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Art. 348-ter Codice di Procedura Civile — Anno 2022

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357 provvedimenti

Altri anni per Art. 348-ter Codice di Procedura Civile

Agevolazioni cessioni di carburante: senza prove scatta l’IVA
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un distributore di carburante per il recupero dell'IVA del 2009. Il distributore aveva applicato le agevolazioni cessioni di carburante a favore di imbarcazioni da diporto per uso commerciale, senza tuttavia conservare i registri e i libretti di controllo obbligatori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del distributore, stabilendo che spetta interamente al contribuente l'onere di provare la sussistenza dei requisiti per l'esenzione fiscale. In assenza della documentazione prevista dalla normativa secondaria, l'operazione perde il beneficio della non imponibilità e viene assoggettata all'aliquota ordinaria.
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Rimessione alla pubblica udienza: stop al filtro in Cassazione
Il Cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la Prefettura per contestare un provvedimento del Tribunale. La sesta sezione civile, incaricata di valutare in modo rapido la causa in camera di consiglio, ha ritenuto che la questione non fosse di facile soluzione. Di conseguenza, la Corte ha disposto la rimessione alla pubblica udienza presso la seconda sezione civile. Questa decisione rinvia la scelta finale a un dibattimento pubblico e approfondito, escludendo una decisione semplificata.
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Ricostruzione della carriera: sbloccati gli arretrati
Una lavoratrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro il Consorzio datore di lavoro per il pagamento di arretrati legati alla ricostruzione della carriera. Il Consorzio si era opposto sostenendo che una delibera limitasse gli arretrati, basandosi su un vincolo del Comitato di Controllo. Tuttavia, tale vincolo era stato annullato dal Tribunale Amministrativo Regionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Consorzio, confermando che l'annullamento del vincolo amministrativo ripristina la piena efficacia della delibera originaria favorevole alla lavoratrice. Di conseguenza, la lavoratrice ha diritto a tutti gli arretrati spettanti e il Consorzio è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Caduta sul tappeto: no alla responsabilità per cose in custodia
Una cittadina ha citato in giudizio un Comune chiedendo il risarcimento dei danni per essere caduta su un tappeto guida all'interno di una mostra. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della danneggiata, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di responsabilità per cose in custodia, spetta prima di tutto al danneggiato dimostrare il nesso causale tra la cosa e l'evento lesivo. Nel caso specifico, il tappeto era ben visibile, illuminato e tenuto fermo dal peso di altre persone, escludendo qualsiasi pericolosità intrinseca. Non essendoci la prova che la caduta fosse stata causata dal tappeto, la richiesta di risarcimento è stata respinta e la ricorrente è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Responsabilità professionale del notaio: serve un danno reale
Un'erede ha citato in giudizio un notaio chiedendo il risarcimento dei danni per presunti errori commessi nella redazione di un atto di compravendita immobiliare. Secondo l'attrice, il professionista avrebbe indicato l'intero immobile anziché la sola quota ereditaria, complicando la successiva divisione dei beni. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la domanda, rilevando anche la totale mancanza di prova del danno concreto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la responsabilità professionale del notaio non può essere affermata senza l'allegazione e la prova di un effettivo pregiudizio economico subito dal cliente. Di conseguenza, l'erede perde definitivamente la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Scioglimento della comunione: no a rimborsi spese tardivi
Il caso riguarda lo scioglimento della comunione di un immobile tra due comproprietari. Il ricorrente ha richiesto il rimborso della metà delle spese di costruzione solo in sede di conclusioni finali, ma i giudici di merito hanno dichiarato la domanda inammissibile perché tardiva. Inoltre, lo stesso comproprietario ha contestato la nomina del geometra come Consulente Tecnico d'Ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la domanda di rimborso tardiva non può bloccare lo scioglimento della comunione e che la scelta del perito spetta al giudice. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali aggiuntive.
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Compensazione spese condominiali: l’avvocato perde la causa
Un condomino, di professione avvocato, pretendeva il pagamento di compensi professionali dal proprio condominio. Il condominio ha opposto in compensazione il mancato pagamento delle spese condominiali accumulate negli anni. La Corte d'Appello ha ritenuto provato il debito del condomino tramite i verbali assembleari di approvazione dei bilanci. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'avvocato, confermando che la compensazione spese condominiali è legittima. I verbali dell'assemblea costituiscono infatti una prova sufficiente del credito del condominio, a meno che non siano stati sospesi da un giudice. Di conseguenza, l'avvocato perde la causa e non può evitare il pagamento delle quote arretrate.
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Consulenza tecnica d’ufficio: decide il giudice, l’impresa paga
Una società acquirente si è opposta al pagamento di oltre 87.000 euro per una fornitura di motori elettrici destinati a macchine impastatrici, contestandone la conformità. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la società ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando il mancato accoglimento di una consulenza tecnica d'ufficio per verificare i difetti dei motori. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di una doppia decisione conforme nei gradi precedenti, non si possono ridiscutere i fatti. Inoltre, la scelta di disporre o meno una consulenza tecnica d'ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, che può legittimamente basarsi sulle prove già esistenti e valutare liberamente le perizie di parte. L'acquirente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali.
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Esenzione contributiva sport dilettantistico: no a compensi fissi
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una cooperativa sportiva contro l'addebito INPS per contributi omessi relativi a 54 istruttori di nuoto. La cooperativa invocava l'esenzione contributiva sport dilettantistico prevista per i redditi diversi. Tuttavia, i giudici hanno accertato che gli istruttori ricevevano compensi mensili fissi, regolari e continuativi. Tale modalità di retribuzione dimostra lo svolgimento di un'attività professionale abituale, escludendo il carattere marginale o dilettantistico delle prestazioni. Di conseguenza, l'esenzione non è applicabile e la cooperativa deve versare i contributi previdenziali richiesti, oltre alle sanzioni e alle spese di giudizio.
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Istruttori di tennis: accertato il rapporto di lavoro subordinato
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'associazione sportiva dilettantistica, confermando l'avviso di addebito dell'INPS per contributi omessi relativi a tre istruttori di tennis. I giudici hanno accertato l'esistenza di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, escludendo l'autonomia delle prestazioni e l'applicabilità del regime di esenzione fiscale per i collaboratori sportivi. La Suprema Corte ha inoltre confermato la validità del verbale ispettivo come atto idoneo a interrompere la prescrizione quinquennale dei contributi. L'associazione è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e al versamento del doppio del contributo unificato.
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Cessazione del rischio assicurato: il trasferimento non cancella i premi
Un assicurato ha interrotto il pagamento dei premi sostenendo la cessazione del rischio assicurato a causa del trasferimento geografico della propria attività di autolavaggio. La compagnia assicuratrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo per i premi non pagati, evidenziando che l'attività era semplicemente proseguita in un'altra sede e sotto diversa denominazione. I giudici di merito hanno dato ragione alla compagnia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'assicurato, confermando che il mero trasferimento della sede non costituisce cessazione del rischio assicurato e che l'assicurato non aveva inviato alcuna comunicazione formale di recesso. L'assicurato perde definitivamente la causa e deve pagare i premi arretrati e le spese processuali.
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Opposizione a decreto ingiuntivo: senza prove il ricorso fallisce
Un fornitore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una cooperativa agricola per il mancato pagamento di forniture di latte. La cooperativa ha proposto opposizione a decreto ingiuntivo, sostenendo di aver pagato e contestando il debito. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato l'opposizione, ritenendo non provato il pagamento. La cooperativa ha quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata ammissione delle prove testimoniali e contestando la valutazione dei giudici di merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove e la sussistenza di una contestazione spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere riesaminate in sede di legittimità, confermando così la condanna della cooperativa al pagamento delle forniture e delle spese legali.
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Sopravvenienza attiva: debito ridotto ma la tassazione resta
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una società in liquidazione, contestando la mancata contabilizzazione di una sopravvenienza attiva di oltre 523.000 euro nel 2007. Tale importo derivava da un accordo transattivo che aveva ridotto un debito commerciale originario. La società sosteneva di poter rinviare la tassazione al 2011, anno in cui aveva quantificato i pagamenti integrativi effettuati ai dipendenti del fornitore in base all'accordo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che le variazioni di reddito devono essere imputate secondo il principio di competenza nell'anno in cui si perfeziona l'accordo. Inoltre, il ricorso è stato respinto per gravi difetti di forma, tra cui la confusa sovrapposizione dei motivi di impugnazione e la presenza di una doppia decisione conforme nei gradi precedenti.
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Regolamento di condominio: i blocchi di cemento battono la sosta
Un condomino ha impugnato la delibera assembleare che approvava l'installazione di cubi di cemento nella piazzetta comune per impedire la sosta delle auto. Il condomino sosteneva che l'opera fosse un'innovazione vietata o voluttuaria e rivendicava un diritto di parcheggio. La Corte d'Appello ha respinto le sue richieste, evidenziando che il regolamento di condominio vietava espressamente l'uso della piazzetta come parcheggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'installazione dei dissuasori non costituisce un'innovazione vietata, ma una semplice misura attuativa per far rispettare il regolamento di condominio. Di conseguenza, il condomino che ha perso la causa deve pagare le spese processuali e non può sottrarsi alla sua quota di spesa.
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Provvigione post-contrattuale: quando l’agente perde il compenso
Un'agente di commercio ha richiesto il pagamento della provvigione per un importante ordine di forniture concluso da una società terza dopo la cessazione del suo rapporto di agenzia. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, escludendo che l'attività dell'agente avesse avuto un ruolo determinante nella conclusione dell'affare. L'agente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'omessa valutazione di prove decisive e la violazione delle norme sulla provvigione post-contrattuale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare i fatti già accertati in modo concorde nei due gradi precedenti (doppia conforme). Di conseguenza, l'agente perde definitivamente la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Sgravi contributivi: l’azienda perde se non prova i requisiti
L'Azienda ha impugnato un verbale di accertamento dell'INPS che contestava l'indebita fruizione di sgravi contributivi per un rapporto di lavoro subordinato e disconosceva la subordinazione di un amministratore socio. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta dell'Azienda, ritenendo non provati i requisiti per le agevolazioni e accertando che l'amministratore esercitava effettivi poteri datoriali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno ribadito che spetta sempre al datore di lavoro l'onere di dimostrare la sussistenza dei presupposti per beneficiare degli sgravi contributivi. L'Azienda, non avendo fornito prove sufficienti e avendo proposto motivi generici, è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Ordinanza di inammissibilità dell’appello e l’errore fatale
Un proprietario ha citato in giudizio i vicini per definire i confini dei loro terreni. Il Tribunale ha stabilito il confine basandosi su una perizia tecnica. Entrambe le parti hanno proposto appello, ma la Corte d'Appello ha dichiarato inammissibili le impugnazioni con un'apposita ordinanza. Il proprietario ha quindi proposto ricorso in Cassazione impugnando direttamente questa decisione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza di inammissibilità dell'appello che conferma la decisione di primo grado non può essere impugnata direttamente in Cassazione. Il ricorrente avrebbe dovuto impugnare direttamente la sentenza del Tribunale. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Sepolcro gentilizio: l’erede perde la causa contro l’occupante
L'Erede del fondatore di una cappella funeraria ha chiesto la liberazione di alcuni loculi occupati temporaneamente dai genitori di un terzo soggetto, sostenendo che si trattasse di un sepolcro gentilizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che, in caso di sepolcro gentilizio, il diritto di agire in giudizio per liberare le tombe occupate abusivamente spetta esclusivamente ai familiari designati dal fondatore (i beneficiari diretti) e non all'erede di quest'ultimo. L'Erede, avendo agito solo in qualità di successore del costruttore, non aveva quindi la legittimazione attiva per richiedere il rilascio dei loculi. Di conseguenza, l'occupante ha vinto la causa e l'Erede è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Risoluzione del contratto preliminare: pignoramento contro crisi
I Promissari Acquirenti hanno firmato un compromesso per l'acquisto di un terreno edificabile. Successivamente, hanno scoperto che l'immobile era gravato da un pignoramento immobiliare che ne bloccava la vendita. Hanno quindi richiesto la risoluzione del contratto preliminare per inadempimento della Società Venditrice. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ordinando la restituzione delle somme versate. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della Società Venditrice. La Suprema Corte ha chiarito che la presenza di un pignoramento non cancellato rappresenta un inadempimento definitivo e gravissimo dell'obbligo principale del venditore, tale da giustificare lo scioglimento del vincolo contrattuale, a prescindere da presunte difficoltà economiche degli acquirenti.
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Validità del contratto di locazione: canone dovuto senza permessi
Il caso nasce dall'opposizione di un inquilino condannato a pagare i canoni arretrati per aver abbandonato un immobile commerciale senza preavviso. L'inquilino sosteneva la nullità dell'accordo per la mancanza del certificato di agibilità e dell'attestato di prestazione energetica (APE). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del contratto di locazione. I giudici hanno chiarito che l'assenza di autorizzazioni amministrative o della certificazione energetica non rende nullo il contratto, né costituisce automaticamente un vizio della cosa locata. Tali mancanze possono configurare un inadempimento del proprietario solo se quest'ultimo si era espressamente impegnato a ottenerle o se l'ottenimento è del tutto impossibile, gravando comunque sull'inquilino l'onere di provare il danno concreto subito.
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