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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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Uso o associazione finalizzata al traffico di stupefacenti?
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un indagato, ritenendolo partecipe di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti sulla base di alcune intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, accogliendo il ricorso della difesa. I giudici di legittimità hanno rilevato che le conversazioni dimostravano unicamente l'acquisto ripetuto di piccolissimi quantitativi di droga per uso personale da un singolo fornitore. La Corte ha chiarito che l'acquisto per consumo personale non basta a dimostrare l'inserimento stabile nella struttura criminale o la consapevolezza di favorire il gruppo. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale per una nuova e più rigorosa valutazione degli elementi indiziari.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari per la droga
L'Imputato, accusato di aver introdotto ripetutamente hashish all'interno di un istituto penitenziario, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, evidenziando la gravita della condotta e il ruolo di organizzatore del traffico illecito svolto dal soggetto. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimita della custodia cautelare in carcere. I giudici di legittimita hanno ribadito che non e possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di cassazione se la motivazione del giudice di merito e logica e coerente. L'Imputato e stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: in cella col cellulare
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di coltivazione illecita di stupefacenti. L'indagato ha proposto ricorso lamentando l'assenza del pericolo di reiterazione del reato e contestando la valutazione della sua condotta in carcere, dove era stato trovato in possesso di un telefono cellulare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza di un nuovo reato, ma la continuità temporale del rischio. Il possesso del telefono in cella dimostra la volontà di mantenere contatti con la criminalità organizzata e rende inadeguati gli arresti domiciliari. Il ricorrente resta in carcere.
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Tentata estorsione aggravata: la foto che incastra il complice
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo e dall'agevolazione mafiosa. L'indagato raccoglieva informazioni e monitorava i cantieri di un'impresa edile per conto di un clan locale, scattando anche foto ai mezzi aziendali poi inviate ai titolari come minaccia per costringerli a pagare il pizzo. La difesa sosteneva l'occasionalità della condotta e l'assenza di esigenze cautelari dopo il trasferimento dell'indagato in un'altra regione. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che i sopralluoghi e l'invio della foto costituiscono gravi indizi di colpevolezza. Il trasferimento non esclude il pericolo di recidiva, data la stabilità del legame con la consorteria criminale.
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Bancarotta fraudolenta: finto affitto e 500mila euro ai parenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore del settore della ristorazione contro la misura cautelare del divieto di dimora. L'uomo era accusato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. Prima del fallimento della sua ditta individuale, l'indagato aveva affittato l'azienda a società fittizie gestite da parenti per continuare a incassare i profitti in nero, versando circa 500.000 euro sui conti dei familiari. Aveva inoltre cercato di ritardare il fallimento presentando una domanda di concordato preventivo del tutto irrealizzabile. La Suprema Corte ha confermato la validità della misura cautelare, ribadendo che il rischio di reiterazione del reato è concreto e che i giudici di legittimità non possono rivalutare i fatti già accertati nei gradi precedenti se la motivazione è logica e coerente.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: assolto ma senza spese
Il Giudice per le indagini preliminari applicava la misura cautelare degli arresti domiciliari a un soggetto accusato di furto in concorso. Il Tribunale del Riesame ridimensionava le accuse ma confermava la misura. L'imputato proponeva ricorso per Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, il Giudice dell'udienza preliminare pronunciava sentenza di non doversi procedere per non aver commesso il fatto, revocando la misura cautelare. Di conseguenza, il difensore presentava formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Tuttavia, trattandosi di una rinuncia dovuta al venir meno dell'interesse dopo la presentazione del ricorso, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna alle spese processuali né la sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Pericolo di reiterazione del reato: il tempo non evita la misura
Il Tribunale del riesame confermava la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di detenzione di ingenti quantità di cocaina e marijuana a fini di spaccio. L'Indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza del requisito dell'attualità circa il pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso tra i fatti e l'applicazione della misura, successivamente sostituita con l'obbligo di dimora. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non coincide con l'imminenza del nuovo reato, bensì con la continuità temporale del rischio, desumibile dalla gravità della condotta sistematica di spaccio e dalla personalità non incensurata del soggetto. L'Indagato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia in carcere: la provocazione non cancella la violenza
L'Imputato, condannato per tentato omicidio per aver colpito la vittima con calci e pugni alla testa, ha richiesto la sostituzione della custodia in carcere. La difesa sosteneva che l'esclusione dei futili motivi e il riconoscimento della provocazione avessero ridotto le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la custodia in carcere resta necessaria se l'azione è stata caratterizzata da estrema violenza e se il soggetto ha gravi precedenti penali, elementi che dimostrano l'assenza di freni inibitori e un elevato pericolo di reiterazione del reato, indipendentemente dal movente o dalla provocazione subita.
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Sfruttamento del lavoro: dipendenti in cella al posto del capo
Tre lavoratori con mansioni di capo operaio e operaio sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere per i reati di estorsione e sfruttamento del lavoro. Gli indagati avevano reclutato dei connazionali delle vittime, pretendendo da queste ultime somme di denaro per farle assumere. La difesa ha sostenuto che il reato di sfruttamento del lavoro potesse essere commesso solo da datori di lavoro formali e non da semplici dipendenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che questo reato può essere commesso da chiunque, indipendentemente dal ruolo aziendale rivestito, poiché la legge punisce chiunque recluti o utilizzi manodopera sfruttandone il bisogno. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Sospensione dei professionisti: manca il pericolo di reiterazione
Quattro professionisti, tra commercialisti e avvocati, subiscono la sospensione dall'esercizio della professione per dodici mesi. L'accusa è di aver redatto false attestazioni e agevolato il fallimento di alcune società clienti attraverso operazioni societarie fittizie. I professionisti ricorrono in Cassazione contestando la sussistenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte accoglie parzialmente il ricorso. Sebbene il pericolo concreto sia evidente per via del complesso schema illecito utilizzato, manca la prova dell'attualità del rischio. I fatti contestati risalgono infatti al 2018 e il semplice esercizio della professione non basta a dimostrare un reale pericolo di reiterazione del reato. La Cassazione annulla quindi il provvedimento di sospensione, rinviando al Tribunale per una nuova valutazione.
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Attualità del pericolo di recidiva: stop ai divieti automatici
Un commercialista, accusato di concorso in bancarotta impropria per aver agevolato operazioni societarie fraudolente, ha impugnato la misura interdittiva del divieto di esercitare la professione per dodici mesi. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici hanno stabilito che l'attualità del pericolo di recidiva non può essere presunta solo dalla competenza professionale o da cariche passate, specie se il professionista si è dimesso. È necessaria una valutazione prognostica basata su elementi concreti e recenti che dimostrino una reale probabilità di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere: il pericolo batte l’imminenza
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di rapina impropria e tentato esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La difesa contestava l'attualità del pericolo di recidiva, sostenendo che mancasse l'individuazione di una specifica occasione per delinquere. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che l'attualità del pericolo non richiede la previsione di una specifica occasione o un'imminenza assoluta. È sufficiente una valutazione probabilistica basata sia sulla personalità aggressiva del soggetto, sia sulle concrete modalità violente del fatto, come le minacce di morte con un'arma da taglio. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la detenzione.
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Custodia cautelare in carcere: il nuovo lavoro non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due indagati accusati di traffico di droga e detenzione di armi clandestine. I ricorrenti contestavano la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari. Il Primo Indagato sosteneva di aver cambiato vita lavorando in un'azienda metalmeccanica, mentre il Secondo Indagato contestava il reato associativo a causa della giovane età. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, stabilendo che la valutazione dei fatti spetta solo ai giudici di merito. Inoltre, un nuovo lavoro non cancella automaticamente i legami con la criminalità organizzata. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta confermata per entrambi, condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullati i domiciliari
L'Imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver messo le proprie aziende a disposizione di un clan criminale per riciclare denaro, impugna l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. La difesa evidenzia che l'indagato è detenuto dal 2013 e le sue società sono inattive dal 2014, escludendo l'attualità del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che la presunzione di esigenze cautelari può essere superata valutando il tempo trascorso e la condotta recente. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla l'ordinanza e rinvia al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullati i domiciliari
Un imprenditore edile, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per presunti legami con un noto clan campano, ha impugnato l'ordinanza cautelare che disponeva gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, concentrandosi sulle esigenze cautelari. Sebbene la gravità degli indizi sia stata confermata grazie a intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori, i giudici di legittimità hanno rilevato un grave difetto di motivazione sul pericolo di recidiva. Il Tribunale del Riesame ha infatti applicato automatismi tipici della partecipazione interna al clan, omettendo di valutare l'attualità del pericolo e il tempo trascorso dai fatti contestati. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Agguato e pericolo di reiterazione del reato: arresti confermati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un giovane accusato di tentato omicidio e porto abusivo d'arma. L'indagato aveva teso un agguato alla vittima, sparando cinque colpi di pistola contro la sua auto. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il decorso di sei mesi senza ulteriori episodi violenti, e l'inutilizzabilità delle dichiarazioni della madre dell'indagato, sentita senza avviso della facoltà di astenersi. I giudici hanno stabilito che l'inutilizzabilità di una singola prova non invalida il provvedimento se gli altri indizi sono schiaccianti. Inoltre, il pericolo di reiterazione del reato rimane concreto e attuale a causa della gravità dell'agguato pianificato e dell'uso di armi da fuoco, indipendentemente dal tempo trascorso.
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Pericolo di reiterazione del reato: spari ai vicini e carcere
Un uomo, arrestato in flagrante per detenzione illegale di arma clandestina dopo aver sparato alcuni colpi per futili motivi di vicinato, ha impugnato la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa ha richiesto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, sostenendo l'assenza di precedenti specifici e la collaborazione dell'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità della condotta e il collegamento con il mercato nero delle armi, elementi che giustificano il concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. La decisione ribadisce che il giudizio di inidoneità degli arresti domiciliari esclude implicitamente l'efficacia del braccialetto elettronico, rendendo il carcere l'unica misura adeguata.
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Custodia cautelare in carcere: il passato mafioso nega la liberta’
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo condannato all'ergastolo per un duplice omicidio di stampo mafioso risalente al 1986. L'imputato aveva contestato la misura sollevando vizi formali sull'intestazione del provvedimento, l'inapplicabili' della presunzione di pericolosita' per fatti antecedenti alle leggi antimafia e l'assenza di un reale pericolo di fuga o di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'omessa indicazione dei nomi dei giudici popolari non invalida l'atto e che la presunzione di adeguatezza del carcere ha natura processuale, applicandosi anche a reati passati. Inoltre, il possesso di diecimila euro in contanti e due telefoni al momento dell'arresto dimostra un concreto pericolo di fuga.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per terrorismo
Il Tribunale di Brescia ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per un uomo condannato in appello per terrorismo (Art. 270-bis c.p.). L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tempo trascorso e la cittadinanza italiana giustificassero gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che per i reati di terrorismo opera una presunzione assoluta di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Questa presunzione non viene meno con il tempo o per elementi neutri come la cittadinanza, ma persiste durante tutta l'esecuzione della misura. Di conseguenza, l'unica misura idonea rimane il carcere, a meno che non si dimostri un totale distacco dall'associazione. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Scambio elettorale politico-mafioso: indizi solidi, misura ko
Il Sindaco di un Comune è indagato per il reato di scambio elettorale politico-mafioso. Secondo l'accusa, l'amministratore avrebbe accettato la promessa di voti da parte di esponenti della criminalità organizzata locale in cambio di favori urbanistici e nomine politiche. Il Tribunale del Riesame aveva applicato la misura cautelare del divieto di dimora nel territorio comunale. La Corte di Cassazione, pur confermando la gravità degli indizi di colpevolezza, ha accolto parzialmente il ricorso del Sindaco. I giudici di legittimità hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato era stato motivato in modo generico e congetturale, basandosi solo sulla vicinanza delle successive elezioni amministrative. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari, rinviando il caso al Tribunale del Riesame per una nuova e più approfondita valutazione.
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