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Art. 309 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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704 provvedimenti

Altri anni per Art. 309 Codice di Procedura Penale

Misure cautelari personali: arresti validi anche se il GIP copia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali degli arresti domiciliari nei confronti di un professionista esterno, accusato di truffa in concorso con amministratori locali. L'accusa riguarda l'ottenimento di fondi regionali per un progetto di ristrutturazione scolastica già esistente. La difesa contestava la mancanza di un'autonoma valutazione da parte del GIP, che aveva redatto il provvedimento incorporando ampi stralci degli atti d'indagine. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la motivazione per incorporazione è legittima se rivela una reale rielaborazione critica degli atti. Inoltre, il pericolo di inquinamento probatorio è stato ritenuto concreto a causa della fitta rete di relazioni dell'indagato e della sua capacità di influenzare i testimoni.
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Truffa sui risarcimenti: confermato il sequestro preventivo
Il caso riguarda un'organizzazione che raggirava le vittime di incidenti stradali. I complici facevano firmare contratti di quota lite svantaggiosi, trattenendo gran parte dei risarcimenti assicurativi. Il Tribunale di Milano disponeva il sequestro preventivo di novecentomila euro a carico di un indagato. La difesa ha impugnato il provvedimento, contestando l'utilizzo di una consulenza medica depositata in ritardo e la violazione del divieto di riproporre la misura cautelare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'inutilizzabilità degli atti tardivi va eccepita subito e che una nuova consulenza tecnica costituisce un elemento di novità idoneo a superare il precedente rigetto. Il sequestro preventivo resta quindi confermato.
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Aggravante del metodo mafioso: carcere solo per i fatti recenti
Il Tribunale di Catania applicava la custodia in carcere a un uomo accusato di tentata estorsione per fatti del 2020, estendendo però la misura anche a episodi precedenti commessi dal padre tra il 2014 e il 2019. L'indagato contestava sia il coinvolgimento nei vecchi fatti sia l'aggravante del metodo mafioso, sostenendo di essere fuori dal clan dal 2012. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. Ha annullato la misura cautelare per i fatti antecedenti al 2020, confermando però la validità dell'aggravante del metodo mafioso per l'episodio del 2020. La condotta recente, finalizzata a raccogliere soldi per i detenuti, dimostra infatti un legame ancora attivo con l'associazione criminale.
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Autoriciclaggio tramite criptovalute: il bitcoin non salva il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza cautelare per associazione a delinquere, truffa, spaccio e autoriciclaggio tramite criptovalute. L'indagato contestava la competenza territoriale del giudice e la sussistenza dei gravi indizi. La Suprema Corte ha confermato che l'acquisto di bitcoin con i proventi di truffe online, effettuato tramite portafogli virtuali crittografati, integra pienamente il reato di autoriciclaggio tramite criptovalute, poiché idoneo a ostacolare la tracciabilità del denaro sporco. Inoltre, le questioni di competenza territoriale non possono essere sollevate davanti al Tribunale del Riesame dopo l'esercizio dell'azione penale. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e resta soggetto alla misura cautelare, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Estorsione con metodo mafioso: finto aiuto, veri domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nei confronti del Complice, accusato di concorso in estorsione con metodo mafioso. La vicenda nasce dalle richieste estorsive rivolte all'Imprenditore per garantire la protezione del suo cantiere dai furti. Il Complice aveva inizialmente proposto un contratto di rimozione rifiuti come paravento, supportando poi attivamente le minacce del Coimputato, il quale evocava l'intervento di referenti mafiosi di zona. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Complice, ritenendo pienamente giustificata la gravità degli indizi e la sussistenza delle esigenze cautelari, confermando l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso per la spendita del controllo del territorio.
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Esigenze cautelari: no al carcere per vecchi errori del passato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo sottoposto a custodia in carcere per tentata estorsione aggravata. La difesa ha contestato la misura cautelare evidenziando che i fatti risalivano a due anni prima e che non vi era alcun pericolo attuale di reiterazione del reato. Il Tribunale del Riesame aveva giustificato la misura basandosi su una vecchia sanzione disciplinare del 2011. La Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto. I giudici hanno stabilito che le esigenze cautelari richiedono una valutazione concreta e attuale del pericolo, orientata al futuro e non basata solo su fatti passati e lontani nel tempo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Misure cautelari personali: la barba tagliata non ferma l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava le misure cautelari personali degli arresti domiciliari per estorsione. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi, evidenziando discrepanze fisiche (la presenza di una folta barba il giorno prima del reato) e nuovi elementi emersi successivamente (tracciati telefonici e altezza dell'autore del reato incompatibili). La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni sulla barba erano generiche, non avendo smentito la tesi logica del Tribunale secondo cui l'indagato avrebbe potuto radersi per crearsi un alibi. Inoltre, i nuovi elementi di fatto non possono essere valutati nel giudizio di legittimità, ma devono essere presentati tramite apposita istanza di revoca o modifica della misura al giudice competente. L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sequestro preventivo: nullo se manca il pericolo di dispersione
Il Tribunale di Cosenza confermava il sequestro preventivo di circa 9.500 euro a carico della Titolare della Farmacia, indagata per truffa. La difesa ricorreva in Cassazione lamentando l'assoluta mancanza di motivazione sul pericolo nel ritardo, evidenziando che l'elevato fatturato annuo della farmacia escludeva qualsiasi rischio di dispersione di una somma così modesta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che anche il sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto richiede una specifica motivazione sul pericolo di dispersione del bene durante il processo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di sequestro, rinviando la decisione al Tribunale di Cosenza per un nuovo esame.
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Incompatibilità con il regime carcerario: salute contro rigore
Un indagato per porto abusivo d'armi aggravato da finalità mafiose ha contestato la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'incompatibilità con il regime carcerario a causa di gravi disturbi psichici, richiedendo i domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il Tribunale del Riesame non può accertare direttamente lo stato di salute se vi è già una perizia in corso o se esistono procedure specifiche per la revoca o modifica della misura (come previsto dall'articolo 299 del codice di procedura penale). Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: dal tracciamento GPS al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina aggravata e ricettazione di targhe rubate. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza grazie a pedinamenti digitali, intercettazioni e geolocalizzazione, che collocavano l'indagato nel gruppo criminale. La difesa contestava l'identificazione e la scelta della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito dei fatti se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Inutilizzabilità delle prove tardive: annullata la sospensione
Un avvocato, indagato per associazione a delinquere finalizzata alla creazione di falsi sinistri stradali, ha impugnato la misura cautelare della sospensione professionale. La difesa ha eccepito l'inutilizzabilità delle prove tardive, nello specifico un'informativa di polizia depositata dopo la scadenza dei termini per le indagini preliminari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che le prove raccolte oltre i termini di legge non possono giustificare una misura cautelare, a meno che non provengano da indagini del tutto autonome. Il Tribunale del riesame dovrà ora verificare la data esatta di compimento dei singoli atti d'indagine per valutarne la reale utilizzabilità.
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Uso o associazione finalizzata al traffico di stupefacenti?
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un indagato, ritenendolo partecipe di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti sulla base di alcune intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, accogliendo il ricorso della difesa. I giudici di legittimità hanno rilevato che le conversazioni dimostravano unicamente l'acquisto ripetuto di piccolissimi quantitativi di droga per uso personale da un singolo fornitore. La Corte ha chiarito che l'acquisto per consumo personale non basta a dimostrare l'inserimento stabile nella struttura criminale o la consapevolezza di favorire il gruppo. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale per una nuova e più rigorosa valutazione degli elementi indiziari.
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Sequestro preventivo: confermato il blocco per la finta polizza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il provvedimento di sequestro preventivo di circa tremila euro, ritenuto profitto di una truffa ai danni di una compagnia assicurativa. La difesa sosteneva l'assenza di prove sul concorso nel reato, ipotizzando al massimo la ricettazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la misura cautelare evidenziando la stretta contiguità temporale tra l'incasso dei premi falsi e il bonifico della metà esatta della somma sul conto del ricorrente nello stesso giorno. Inoltre, la ditta individuale dell'indagato richiamava il nome del falso firmatario delle polizze. L'Indagato perde la causa, il sequestro viene confermato e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Arresti domiciliari per reati fiscali: dimissioni inutili col web
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per reati fiscali e riciclaggio a carico di un indagato. La difesa contestava la competenza territoriale e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando che l'indagato si era dimesso dalle cariche societarie. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che la competenza spetta alla Procura che per prima ha iscritto la notizia di reato, non essendo possibile individuare il luogo esatto di consumazione dei delitti. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che le dimissioni non escludono il rischio di reiterazione del reato, poiché le condotte illecite venivano realizzate tramite piattaforme online e strumenti digitali facilmente utilizzabili anche da casa. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata pienamente confermata.
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Impiego di denaro di provenienza illecita: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare nei confronti della Cogestrice di un'azienda agricola di famiglia, accusata del reato di impiego di denaro di provenienza illecita. Le indagini hanno svelato che l'impresa aveva quadruplicato il fatturato riciclando capitali provenienti dal narcotraffico di soci occulti. La donna, pienamente consapevole della provenienza illecita dei fondi, gestiva attivamente l'attività e ordinava la distruzione dei documenti contabili in nero. La difesa contestava la gravità degli indizi e il pericolo di reiterazione del reato, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto logica e coerente la ricostruzione basata su intercettazioni e accertamenti finanziari, confermando la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità delle esigenze cautelari: tempo e rischio di recidiva
Il Tribunale del Riesame aveva annullato gli arresti domiciliari per due commercialisti indagati per reati fallimentari e autoriciclaggio, ritenendo insussistente l'attualità delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti (risalenti al periodo 2019-2023). La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, chiarendo che il decorso del tempo non cancella automaticamente il pericolo di recidiva. I giudici devono compiere una valutazione prognostica globale, considerando la professione degli indagati, i loro precedenti e le intercettazioni recenti che dimostravano la persistente attitudine a eludere le regole societarie. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Inutilizzabilità degli atti d’indagine tardivi: stop alla misura
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de Il Sottoposto a misura cautelare contro l'ordinanza del Tribunale di Napoli che disponeva il divieto di dimora in Campania. La difesa ha eccepito l'inutilizzabilità degli atti d'indagine tardivi, contestando l'uso di una nota di polizia giudiziaria redatta dopo la scadenza dei termini delle indagini preliminari. Il Tribunale aveva considerato tale nota come meramente riassuntiva, ma la Cassazione ha rilevato una motivazione generica e contraddittoria, non avendo il giudice chiarito se il documento contenesse nuovi elementi investigativi. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio, imponendo al giudice di merito di verificare la reale natura della nota e di valutare la sussistenza delle esigenze cautelari prescindendo da essa se ritenuta inutilizzabile.
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Associazione per delinquere: il carcere prevale sul tempo passato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per i reati di furto, ricettazione e associazione per delinquere. La difesa contestava la mancanza di prove sul vincolo associativo e l'assenza di attualità del pericolo a distanza di un anno dai fatti. La Suprema Corte ha chiarito che l'esistenza del sodalizio può essere dedotta dalle modalità esecutive dei singoli reati-fine. Inoltre, la gravità e la continuità delle condotte, che hanno generato un forte allarme sociale sul territorio, giustificano l'attualità delle esigenze cautelari. Infine, i giudici hanno confermato l'inadeguatezza di misure alternative come gli arresti domiciliari, data l'elevata pericolosità del soggetto e la sua appartenenza a una fitta rete criminale. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullati i domiciliari
Un imprenditore edile, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per presunti legami con un noto clan campano, ha impugnato l'ordinanza cautelare che disponeva gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, concentrandosi sulle esigenze cautelari. Sebbene la gravità degli indizi sia stata confermata grazie a intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori, i giudici di legittimità hanno rilevato un grave difetto di motivazione sul pericolo di recidiva. Il Tribunale del Riesame ha infatti applicato automatismi tipici della partecipazione interna al clan, omettendo di valutare l'attualità del pericolo e il tempo trascorso dai fatti contestati. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo: conti bloccati se il ricorso è in proprio
L'Amministratore di fatto e la Legale Rappresentante di una società ottenevano indebitamente finanziamenti pubblici regionali per ristrutturare un hotel, gonfiando le spese con fatture false. Il Giudice disponeva il sequestro preventivo di oltre 370.000 euro finalizzato alla confisca. I due indagati ricorrevano in Cassazione lamentando il ritardo nella trasmissione degli atti, l'inutilizzabilità delle indagini della Guardia di Finanza e l'illegittimità del blocco dei conti societari. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che il termine di trasmissione degli atti nel riesame reale non è perentorio e che i ricorrenti, avendo agito in proprio e non per conto della società, non avevano la legittimazione per contestare il sequestro dei conti correnti aziendali.
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