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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Sezione Sesta Penale

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819 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Rinuncia al ricorso per cassazione: il carcere resta e costa caro
Un indagato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per concorso in reati sugli stupefacenti, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame. Successivamente, ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per intervenuta rinuncia. Di conseguenza, ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di mille euro in favore della Cassa delle Ammende, poiché la rinuncia non era giustificata da motivi sopravvenuti.
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Droga parlata: no all’arresto se il piano dei terzi fallisce
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per spaccio di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva basato la gravità indiziaria solo su un'intercettazione tra terzi che pianificavano di consegnare sostanza a L'Indagato. Tuttavia, un'intercettazione del giorno successivo dimostrava il rifiuto di quest'ultimo. La Cassazione ha stabilito che, in tema di droga parlata, non basta il mero progetto di terzi senza elementi certi sull'effettiva adesione e detenzione della sostanza. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Copia-incolla contro autonoma valutazione del giudice in carcere
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, la mancanza di un'autonoma valutazione del giudice delle indagini preliminari, il quale avrebbe utilizzato la tecnica del copia-incolla riproducendo la richiesta del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'uso del copia-incolla non annulla il provvedimento se è comunque rintracciabile l'autonoma valutazione del giudice attraverso l'esplicitazione dei criteri decisionali adottati. La Cassazione ha inoltre ribadito l'impossibilità di rivalutare nel merito gli indizi già vagliati dai giudici precedenti.
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Perdita di efficacia della misura cautelare: servono prove reali
Un indagato, sottoposto agli arresti domiciliari per aver tentato di corrompere un finanziere offrendogli un telefono in cambio di informazioni segrete, ha richiesto la perdita di efficacia della misura cautelare. La difesa sosteneva che il Pubblico Ministero non avesse trasmesso al Tribunale del Riesame il verbale di interrogatorio di un coindagato, ritenuto potenzialmente favorevole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che spetta alla difesa dimostrare concretamente che l'atto non trasmesso contenga elementi oggettivamente favorevoli all'indagato. Non basta ipotizzare l'utilità di un documento coperto da segreto istruttorio per far decadere la misura. Di conseguenza, la misura cautelare resta valida e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reimpiego di denaro illecito: no al carcere se incensurati
Il Tribunale di Torino applicava la custodia in carcere a un'indagata per aver messo la propria attività commerciale a disposizione di un terzo, il quale vi aveva investito proventi illeciti da narcotraffico. La difesa ricorreva contestando l'imputazione. La Corte di Cassazione chiarisce che il terzo estraneo al reato presupposto non risponde di concorso in autoriciclaggio, bensì del reato di reimpiego di denaro illecito. Tuttavia, i giudici accolgono il ricorso sulla misura cautelare: esclusa l'aggravante mafiosa ed essendo l'indagata incensurata e coinvolta in un singolo episodio, la custodia in carcere risulta sproporzionata. La Cassazione annulla l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione della misura.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al narcotraffico operante in Calabria. La difesa sosteneva che il coinvolgimento dell'uomo fosse occasionale e limitato a un singolo episodio di spaccio. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto validi i gravi indizi di colpevolezza, evidenziando il ruolo attivo dell'indagato nella gestione dei depositi di droga, nel controllo dei pagamenti e nella verifica della qualita delle sostanze. Inoltre, le intercettazioni telefoniche hanno rivelato la piena fiducia dei vertici del gruppo criminale nei suoi confronti. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'indagato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Agevolazione mafiosa: carcere confermato per l’aiuto al latitante
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di favoreggiamento personale. L'indagato aveva aiutato un esponente di spicco della criminalità organizzata a gestire la propria latitanza dopo l'evasione dagli arresti domiciliari. In particolare, gli procurava veicoli puliti, schede telefoniche e generi di prima necessità, facilitando i contatti con la famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando la sussistenza della gravissima circostanza dell'agevolazione mafiosa. I giudici hanno chiarito che l'aiuto concreto fornito a un latitante di vertice rafforza l'intero sodalizio criminale, giustificando la massima misura cautelare.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il sospetto non basta
Un uomo, ritenuto l'intermediario di un presunto accordo di scambio elettorale politico-mafioso tra un candidato sindaco e alcuni esponenti della criminalità organizzata, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. L'accusa si fondava sulla sua attività di organizzazione di un incontro e sul successivo ottenimento di un posto di lavoro come addetto alla sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice intermediazione per organizzare un incontro, senza la prova della consapevolezza del suo scopo illecito, e il successivo beneficio lavorativo non bastano a dimostrare la partecipazione alla stipulazione del patto criminale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la misura cautelare con rinvio per un nuovo esame.
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Mediazione di usura: la Cassazione smaschera il finto amico
Un uomo ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari per il reato di usura aggravata. L'accusa contestava all'indagato la mediazione di usura, avendo egli facilitato un prestito di mille euro a un imprenditore in difficoltà, con tassi del venti per cento mensili, lievitato fino a dodicimila euro. La difesa sosteneva l'errata interpretazione delle intercettazioni telefoniche, affermando che i dialoghi riguardassero normali transazioni commerciali agricole. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno ritenuto logica e coerente la ricostruzione del tribunale del riesame, basata sulle ammissioni della vittima e sulle conversazioni captate, che provavano il ruolo attivo di intermediario svolto dall'indagato nel favorire il patto usurario.
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Carcere e gravità indiziaria: stop al copia-incolla dei giudici
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava la gravità indiziaria, evidenziando che i giudici si erano limitati a copiare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia senza valutarne l'attendibilità né verificare le condotte successive a una precedente condanna. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il mero recepimento acritico delle accuse costituisce un "simulacro di motivazione". La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo e reale esame dei presupposti cautelari.
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Gravi indizi di colpevolezza: no al carcere senza riscontri reali
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di far parte della 'ndrangheta e di collaborare con lo zio nel narcotraffico. L'accusa si fondava principalmente sulle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove concrete a suo carico. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che le dichiarazioni dei pentiti erano generiche e prive di riscontri esterni, come intercettazioni o pedinamenti. Mancavano quindi i gravi indizi di colpevolezza necessari per applicare la misura cautelare. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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Carcere o libertà: la retrodatazione della misura cautelare
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato accusato di estorsione e detenzione di armi, aggravati dal metodo mafioso. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere senza motivare adeguatamente sulla gravità degli indizi per alcuni reati, sulle esigenze cautelari e sull'aggravante mafiosa. Inoltre, i giudici di merito avevano respinto in modo sbrigativo la richiesta di retrodatazione della misura cautelare a un precedente arresto. La Cassazione ha chiarito che la retrodatazione della misura cautelare richiede una valutazione rigorosa sulla desumibilità dei fatti dai vecchi atti d'indagine. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame approfondito.
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Eredità fittizia e reato di riciclaggio: condannato il figlio
Il caso riguarda Il Figlio di un prestanome che ha ereditato formalmente dei terreni acquistati in realtà da un esponente di spicco della criminalità organizzata. Su indicazione della famiglia del reale proprietario, Il Figlio ha venduto i terreni a terzi e ha consegnato il ricavato in contanti ai familiari del boss. La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per il reato di riciclaggio. I giudici hanno chiarito che la vendita dei beni e la consegna del denaro contante costituiscono una condotta progressiva volta a ostacolare l'identificazione della provenienza illecita dei beni. Questa attività di dissimulazione non è esclusa dalla fittizia intestazione ereditata, in quanto il reato di riciclaggio assorbe quello di trasferimento fraudolento di valori quando quest'ultimo rappresenta solo un tassello di una più complessa operazione di ripulitura del denaro.
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Notifica al difensore di fiducia: la Cassazione batte il ritardo
Un'indagata per rapina, detenuta in carcere, nomina un secondo avvocato di fiducia tramite dichiarazione al direttore del penitenziario. Il Tribunale del Riesame omette la notifica dell'avviso di udienza a questo secondo legale, ritenendo che la nomina non fosse ancora inserita nel fascicolo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'indagata, stabilendo che la nomina in carcere ha efficacia immediata. Di conseguenza, l'omessa notifica al difensore di fiducia determina una nullità del procedimento. I giudici annullano l'ordinanza impugnata e rinviano il caso al Tribunale di Brescia per un nuovo giudizio.
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Associazione mafiosa: legame di sangue non è prova, annullato arresto
Un individuo, figlio di un presunto esponente di un'associazione criminale, veniva arrestato con l'accusa di partecipazione ad associazione mafiosa. L'arresto si basava sulla presunzione che il legame familiare implicasse automaticamente la sua consapevolezza e il suo coinvolgimento nelle attività illecite del padre. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare per i reati più gravi. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: il rapporto di parentela, da solo, non costituisce una prova sufficiente. Per giustificare un arresto per un reato così grave, sono necessari elementi concreti e specifici che dimostrino un contributo attivo e consapevole all'associazione, non una semplice supposizione.
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Rompe con lo Zio Boss: annullata la custodia cautelare in carcere
Un uomo finisce in carcere preventivo con l'accusa di appartenere a un'associazione mafiosa capeggiata da suo zio. Le prove principali derivano da intercettazioni in cui ammette di aver commesso reati per conto del parente. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha annullato l'ordinanza di custodia. Il motivo risiede nella mancanza di una adeguata valutazione sulla **attualità delle esigenze cautelari**. I giudici hanno stabilito che il Tribunale del riesame ha ignorato sia il notevole tempo trascorso dai fatti, sia la volontà dell'indagato, emersa dalle stesse intercettazioni, di interrompere ogni rapporto con lo zio. La vicenda è stata quindi rinviata a un nuovo giudice per una valutazione più approfondita.
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Corruzione elettorale: PM sbaglia ricorso, candidata resta libera
Una candidata sindaco, inizialmente agli arresti per corruzione, viene liberata dal Tribunale del Riesame che riqualifica il reato in corruzione elettorale. Il Pubblico Ministero ricorre in Cassazione contestando solo la qualificazione giuridica del fatto, ma omettendo di argomentare sulla persistente necessità della misura cautelare. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile del PM per carenza di interesse. Viene così stabilito il principio secondo cui l'accusa, per ottenere il ripristino di una misura restrittiva, deve dimostrare non solo la fondatezza delle accuse, ma anche la concreta e attuale pericolosità dell'indagato.
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Partecipazione associazione mafiosa: spacciare non basta
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare per un uomo accusato di partecipazione associazione mafiosa. I giudici hanno ritenuto insufficienti gli indizi a suo carico, basati sulla sua contiguità ad attività di narcotraffico gestite dal clan. La Corte ha sottolineato che per configurare il reato non basta essere coinvolti in un'attività illecita del gruppo, ma è necessaria la prova di un inserimento stabile e organico nella struttura criminale. Decisiva è stata la mancata menzione dell'imputato da parte di un collaboratore di giustizia di vertice, un elemento che il tribunale precedente aveva illogicamente ignorato. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Sequestro Annullato: Vince l’Indagato se Manca il Periculum in Mora
La Corte di Cassazione ha annullato un sequestro preventivo disposto per il reato di peculato. La decisione si fonda sulla motivazione solo apparente del provvedimento iniziale. Il giudice aveva giustificato il sequestro con una formula generica, senza spiegare in modo concreto il 'sequestro preventivo periculum in mora', cioè il rischio effettivo che l'indagato potesse disperdere il proprio patrimonio. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: spetta all'accusa dimostrare questo pericolo con elementi specifici, non all'indagato provare la propria solidità finanziaria. L'assenza di una motivazione concreta e specifica rende il sequestro illegittimo e ne impone l'annullamento con la restituzione dei beni.
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Rischio di recidiva: incensurato ma violento, misure confermate
Un individuo senza precedenti penali, fermato per guida in stato di ebbrezza, aggredisce violentemente tre agenti di polizia. Nonostante l'assenza di condanne passate, i giudici applicano misure cautelari basandosi sul concreto rischio di recidiva. La Corte di Cassazione conferma la decisione, stabilendo un principio importante: la brutalità e la totale assenza di autocontrollo manifestate in un singolo episodio possono essere sufficienti a dimostrare la pericolosità sociale di una persona. Il rischio di recidiva, quindi, non richiede precedenti penali ma si valuta sulla base della gravità della condotta e della personalità dell'individuo. L'appello viene respinto.
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