dopo che la Corte d'Appello conferma la decisione di primo grado, la donna si rivolge alla Corte di Cassazione per contestare la sentenza. La Suprema Corte dichiara il ricorso radicalmente inammissibile. I giudici chiariscono che chi vuole contestare una sentenza deve proporre un appello principale o un appello incidentale nei modi di legge, non essendo ammessa una semplice adesione informale all'impugnazione altrui. Di conseguenza, la ricorrente perde definitivamente la causa e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: inefficace la vendita al garante
Il Debitore ha ceduto alcuni beni immobili alla Terza Acquirente, la quale era anche sua fideiussore (garante del debito). La Banca Creditrice ha promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita, ritenendola pregiudizievole per il proprio credito. Il Debitore e la Terza Acquirente si sono opposti, sostenendo l'assenza di danno poiché i beni rimanevano comunque nella sfera di un soggetto coobbligato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno stabilito che il creditore ha la piena facoltà di scegliere quale patrimonio aggredire tra i coobbligati solidali. Di conseguenza, il trasferimento di beni a un altro garante non esclude il pregiudizio per il creditore, legittimando pienamente l'azione revocatoria ordinaria.
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Notifica fallimento via PEC: valida per società cancellata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ex amministratore di una società a responsabilità limitata dichiarata fallita. Il ricorrente contestava la regolarità della notifica dell'istanza di fallimento, avvenuta dopo la cancellazione della società dal registro delle imprese. La Suprema Corte ha confermato la validità della notifica fallimento via PEC all'indirizzo precedentemente comunicato dalla società al registro delle imprese, anche se la società risulta già cancellata o in liquidazione. I giudici hanno inoltre respinto la contestazione sul termine annuale per la dichiarazione di fallimento, in quanto questione sollevata per la prima volta in sede di legittimità e richiedente accertamenti di fatto non consentiti in Cassazione. Di conseguenza, la dichiarazione di fallimento resta pienamente valida ed efficace.
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Regolamento di confini: perde il vicino senza prove scritte
Una proprietaria terriera ha avviato un'azione di regolamento di confini contro il vicino per definire i limiti esatti dei rispettivi terreni. Il vicino si è opposto, sostenendo di aver acquisito la proprietà della porzione di terreno contesa per usucapione o che questa fosse una pertinenza della sua proprietà. I giudici di merito, basandosi su una perizia tecnica non contestata, hanno accolto la domanda della proprietaria. Il vicino ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché formulato in modo confuso e generico, volto a richiedere un inammissibile riesame dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Nullità clausola interessi: vince la banca sul vecchio conto
Una società ha contestato il calcolo del saldo del proprio conto corrente, aperto prima del 1992, lamentando la nullità clausola interessi che rinviava agli usi di piazza. La società pretendeva l'applicazione dei tassi sostitutivi favorevoli previsti dal Testo Unico Bancario (T.U.B.). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che le norme sulla trasparenza bancaria del 1992 e del 1993 non sono retroattive. Di conseguenza, per i contratti sorti in precedenza, la nullità della clausola sugli interessi comporta l'applicazione del tasso legale previsto dal codice civile, e non dei tassi sostitutivi del T.U.B. Vince la banca, mentre la società deve pagare le spese di giudizio.
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Usucapione di beni demaniali: privato perde contro lo Stato
Tre cittadini hanno chiesto al tribunale di dichiarare l'avvenuta usucapione di un terreno. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, accertando che l'area era di natura demaniale, in quanto destinata a fascia di rispetto autostradale per l'ammodernamento di un'autostrada. I cittadini si sono rivolti alla Corte di Cassazione, lamentando errori procedurali e di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'**usucapione di beni demaniali** è impossibile, a meno che il privato non provi in modo inequivocabile la sdemanializzazione del bene, ossia la volontà dello Stato di sottrarlo alla sua funzione pubblica. Non essendoci tale prova, il terreno resta pubblico e i cittadini perdono la causa, venendo condannati a pagare le spese legali.
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