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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Sezione Sesta Penale

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819 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Aggredisce agenti: confermata la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere. L'uomo, privo di fissa dimora, aveva aggredito violentemente gli agenti di Polizia che gli avevano chiesto di indossare la mascherina protettiva. La difesa contestava la misura sostenendo che il rischio di recidiva fosse legato a problemi di salute richiedenti cure mediche. La Suprema Corte ha confermato la legittimita del provvedimento, evidenziando l'assoluta mancanza di autocontrollo del soggetto e la gravita della condotta. I giudici hanno chiarito che le condizioni di salute vanno segnalate al giudice del procedimento principale e non in sede di riesame. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il furto recente nega il recesso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per partecipazione a un'associazione mafiosa. La difesa sosteneva la mancanza di una valutazione autonoma da parte del giudice e l'assenza di attualità delle esigenze cautelari, collocando i fatti al 2004. La Suprema Corte ha chiarito che la motivazione per rinvio ad altri atti è legittima se basata su un effettivo vaglio critico. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, opera una presunzione di persistenza del vincolo associativo, superabile solo con la prova di un recesso definitivo. Nel caso di specie, la partecipazione a un grave furto nel 2018 ha confermato l'attualità del legame criminale, determinando la permanenza dell'indagato in carcere.
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Associazione di tipo mafioso: finto lavoro, confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione. La difesa sosteneva che la richiesta di denaro a un imprenditore riguardasse un regolare lavoro di smaltimento rifiuti. Tuttavia, le intercettazioni hanno svelato una richiesta estorsiva, inizialmente di 3.500 euro e poi aumentata a 5.000 euro dal ricorrente, suscitando l'ira del capo clan per il rischio di arresti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la condotta del ricorrente, unita ad altri episodi come la consegna di biglietti minatori e la gestione di incontri riservati, dimostra la sua stabile inserzione nel sodalizio criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: l’officina che incastra il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione di tipo mafioso. La difesa lamentava la mancanza di un'autonoma valutazione del giudice e l'assenza di gravi indizi. La Suprema Corte ha chiarito che il vizio di mancata autonoma valutazione riguarda solo l'ordinanza genetica e non quella del Riesame, la quale integra e completa la prima. Inoltre, i giudici hanno confermato la gravità indiziaria basandosi sul ruolo attivo dell'indagato, la cui officina fungeva da base logistica per estorsioni e traffico di droga, escludendo anche il decorso di un tempo eccessivo dai fatti.
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Termine di tre giorni liberi violato: annullato il carcere
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per l'indagato. All'udienza di riesame, il difensore eccepiva la mancata notifica dell'avviso. Il Tribunale rinviava l'udienza a distanza di soli tre giorni, violando il termine di tre giorni liberi previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che il mancato rispetto di tale intervallo temporale determina una nullità generale a regime intermedio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato gli atti al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullata la misura
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare degli arresti domiciliari emessa nei confronti di un imprenditore immobiliare. L'indagato era accusato di tentata estorsione e di concorso esterno in associazione mafiosa per aver agevolato una cosca locale. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della difesa limitatamente all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e alla sussistenza delle esigenze cautelari. La Cassazione ha rilevato che il Tribunale del Riesame non ha motivato in modo concreto quale sia stato l'effettivo e specifico contributo fornito dall'indagato al sodalizio criminale, né quali vantaggi ne siano derivati. Di conseguenza, i giudici dovranno rivalutare la gravità degli indizi per tale reato e l'effettiva necessità della misura restrittiva, tenendo conto dell'età e della salute dell'indagato.
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Cade l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Un uomo, accusato di essere il fornitore stabile di una rete di spaccio, è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura sia per le singole cessioni di droga sia per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che i semplici rapporti commerciali con i vertici del gruppo non bastano a dimostrare l'effettiva appartenenza alla struttura criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e alle esigenze cautelari, ordinando un nuovo esame del caso.
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Impugnazione via PEC: l’indirizzo errato costa caro
Il Tribunale di Genova ha dichiarato inammissibile la richiesta di riesame presentata dal difensore dell'indagato contro il diniego di scarcerazione, poiché spedita a un indirizzo PEC non abilitato. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo il principio di conservazione degli atti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'impugnazione via PEC inviata a un indirizzo diverso da quello stabilito dal Ministero della Giustizia è radicalmente inammissibile. Di conseguenza, la Cassazione ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rilascio delle intercettazioni: la Cassazione difende l’indagato
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa impugnava la decisione denunciando il tardivo e parziale rilascio delle intercettazioni telefoniche e ambientali, che aveva compromesso la preparazione della difesa. Il Tribunale del Riesame riteneva irrilevante l'omissione poiché aveva basato la decisione solo su due registrazioni effettivamente fornite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il mancato o tardivo rilascio delle intercettazioni lede il diritto di difesa. Non rileva quali atti il giudice utilizzi, ma la possibilità per la difesa di cercare elementi a favore nei file non consegnati. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Sequestro preventivo per equivalente: no a formule generiche
Un indagato per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di contributi pubblici ha impugnato il provvedimento di sequestro preventivo per equivalente emesso sui suoi beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza del Tribunale del riesame. I giudici di legittimità hanno rilevato che il Tribunale si è limitato a una motivazione generica e di stile sul pericolo di dispersione dei beni, omettendo di valutare le circostanze concrete, come la modesta entità delle somme e la presenza di un immobile sequestrato. La Cassazione ha stabilito che il pericolo nel ritardo deve essere concreto e reale, rinviando gli atti al Tribunale di Lecce per un nuovo esame che fornisca una motivazione adeguata e dettagliata.
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Senza gravi indizi di colpevolezza cade la custodia in carcere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa e traffico di droga. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura basandosi sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tuttavia, la difesa ha dimostrato che tali dichiarazioni erano piene di imprecisioni, scambi di persona e incongruenze temporali. Inoltre, i collaboratori stessi avevano riferito che l'indagato spacciava in proprio, escludendo la sua partecipazione all'associazione. La Cassazione ha stabilito che i giudici di merito non hanno valutato adeguatamente queste obiezioni, inficiando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Estorsione aggravata da metodo mafioso: tra consiglio e minaccia
Il caso riguarda un proprietario terriero accusato di estorsione aggravata da metodo mafioso per aver imposto all'affittuario della propria azienda turistica l'assunzione di due guardiani vicini a una cosca locale, al fine di evitare problemi sul territorio. Il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere, ritenendo le pressioni semplici suggerimenti commerciali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, evidenziando la grave contraddittorietà del provvedimento. Il Tribunale ha infatti ignorato le dichiarazioni della vittima su pressioni e angherie subite, valorizzando solo parzialmente i fatti. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale di Catanzaro per un nuovo e completo esame delle prove.
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Esigenze cautelari: annullato il carcere per l’indagato
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa e tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver preteso subappalti da un'impresa edile. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione contestando la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, evidenziando la revoca di precedenti misure di prevenzione. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla colpevolezza, ritenendo solidi gli indizi di reato e l'uso del metodo mafioso. Ha invece accolto il ricorso sulle esigenze cautelari, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che il decorso del tempo e i provvedimenti favorevoli successivi richiedono una motivazione concreta e individualizzata sull'effettivo pericolo di recidiva, non bastando il mero richiamo alla presunzione di legge.
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Droga in borsa ma negato il diritto di partecipazione all’udienza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per una donna, accusata in concorso con il marito di detenzione di stupefacenti. La donna aveva chiesto tempestivamente di partecipare all'udienza di riesame, ma il Tribunale non l'aveva autorizzata a presentarsi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa autorizzazione viola il diritto di partecipazione all'udienza, determinando una nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Inoltre, i giudici di legittimità hanno accolto il motivo relativo al mancato riconoscimento della lieve entità del reato, poiché i giudici di merito si erano basati solo sul dato quantitativo della droga senza valutare il contesto complessivo e l'incensuratezza della donna. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: accuse smentite
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero contro il rifiuto di applicare una misura cautelare nei confronti di un funzionario pubblico. L'indagato era accusato del reato di induzione indebita a dare o promettere utilità per aver asseritamente convinto un imprenditore a fornirgli arredi gratuiti per la propria abitazione. I giudici di merito hanno ritenuto insussistenti i gravi indizi di colpevolezza a causa della totale inattendibilità e delle contraddizioni nelle dichiarazioni dell'imprenditore, giudicato reticente e non credibile. La Suprema Corte ha confermato che non è possibile richiedere in sede di legittimità una nuova valutazione dei fatti se la motivazione del provvedimento impugnato è logica, coerente e priva di vizi giuridici.
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Custodia cautelare in carcere: la condanna cancella i riesami
L'Imputata, accusata di associazione a delinquere finalizzata alla circonvenzione di incapaci, ricettazione ed estorsione, impugnava la conferma della custodia cautelare in carcere disposta dal Tribunale del Riesame in sede di rinvio. La difesa contestava l'omessa valutazione sulle modalità di accertamento dell'incapacità delle vittime. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la sopravvenuta sentenza di condanna in primo grado, anche se non definitiva, assorbe la verifica dei gravi indizi di colpevolezza e fa venir meno l'interesse dell'indagato a contestare la misura cautelare in sede di riesame. La decisione cautelare non può infatti porsi in contrasto con l'accertamento di merito già compiuto dal giudice di primo grado.
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Esigenze cautelari: la Cassazione frena il ricorso del PM
Il Tribunale del riesame riduceva da un anno a sei mesi la durata di una misura interdittiva applicata a un indagato, escludendo i gravi indizi per il reato di frode in pubbliche forniture. Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione contestando solo l'esclusione dei gravi indizi di colpevolezza, senza però motivare sulla persistenza e attualità delle esigenze cautelari, nonostante la misura fosse già interamente decorsa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno stabilito che l'accusa, per impugnare utilmente la revoca o riduzione di una misura, deve dimostrare l'attualità delle esigenze cautelari, soprattutto quando il periodo di efficacia della misura è già scaduto. Di conseguenza, l'indagato mantiene la riduzione della misura interdittiva ormai esaurita.
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Misure cautelari personali: sacerdote libero, ko il ricorso del PM
Un sacerdote era indagato per aver falsamente attestato la disponibilità ad accogliere un soggetto per l'affidamento in prova, in cambio di denaro. Il Tribunale del Riesame ha annullato le misure cautelari personali (arresti domiciliari) per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, non essendo stati identificati né il documento falso né il beneficiario. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contestando solo l'assenza di indizi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di interesse: il PM che impugna la revoca di una misura cautelare deve dimostrare non solo la sussistenza degli indizi, ma anche l'attualità delle esigenze cautelari. Vince il sacerdote, che rimane libero.
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Associazione finalizzata allo spaccio: il contatto non basta
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove circa il suo effettivo inserimento nella struttura criminale, avendo egli avuto contatti documentati solo con un singolo esponente del gruppo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice disponibilità verso un singolo associato o la commissione di singoli reati in concorso non bastano a dimostrare la partecipazione al sodalizio. È necessaria la consapevolezza di operare per un disegno criminoso più ampio. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, ordinando un nuovo esame al Tribunale.
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Competenza territoriale nei reati associativi: Roma cede a Prato
L'Indagata è stata sottoposta a custodia cautelare in carcere con l'accusa di essere promotrice di un'associazione finalizzata al traffico di droga operante tra Prato e Roma. La difesa ha eccepito l'incompetenza del Tribunale di Roma, sostenendo che la direzione strategica del sodalizio si trovasse a Prato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la competenza territoriale nei reati associativi si determina nel luogo in cui si svolge la programmazione e la direzione delle attività criminose, e non dove l'associazione è nata o dove è avvenuto l'ultimo reato-scopo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato gli atti al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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