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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Sezione Sesta Penale

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819 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Misura cautelare e termini scaduti: libertà senza spese
Due indagati sottoposti a custodia in carcere contestano la decisione del Tribunale del riesame per il ritardo nel deposito dei motivi e l'uso di chat criptate. Nelle more del ricorso in Cassazione, lo stesso Tribunale dichiara decaduta la misura cautelare per il superamento del termine perentorio di trenta giorni. I difensori tentano di rinunciare al ricorso senza procura speciale, ma la Suprema Corte dichiara l'inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la misura restrittiva ha già perso efficacia. I ricorrenti ottengono la liberazione senza condanna al pagamento delle spese di giustizia né alla sanzione pecuniaria.
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Riesame oltre i termini: perdita di efficacia della misura
Un cittadino viene sottoposto alla custodia cautelare in carcere per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il difensore presenta istanza di riesame al Tribunale della libertà. Il collegio giudicante riceve il fascicolo ma deposita il provvedimento confermativo oltre il termine tassativo di dieci giorni previsto dalla legge processuale penale. L'interessato ricorre quindi in Cassazione lamentando la violazione dei termini di legge. I giudici di legittimità accolgono il ricorso e dichiarano la perdita di efficacia della misura cautelare, disponendo l'immediata liberazione dell'indagato a causa del ritardo procedurale.
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Arresti domiciliari per narcotraffico: confermata la misura
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per narcotraffico a carico di un'indagata accusata di far parte di un'associazione criminale per lo spaccio di droga. L'indagata conservava sostanze stupefacenti, monitorava snodi stradali per il gruppo e aiutava a confezionare ingenti carichi di hashish. La difesa sosteneva la marginalità del ruolo e contestava il pericolo di inquinamento delle prove e la sussistenza di aggravanti. I giudici hanno chiarito che basta il pericolo di reiterazione del reato per legittimare la misura cautelare, data l'attualità dei contatti con i vertici del sodalizio criminoso.
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Ricorso per cassazione cautelare: il ritardo blocca la difesa
Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la misura restrittiva. La difesa ha notificato il ricorso oltre il limite temporale di dieci giorni previsto dalla legge processuale penale e con modalità telematiche non consentite. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione cautelare a causa del mancato rispetto dei termini perentori di deposito. L'indagato resta in custodia cautelare e subisce la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio ed esigenze cautelari: arresti annullati
Un indagato ha subito la misura degli arresti domiciliari per presunta cessione di cocaina. Il Tribunale del riesame ha confermato la misura ritenendo sussistenti le esigenze cautelari sulla base della gravità dei fatti e di un precedente penale non definitivo per guida in stato di ebbrezza. L'indagato ha proposto ricorso per cassazione evidenziando la carenza di motivazione sul concreto pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto delle esigenze cautelari. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'attività contestata era circoscritta a meno di un mese e verso pochissimi acquirenti, mentre il precedente stradale risultava del tutto eterogeneo e privo di valore. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione.
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Misure cautelari personali annullate: reato datato e nessun pericolo
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza con cui il Tribunale applicava a un lavoratore l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per una presunta cessione di sostanze stupefacenti. La difesa ha evidenziato la totale fragilità degli indizi, basati su intercettazioni equivoche relative a consegne di formaggio, e l'assenza di riconoscimento da parte dei presunti acquirenti. Gli ermellini hanno accolto il ricorso sul tema delle misure cautelari personali, rilevando l'assenza di attualità e concretezza del pericolo di reiterazione. Il fatto contestato risaliva a diversi anni prima, consisteva in un singolo episodio isolato e il lavoratore aveva nel frattempo interrotto ogni rapporto di lavoro con il presunto mandante. La misura perde quindi efficacia immediata.
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Spaccio locale e divieto di dimora: i limiti del giudice
Un indagato subiva l'accusa di aver ceduto modeste quantità di droga all'interno del solo comune di Trieste. Il Tribunale, accogliendo il ricorso del Pubblico Ministero, sostituiva l'obbligo di firma con il divieto di dimora esteso all'intero territorio regionale del Friuli Venezia-Giulia. La difesa impugnava il provvedimento per violazione del principio di proporzionalità e adeguatezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'estensione regionale della misura richiede una prova specifica e una motivazione concreta su una reale rete criminale sovra-comunale, che nel caso di specie risultava del tutto assente.
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Custodia cautelare in carcere: no al riesame delle prove
L'Indagato ha contestato l'ordinanza del Tribunale del riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva l'inattendibilità delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia e contestava l'interpretazione delle conversazioni intercettate, nonché la sussistenza dell'aggravante dell'associazione armata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione dei fatti e delle intercettazioni spetta esclusivamente ai giudici di merito, purché la motivazione sia coerente e priva di vizi logici. La Suprema Corte ha inoltre escluso l'interesse a contestare l'aggravante delle armi, poiché tale elemento non incide sulla legittimità della misura detentiva applicata, condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no al bis in idem su fatti attuali
Il Tribunale della Libertà confermava la misura della custodia cautelare in carcere verso l'indagato. L'accusa contestava la partecipazione con ruolo direttivo a un'associazione mafiosa attiva nel controllo economico e politico del territorio. Gli inquirenti basavano l'accusa su intercettazioni carcerarie e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. L'indagato ricorreva per Cassazione denunciando travisamento delle prove, violazione del divieto di doppio giudizio e insussistenza dell'aggravante armata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la solidità del quadro indiziario, escluso la violazione del bis in idem per condotte successive nel tempo e ritenuto inammissibile per carenza d'interesse la contestazione dell'aggravante.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i limiti
Un indagato ha contestato l'ordinanza cautelare che disponeva gli arresti domiciliari per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Inizialmente, il Giudice per le indagini preliminari aveva respinto la richiesta di custodia, ritenendo dimostrati solo quattro singoli episodi di cessione in un breve arco temporale. Successivamente, il Tribunale del Riesame ha ribaltato tale esito, considerando l'indagato una figura organica e di fiducia dei vertici del gruppo. La Corte di Cassazione ha infine accolto il ricorso dell'indagato e ha annullato l'ordinanza con rinvio. I giudici supremi hanno stabilito che semplici vendite isolate o pareri occasionali sulla qualità della sostanza non dimostrano in automatico la stabile partecipazione all'organizzazione.
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Dagli arresti alla revoca della misura cautelare: niente spese
Un professionista sanitario, indagato per reati contro la pubblica amministrazione e falso, ha impugnato in Cassazione l'ordinanza del Tribunale del riesame che confermava gli arresti domiciliari a suo carico. Nelle more del giudizio di legittimità, il giudice competente ha disposto la revoca della misura cautelare restrittiva. A seguito della riconquistata libertà, la difesa ha depositato formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno inoltre stabilito che, venuto meno l'interesse alla decisione senza una reale sconfitta processuale, l'indagato non deve pagare le spese del procedimento né versare alcuna sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per Cassazione: scatta la sanzione pecuniaria
Un Imputato, sottoposto a custodia cautelare in carcere per reati legati agli stupefacenti, impugna l'ordinanza del Tribunale del Riesame davanti alla Corte di Cassazione. Nel frattempo, l'Imputato patteggia la pena in primo grado e ottiene la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari. Ritenendo soddisfatto il proprio interesse, il difensore formalizza la rinuncia al ricorso per Cassazione chiedendo l'esonero dal pagamento delle spese di giustizia e della sanzione pecuniaria. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso per rinuncia, ma condanna comunque il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di mille euro in favore della Cassa delle ammende, confermando che l'abbandono del procedimento non esonera dai costi sanzionatori previsti dalla legge.
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Custodia cautelare in carcere: il sequestro esclude il pericolo
Un indagato, ritenuto gestore effettivo di una cooperativa coinvolta in delitti contro la pubblica amministrazione ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso, ha contestato il mantenimento della custodia cautelare in carcere. La difesa ha sostenuto l'assenza del rischio di reiterazione, evidenziando il sequestro dell'ente e la gestione tramite amministrazione giudiziaria. I giudici di merito hanno respinto la richiesta di revoca o concessione dei domiciliari. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso: l'avvenuto sequestro dell'impresa muta il contesto operativo e impone una specifica rivalutazione delle esigenze cautelari.
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Associazione per traffico di stupefacenti tra spaccio e clan
Un indagato ha subito la misura della custodia cautelare in carcere per coltivazione, cessioni reiterate di droga e partecipazione a un'associazione per traffico di stupefacenti. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che le vendite avvenivano tramite fornitori concorrenti e autonomi, senza alcuna struttura organizzata, cassa comune o vincolo stabile con un clan. La Corte di Cassazione ha confermato i gravi indizi di colpevolezza per i singoli episodi di spaccio e per la piantagione illecita. I giudici hanno invece accolto il ricorso sul reato associativo, chiarendo che la ripetizione delle cessioni e la pluralità di canali di acquisto non dimostrano automaticamente l'adesione a un'associazione per traffico di stupefacenti. L'ordinanza cautelare è stata annullata con rinvio al Tribunale del Riesame per un nuovo esame del vincolo associativo.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i limiti
I giudici hanno applicato la custodia cautelare a L'Indagato per i reati di coltivazione e spaccio di droga, contestando anche l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagato ha impugnato il provvedimento sostenendo la mancanza di un vincolo criminale stabile e strutturato. La Corte di Cassazione ha confermato i gravi indizi per i singoli episodi di coltivazione e cessione, ma ha annullato la decisione sul delitto associativo. La Suprema Corte ha chiarito che la commissione ripetuta di reati di spaccio o la fornitura continuativa a un coindagato non dimostrano automaticamente l'esistenza di una struttura organizzata con ruoli di vertice e un programma condiviso.
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Sopravvenuta carenza di interesse: stop al ricorso senza spese
Il Tribunale della Libertà confermava gli arresti domiciliari nei confronti di un indagato per presunti episodi di calunnia verso magistrati e un legale. La difesa proponeva ricorso per Cassazione contestando la carenza di gravi indizi, l'assenza di esigenze cautelari e vizi di competenza. Durante l'attesa del giudizio di legittimità, il giudice revocava la misura restrittiva, restituendo la piena libertà al soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché l'indagato aveva già riacquistato la libertà, una decisione sui motivi di ricorso non avrebbe apportato alcuna utilità concreta. La Corte ha escluso la condanna alle spese e alla Cassa delle ammende, trattandosi di un evento indipendente dalla volontà del ricorrente.
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Truffa bonus cultura e misure cautelari: la Cassazione annulla
Un consulente contabile è stato sottoposto al divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione per dodici mesi per un'ipotesi di truffa bonus cultura e misure cautelari connesse. L'accusa contestava la creazione di una ditta fantasma intestata a un prestanome per incassare i contributi statali dedicati ai giovani. La Corte di Cassazione ha confermato i gravi indizi di colpevolezza, evidenziando il ruolo di co-gestore dell'indagato e la presenza di bonifici sospetti ricevuti senza causa. Tuttavia, i giudici supremi hanno accolto il ricorso sul pericolo di reiterazione. Il Tribunale del Riesame aveva giustificato la misura basandosi su vecchi precedenti di polizia non meglio specificati, senza dimostrare l'attualità e la concretezza del rischio. L'ordinanza cautelare è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Sospetti o prove? Il peso dei gravi indizi di colpevolezza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la sua custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa. La Suprema Corte ha rilevato la mancanza di gravi indizi di colpevolezza, evidenziando come i giudici del riesame avessero utilizzato elementi irrilevanti, come reati passati di natura passionale, o inesistenti, come procedimenti già archiviati o conclusi con assoluzione. Inoltre, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono risultate generiche e contraddittorie, riguardando al massimo un'attività di spaccio mai formalmente contestata. Infine, il Tribunale ha erroneamente attribuito all'indagato i precedenti penali di un altro soggetto per giustificare le esigenze cautelari. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro probatorio: sì ai dati ma i telefoni vanno restituiti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro probatorio di smartphone e computer appartenenti a un pubblico ufficiale indagato per aver truccato una gara d'appalto in cambio dell'assunzione della figlia. La difesa contestava la mancanza di motivazione sul legame tra i dispositivi e il reato, oltre alla violazione del principio di proporzionalità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il sequestro è valido se finalizzato a estrarre dati informatici indispensabili per ricostruire i fatti. I dispositivi fisici devono essere restituiti subito dopo la copia dei dati, garantendo così il rispetto della proporzionalità della misura cautelare.
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Misure cautelari personali: stop ai domiciliari senza prove
L'Indagato, accusato di corruzione e turbativa d'asta, ha impugnato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari. La difesa ha evidenziato che l'uomo si era dimesso da ogni carica societaria, era incensurato e che l'azienda era già sotto sequestro. Il Tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta senza valutare questi elementi concreti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le decisioni sulle misure cautelari personali non possono basarsi su formule astratte o su una motivazione apparente. I giudici devono valutare concretamente se i pericoli di fuga, inquinamento delle prove o recidiva siano ancora attuali alla luce dei nuovi fatti presentati dalla difesa. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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