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Art. 2909 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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777 provvedimenti

Altri anni per Art. 2909 Codice Civile

Licenziamento per giusta causa e processo penale
Un dipendente bancario, assolto in sede penale dall'accusa di estorsione, subisce un licenziamento per giusta causa. La Corte di Cassazione conferma la legittimità del recesso, sottolineando che l'assoluzione penale non preclude una valutazione autonoma dei fatti in sede disciplinare, dove la condotta ha integrato una grave violazione dei doveri di lealtà e correttezza, configurando un conflitto di interessi.
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Eccezione di inadempimento: licenziamento illegittimo
Una società di informazione licenziava un giornalista per aver rifiutato l'offerta di reintegro, precedentemente disposta da un giudice. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ritenendo giustificato il rifiuto del lavoratore. L'offerta aziendale, infatti, prevedeva un ruolo inferiore e uno stipendio ridotto dell'85%, configurando una violazione del principio di buona fede. Tale comportamento ha reso legittima l'eccezione di inadempimento sollevata dal dipendente e ha reso il successivo licenziamento privo di giusta causa.
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Appalto illecito e licenziamento: le sanzioni corrette
La Cassazione chiarisce le tutele per il lavoratore in caso di appalto illecito. Sebbene venga riconosciuto il rapporto di lavoro con l'utilizzatore, il licenziamento illegittimo per motivi economici non comporta la reintegra totale, ma un'indennità risarcitoria limitata.
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Giurisdizione ripetizione indebito: Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione stabilisce che la giurisdizione sulla ripetizione di indebito pensionistico spetta al giudice ordinario e non alla Corte dei Conti, qualora l'azione si fondi su una precedente sentenza passata in giudicato. In questo caso, il credito dell'ente previdenziale acquista autonomia, trasformando l'azione in una mera richiesta di restituzione di somme non dovute, perdendo la sua originaria natura pensionistica.
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Controvalore carta libera circolazione: no alla moneta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30112/2023, ha stabilito che la carta di libera circolazione non ha natura retributiva. Un lavoratore aveva richiesto il controvalore carta libera circolazione non goduta, ma la Corte ha respinto la domanda, definendo la carta un'agevolazione legata allo status di dipendente e non una parte dello stipendio. Di conseguenza, non può essere monetizzata.
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Cessione ramo d’azienda: illegittima? I tuoi diritti
Un lavoratore, trasferito attraverso una illegittima cessione ramo d'azienda, ha citato in giudizio il suo datore di lavoro originario per ottenere il pagamento delle retribuzioni non corrisposte. La Corte di Cassazione ha confermato il suo diritto a ricevere l'intero stipendio dal datore di lavoro originario, anche se nel frattempo aveva lavorato per la nuova azienda. La Corte ha chiarito che la pretesa del lavoratore ha natura retributiva e non risarcitoria, respingendo le difese dell'azienda basate sul giudicato e sulla prescrizione.
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Cessione ramo d’azienda: obblighi del datore cedente
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30087/2023, ha stabilito che in caso di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima, il datore di lavoro originario (cedente) è tenuto a pagare le retribuzioni al lavoratore. Questo obbligo sorge dal momento in cui il lavoratore mette a disposizione le proprie energie lavorative, anche se di fatto ha continuato a lavorare per la società acquirente (cessionaria). La Corte ha rigettato il ricorso della società cedente, confermando la duplicità del rapporto di lavoro: uno 'de iure' con il cedente e uno 'di fatto' con il cessionario, e ha ribadito che il pagamento ricevuto dal cessionario non libera il cedente dal proprio obbligo retributivo.
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Cessione ramo d’azienda illegittima: paga la cedente
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di cessione di ramo d'azienda illegittima, la società cedente è tenuta a pagare le differenze retributive ai lavoratori. Questo obbligo sussiste dal momento in cui i dipendenti mettono a disposizione le proprie energie lavorative, anche se di fatto hanno continuato a lavorare per la società cessionaria. La sentenza chiarisce che il pagamento ricevuto dalla cessionaria non estingue l'obbligazione retributiva della cedente, confermando un principio di duplicità dei rapporti di lavoro: uno di diritto con la cedente e uno di fatto con la cessionaria.
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Comando pubblico impiego: nullità del contratto autonomo
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29620/2023, ha stabilito la nullità di un contratto di lavoro autonomo stipulato da un dirigente in comando presso un ente pubblico economico. Il caso riguardava un dirigente regionale il cui incarico come Direttore Generale di un consorzio era stato revocato. La Corte ha chiarito che l'istituto del comando pubblico impiego non permette l'instaurazione di un nuovo e distinto rapporto di lavoro con l'ente di destinazione, ma solo una modifica funzionale del rapporto originario, che resta in essere con l'amministrazione di provenienza. Di conseguenza, il contratto stipulato in violazione di tale principio è nullo, rendendo infondate le pretese di risarcimento del dirigente.
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Principio di non contestazione: onere della prova
Un lavoratore cita in giudizio la sua azienda per demansionamento e mobbing. La Corte d'Appello accoglie le sue richieste, basando la decisione sul principio di non contestazione, ritenendo che l'azienda non avesse specificamente negato i fatti. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29609/2023, cassa la sentenza, chiarendo che una difesa che propone una ricostruzione dei fatti logicamente incompatibile con quella dell'attore costituisce una contestazione valida. L'errata applicazione del principio di non contestazione ha portato all'annullamento della decisione e al rinvio del caso a un nuovo giudice.
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Indennità disoccupazione agricola: quando va restituita?
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione che obbliga un lavoratore alla restituzione dell'indennità di disoccupazione agricola. Il beneficio era stato erogato sulla base di un rapporto di lavoro con l'azienda della madre, ritenuto fittizio in quanto il lavoratore ne era il gestore di fatto. La Corte ha rigettato il ricorso, specificando di non poter riesaminare nel merito le prove e che una precedente sentenza favorevole per un'annualità diversa non costituisce giudicato.
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Retribuzione di posizione: la graduazione è essenziale
Una dirigente medico ha citato in giudizio un'Azienda Sanitaria per ottenere la parte variabile della retribuzione di posizione, non corrisposta a causa della mancata "graduazione" delle funzioni dirigenziali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che la graduazione è un presupposto indispensabile per far sorgere il diritto al pagamento. L'azione corretta da esperire non era quella di adempimento per il pagamento, ma quella di risarcimento del danno per l'inerzia dell'amministrazione.
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Domanda riconvenzionale: limiti e onere della prova
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17778/2023, ha rigettato il ricorso di un'azienda che aveva presentato una domanda riconvenzionale contro un ex dipendente. La Corte ha ritenuto inammissibili i motivi del ricorso per carenze procedurali, tra cui la modifica della domanda in appello e la genericità delle censure. La decisione sottolinea l'importanza di formulare le pretese in modo chiaro e coerente fin dal primo grado di giudizio, confermando il rigetto della domanda riconvenzionale già deciso nei gradi di merito.
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Trattamento retributivo lettori: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13886/2023, ha chiarito la questione del trattamento retributivo dei lettori di lingua straniera divenuti collaboratori esperti linguistici. La Corte ha stabilito che il trattamento economico più favorevole, ottenuto tramite una precedente sentenza passata in giudicato, deve essere conservato. Tuttavia, tale conservazione non avviene tramite un aggancio dinamico alla retribuzione dei ricercatori, ma sotto forma di un assegno 'ad personam' non rivalutabile, pari alla differenza calcolata al momento del cambio di inquadramento. Viene così bilanciata la tutela dei diritti acquisiti con la nuova disciplina contrattuale.
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Efficacia del giudicato: limiti a nuove azioni legali
Un lavoratore ha richiesto la rideterminazione della propria rendita previdenziale, ma la sua domanda è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, applicando il principio dell'efficacia del giudicato. Poiché la questione era già stata decisa in due precedenti cause definitive, la Corte ha stabilito che non fosse possibile riaprire il caso presentando semplicemente nuovi conteggi, in quanto l'oggetto del contendere e le ragioni giuridiche erano sostanzialmente identiche. L'ordinanza chiarisce l'ampia portata del giudicato, che preclude il riesame non solo del dispositivo ma anche dei presupposti logico-giuridici della decisione passata.
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Autosufficienza del ricorso: l’onere della prova
Un ente previdenziale ricorre in Cassazione contestando l'applicazione di un precedente giudicato in una disputa su contributi di maternità. La Corte Suprema dichiara il ricorso inammissibile a causa del difetto di autosufficienza del ricorso, poiché l'ente non ha allegato il testo integrale della sentenza contestata, violando un principio fondamentale del processo civile. La decisione sottolinea che non è sufficiente riportare solo estratti di una sentenza per contestarne l'efficacia.
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Retribuzione variabile: no senza graduazione funzioni
Un dirigente medico ha citato in giudizio l'azienda sanitaria per ottenere il pagamento della retribuzione variabile di posizione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che, in assenza della procedura amministrativa di graduazione delle funzioni, il diritto al pagamento non sorge. Il dirigente avrebbe dovuto intentare un'azione per il risarcimento del danno causato dall'inerzia dell'amministrazione, e non un'azione di adempimento per il pagamento diretto.
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Qualificazione DPI: la Cassazione sul vestiario
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10053/2023, ha rigettato il ricorso di alcuni lavoratori del settore raccolta rifiuti. Essi chiedevano che il loro vestiario fosse considerato Dispositivo di Protezione Individuale (DPI), con conseguente obbligo di lavaggio a carico dell'azienda. La Corte ha confermato la decisione del giudice di rinvio, il quale, applicando un principio di diritto precedentemente fissato dalla stessa Cassazione, ha accertato in fatto che le mansioni di autista svolte non esponevano i lavoratori a rischi specifici (contatto con rifiuti, agenti biologici) tali da richiedere la qualificazione DPI per i loro indumenti. La decisione sottolinea che la classificazione di un indumento come DPI dipende da una valutazione concreta della sua funzione protettiva rispetto ai rischi effettivi della mansione svolta, non da una qualificazione astratta.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7873/2023, ha respinto il ricorso di alcuni docenti in possesso del diploma magistrale conseguito prima dell'a.s. 2001/2002, negando il loro inserimento nelle graduatorie ad esaurimento. La Corte ha stabilito che il solo possesso del titolo non è sufficiente e che l'annullamento di un decreto ministeriale da parte del giudice amministrativo non estende i suoi effetti a chi non ha impugnato l'atto, consolidando un orientamento restrittivo sull'accesso a tali graduatorie.
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Graduatorie ad esaurimento: diploma non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7785/2023, ha stabilito che il possesso del diploma magistrale conseguito entro l'anno scolastico 2001/2002 non costituisce titolo sufficiente per l'inserimento nelle graduatorie ad esaurimento (GAE). La Corte ha rigettato il ricorso di alcune insegnanti, chiarendo che l'accesso a tali graduatorie era riservato a chi era già inserito nelle previgenti graduatorie permanenti al momento della loro trasformazione e chiusura a nuovi inserimenti, disposta dalla legge n. 296/2006.
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