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Art. 274 Codice di Procedura Penale — Anno 2022

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Altri anni per Art. 274 Codice di Procedura Penale

Estorsione aggravata dal metodo mafioso: confermati domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per una donna accusata di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. La ricorrente svolgeva un ruolo attivo di intermediazione e trasmissione di informazioni tra il coniuge e il padre, capo di un sodalizio criminale, facilitando la richiesta di "pizzo" a danno di alcuni imprenditori locali. La difesa sosteneva che la donna si fosse limitata a trasferire telefonate. Tuttavia, i giudici hanno accertato la sua piena consapevolezza del linguaggio criptato utilizzato e la sua partecipazione diretta alle trattative per quantificare le somme da estorcere. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la sussistenza delle esigenze cautelari dovute al concreto pericolo di reiterazione del reato e al legame non rescisso con l'organizzazione.
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Divisa e reati: il pericolo di reiterazione del reato rimane
Un Carabiniere è stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari con l'accusa di essersi introdotto nelle case di alcuni spacciatori per rubare droga e denaro, abusando della sua divisa. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la competenza del giudice di Napoli, l'attendibilità dei testimoni e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la misura cautelare, stabilendo che il passaggio di tre anni dai fatti non cancella il pericolo di reiterazione del reato, soprattutto se emerge una spregiudicata condotta abituale e manca qualsiasi segno di ravvedimento da parte del militare.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti: sì al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari nei confronti di tre indagati accusati di associazione per delinquere e di emissione di fatture per operazioni inesistenti. I giudici hanno ritenuto legittima la custodia in carcere per l'amministratore e i domiciliari per la figlia, respingendo le tesi difensive sulla reale esecuzione delle prestazioni di smaltimento rifiuti. La Corte ha chiarito che l'emissione di fatture fittizie ripetute nel tempo, supportata da intercettazioni telefoniche, dimostra l'esistenza di un programma criminoso stabile. È stata inoltre respinta l'eccezione di incompetenza territoriale sollevata da un complice, confermando che la competenza si determina considerando tutti i reati connessi. I ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava l'esistenza di una vera e propria organizzazione criminale e l'attualità del pericolo di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno chiarito che l'esistenza del sodalizio è dimostrata da una base logistica, clienti fidelizzati e fornitori stabili. Inoltre, la mancanza di prove sui singoli episodi di spaccio non esclude il reato associativo, che è autonomo. Infine, il pericolo di recidiva rimane attuale a causa del ruolo di vertice dell'indagato, dei suoi legami criminali e dell'assenza di un lavoro lecito. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Traffico internazionale di stupefacenti: arresti confermati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un cittadino straniero accusato di traffico internazionale di stupefacenti. L'indagato contestava la giurisdizione italiana, sostenendo che le condotte di consegna del denaro per l'acquisto di cocaina fossero avvenute interamente in Olanda. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la giurisdizione italiana sussiste poiché l'importazione della droga era destinata al mercato italiano, configurando una correità nel reato consumato in Italia. Inoltre, i giudici hanno ritenuto validi gli indizi basati sulle intercettazioni telefoniche e ambientali, confermando la sussistenza delle esigenze cautelari dovute alla gravità e alla non occasionalità delle condotte criminose. L'indagato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di stupefacenti: da uso domestico a reato penale
La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari dell'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria per un uomo accusato di coltivazione di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato era stato sorpreso a irrigare 44 piante di marijuana, alte tra i 50 e i 100 centimetri, all'interno di un casolare abbandonato. La difesa sosteneva la natura domestica e l'uso personale della piantagione, oltre all'assenza di violenza fisica contro gli agenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il numero di piante, l'uso di fertilizzanti e l'irrigazione costante escludono l'uso personale. Inoltre, le gravi minacce rivolte alle forze dell'ordine integrano pienamente il reato di resistenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Esigenze cautelari: incensurato ma pericoloso per la Cassazione
Un direttore di banca, accusato di associazione a delinquere finalizzata a truffe e riciclaggio, ha contestato la misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa sosteneva l'assenza di esigenze cautelari concrete e attuali, evidenziando lo stato di incensurato dell'uomo e il tempo trascorso dai fatti (tre anni di condotta esemplare). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato può essere desunto dalla gravità e dalla sistematicità delle condotte passate (ben 46 truffe in pochi mesi), che rivelano una spiccata pericolosità sociale. Il fatto che l'indagato svolga ancora funzioni bancarie analoghe giustifica pienamente la misura restrittiva.
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Sopravvenuta carenza di interesse: niente spese se la misura decade
Un indagato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale che confermava la misura degli arresti domiciliari per presunti reati di corruzione e concussione. Successivamente, la misura cautelare è stata revocata dal giudice competente. Di conseguenza, il difensore dell'indagato ha presentato formale rinuncia al ricorso tramite posta elettronica certificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché la rinuncia è dipesa dalla revoca della misura, la Corte ha stabilito che non si applica la condanna al pagamento delle spese del procedimento penale.
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Misura cautelare: addio all’obbligo di firma se cambia il lavoro
Un imprenditore, indagato per aver truccato alcune gare d'appalto pubbliche, era stato sottoposto alla misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che l'indagato non lavorava più per l'impresa edile coinvolta e non si occupava più di appalti pubblici, facendo così venir meno il pericolo di commettere altri reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici del riesame non avevano motivato in modo adeguato la reale sussistenza e l'attualità del pericolo di recidiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza, dichiarando la cessazione immediata della misura cautelare per mancanza di proporzionalità e adeguatezza.
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Misure cautelari personali: la Cassazione conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava l'applicazione di misure cautelari personali in carcere. L'indagato era accusato di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. La difesa lamentava la genericità delle accuse, la mancata trasmissione dell'interrogatorio di garanzia integrale e l'assenza di un'autonoma valutazione del GIP. La Suprema Corte ha chiarito che la descrizione sommaria dei fatti è sufficiente nella fase cautelare e che l'onere di trasmissione è assolto anche con il verbale riassuntivo. Ha inoltre confermato la sussistenza dei gravi indizi e dei pericoli di fuga, inquinamento probatorio e reiterazione del reato, evidenziando il ruolo stabile dell'indagato nel sodalizio criminale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: la madre complice resta in cella
Una donna, accusata di gestire la contabilità e il confezionamento di droga per un'associazione criminale guidata dal figlio, ha impugnato la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi e del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il legame familiare e il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere, evidenziando il ruolo attivo della donna e l'attualità del pericolo di reato, visti i suoi gravi precedenti penali e la natura continuativa dell'attività illecita.
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Custodia cautelare in carcere: associazione provata senza spacci
Il Tribunale di Salerno ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, pur avendo annullato le accuse per i singoli episodi di spaccio (reati-fine). L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assenza di prove sui singoli spacci escludesse la sua partecipazione all'associazione e che il tempo trascorso dai fatti escludesse il pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato associativo è autonomo rispetto ai singoli reati-fine. Inoltre, l'uso della propria attività commerciale come base logistica e il ruolo attivo nel sodalizio giustificano la custodia cautelare in carcere, superando anche la distanza temporale dai fatti, poiché la difesa non ha fornito prove contrarie per superare la presunzione di pericolosità prevista dalla legge.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: fornitore o complice?
Il Tribunale di Potenza aveva applicato gli arresti domiciliari a un uomo indagato per cessione di droga e partecipazione a un'associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso. I giudici hanno confermato gli indizi per la singola cessione di hashish, ma hanno ritenuto insufficiente la motivazione riguardante la partecipazione all'associazione criminale. La Corte ha chiarito che la semplice fornitura ripetuta di droga a singoli membri non dimostra automaticamente l'inserimento stabile nella struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame delle esigenze cautelari.
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Pericolo di recidiva: arresti annullati dopo due anni dai fatti
Il Tribunale di Salerno aveva disposto gli arresti domiciliari per L'Indagata, accusata di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. L'Indagata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del vincolo associativo e, soprattutto, l'attualità del pericolo di recidiva. La Suprema Corte ha accolto quest'ultimo motivo. I giudici hanno rilevato che gli ultimi fatti contestati risalivano a due anni prima e che L'Indagata svolgeva un lavoro stabile come bracciante agricola. Di conseguenza, la motivazione del Tribunale sul pericolo di recidiva è risultata illogica e carente di elementi concreti. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame. L'Indagata ottiene così una parziale vittoria che costringerà i giudici a rivalutare la necessità della misura cautelare.
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Divieto di dimora per il finto carabiniere già in cella
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura del divieto di dimora nel Comune di Roma nei confronti di un indagato per furto pluriaggravato e truffa. L'uomo, che si spacciava per carabiniere per derubare i cittadini, aveva contestato la misura poiché già detenuto in carcere per un'altra condanna. La Suprema Corte ha chiarito che lo stato di detenzione non impedisce l'emissione di una nuova misura cautelare, la cui esecuzione viene semplicemente sospesa. Il divieto di dimora è stato ritenuto pienamente giustificato dall'elevato pericolo di recidiva, desunto dai numerosi precedenti penali e dalla condotta seriale dell'indagato concentrata nel territorio romano.
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Pericolo di reiterazione del reato: quando il tempo cancella la misura
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza che applicava l'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti di un indagato per trasferimento illecito di denaro tramite il sistema hawala. Il Tribunale del Riesame aveva giustificato le misure cautelari ritenendo sussistente il pericolo di reiterazione del reato. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, evidenziando che la condotta contestata risaliva a quattro anni prima e che tutti gli strumenti operativi erano stati sequestrati. I giudici di legittimità hanno ribadito che il pericolo di recidiva non può essere presunto o basato sulla sola gravità dei fatti passati, ma richiede una valutazione rigorosa sull'attualità e concretezza del rischio al momento della decisione.
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Associazione per delinquere: dal supporto logistico al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro il patrimonio e in materia di armi. Il ricorrente sosteneva che il suo ruolo di supporto logistico e custodia delle armi non dimostrasse una stabile appartenenza al gruppo. I giudici hanno invece chiarito che la partecipazione all'associazione per delinquere è una condotta a forma libera: basta svolgere stabilmente un compito utile al gruppo, come fornire alloggi di comodo o custodire armi, per essere considerati membri a tutti gli effetti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Misure cautelari personali: arresti anche senza trovare l’arma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva gli arresti domiciliari per detenzione illegale di un fucile. La difesa contestava l'attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e l'esito negativo di una perquisizione. La Suprema Corte ha chiarito che le misure cautelari personali sono giustificate poiché la detenzione di armi è un reato permanente e non vi erano prove della cessazione del possesso, specie considerando che gli indagati avevano concordato di nascondere l'arma. Inoltre, la pericolosità del soggetto era confermata da una precedente condanna per tentato omicidio. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio per un ritardo al ristorante: confermato il carcere
Un cliente di un ristorante, insoddisfatto del servizio al tavolo, ha aggredito un addetto nella cucina del locale colpendolo all'addome con un coltello a serramanico e tentando di colpirlo ancora. Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per il reato di tentato omicidio. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo si trattasse solo di lesioni personali aggravate e chiedendo gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura carceraria. I giudici hanno valorizzato l'idoneità dell'arma, la zona vitale colpita e la reiterazione dei colpi, oltre alla spiccata pericolosità sociale dell'aggressore desunta dai suoi precedenti penali.
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Custodia cautelare in carcere: prove non trasmesse ma valide
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata da metodo mafioso. La difesa lamentava la mancata trasmissione al Tribunale del Riesame delle registrazioni di videosorveglianza della sede in cui si era svolto il fatto. La Suprema Corte ha chiarito che, poiché tali filmati non erano mai stati acquisiti dal Pubblico Ministero né valutati dal GIP per emettere la misura, non sussisteva alcun obbligo di trasmissione. La custodia cautelare in carcere rimane quindi valida, fondandosi su altri gravi indizi di colpevolezza e sul rischio concreto di reiterazione del reato, legato ai rapporti stabili dell'indagato con un clan malavitoso locale.
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