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Art. 2729 Codice Civile — Anno 2024

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1649 provvedimenti

Altri anni per Art. 2729 Codice Civile

Utili presunti: soci e deduzione forfettaria dei costi
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una socia di una Srl a cui erano stati attribuiti utili presunti non dichiarati dalla società. La Corte ha stabilito che, a fronte di ricavi accertati presuntivamente dall'Agenzia delle Entrate tramite indagini bancarie, è legittimo riconoscere una deduzione forfettaria dei costi di produzione, anche in assenza di prove documentali specifiche. Questa decisione, basata su un precedente intervento della Corte Costituzionale, riequilibra l'onere della prova a carico del contribuente e rigetta il ricorso dell'amministrazione finanziaria.
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Utili extracontabili: costi presunti e onere della prova
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate in un caso di accertamento di utili extracontabili a carico di una socia di una s.r.l. a ristretta base. La Corte ha stabilito che, a fronte di ricavi accertati presuntivamente, è legittimo riconoscere anche una percentuale di costi presunti, in linea con una recente sentenza della Corte Costituzionale. Inoltre, ha chiarito che la sospensione del giudizio del socio in attesa della definizione di quello della società non è obbligatoria.
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Utili extracontabili: onere della prova del socio
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21158 del 2024, ha stabilito che in una società a ristretta base sociale, la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili ai soci non può essere superata semplicemente dimostrando la propria estraneità alla gestione o l'esistenza di conflitti interni. Il socio ha l'onere di provare che i maggiori ricavi non sono stati realizzati, che sono stati reinvestiti o accantonati, oppure che un altro soggetto se ne è appropriato. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva ritenuto sufficiente la prova del dissidio tra soci, specificando che tale prova deve essere rigorosa e non basata su circostanze successive all'anno d'imposta contestato.
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Usucapione vialetto: la Cassazione conferma il diritto
Un museo ha ottenuto il riconoscimento della comproprietà di un'area di passaggio per usucapione, basandosi sull'uso pacifico e continuato per oltre vent'anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario formale, confermando la decisione. La sentenza chiarisce la distinzione tra giudizio possessorio e petitorio, ribadendo che la valutazione delle prove sull'effettivo possesso, necessario per l'usucapione del vialetto, spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se la motivazione è logica e completa.
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Arricchimento senza causa: indennizzo senza profitto
Una società immobiliare esegue lavori extra-contratto per un ente pubblico. La Cassazione, decidendo sul ricorso per arricchimento senza causa, stabilisce che l'indennizzo dovuto dall'ente arricchito deve coprire solo i costi effettivi sostenuti dalla società, escludendo qualsiasi margine di profitto o utile d'impresa. Il caso viene rinviato per la rideterminazione dell'importo.
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Amministratore di fatto: sanzioni per frode fiscale
Un contribuente, identificato come l'amministratore di fatto di una società fittizia, è stato sanzionato per il suo ruolo in una complessa frode IVA. L'imprenditore ha contestato la sanzione, sostenendo che la responsabilità dovesse ricadere sulla società e non sulla sua persona. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiave: quando una società agisce come mero schermo ('società cartiera') per gli illeciti personali dell'amministratore di fatto, le sanzioni fiscali si applicano direttamente a quest'ultimo, superando la normale schermatura della personalità giuridica.
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Amministratore di fatto: sanzioni e società cartiera
Un imprenditore, identificato come l'amministratore di fatto di una 'società cartiera' coinvolta in una frode fiscale, è stato sanzionato personalmente. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo che quando una società è un mero schermo per il vantaggio personale, la responsabilità per le sanzioni ricade direttamente sull'individuo che la controlla, superando la regola generale che imputa la responsabilità all'ente.
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Accertamenti bancari e l’errore revocabile
Un professionista è stato oggetto di accertamenti bancari basati anche sui conti dei familiari. La Cassazione, in un primo momento, ha rigettato parte del suo ricorso per un errore di fatto, ritenendo che non avesse allegato l'atto impositivo. Il contribuente ha ottenuto la revocazione della sentenza. La Corte, correggendo l'errore, ha riesaminato il caso, confermando la legittimità delle indagini sui conti dei parenti stretti e chiarendo i limiti delle presunzioni legali per i professionisti.
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Onere della prova mandato: chi deve provare il pagamento?
La Corte di Cassazione ha stabilito che in un mandato all'incasso, spetta a chi riceve le somme (mandatario) l'onere della prova di averle effettivamente consegnate al proprietario (mandante). Il caso riguardava un amico incaricato di riscuotere i canoni di locazione per conto della proprietaria di un immobile. Nonostante la fiducia e l'amicizia, la Corte ha confermato la condanna del mandatario alla restituzione delle somme, poiché non era riuscito a provare di averle versate alla proprietaria.
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Responsabilità consulente fiscale: prova e limiti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro un consulente fiscale, confermando l'annullamento delle sanzioni a suo carico. La sentenza stabilisce che per affermare la responsabilità del consulente fiscale per una frode commessa da un suo cliente, l'amministrazione finanziaria deve fornire prove concrete della sua partecipazione attiva e consapevole. La mera conoscenza dell'attività illecita o il semplice ruolo di consulente non sono sufficienti. La valutazione sulla mancanza di prove, compiuta dai giudici di merito, è stata ritenuta insindacabile in sede di legittimità.
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Onere della prova: il professionista deve dimostrarlo
Un avvocato ha agito in giudizio per ottenere il pagamento dei suoi compensi da una società, la quale negava di avergli conferito un incarico diretto. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha ribadito che l'onere della prova grava sul professionista. In assenza di prove sufficienti a dimostrare l'esistenza del mandato, la domanda di pagamento è stata respinta e l'avvocato è stato condannato a restituire le somme precedentemente incassate in esecuzione della sentenza di primo grado.
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Socio lavoratore subordinato: quando il rapporto è fittizio
A seguito di un accertamento ispettivo, alcuni soci lavoratori di una cooperativa venivano riclassificati come dipendenti subordinati. La società cooperativa ha impugnato tale decisione, ma sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno confermato la natura subordinata del rapporto, basandosi su indici quali la retribuzione fissa, l'assenza di rischio d'impresa e l'eterorganizzazione delle mansioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso finale della cooperativa, ribadendo che la modalità effettiva di svolgimento della prestazione prevale sulla qualificazione formale del contratto, confermando così lo status di socio lavoratore subordinato.
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Licenziamento orale: prova e limiti del ricorso
La Corte di Cassazione conferma la decisione di merito che aveva ritenuto provato un licenziamento orale ai danni di un autotrasportatore. L'ordinanza ribadisce un principio fondamentale: il giudizio di Cassazione non può riesaminare nel merito le prove e i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. Pertanto, il ricorso dell'azienda, basato su una diversa valutazione delle prove presuntive e testimoniali, è stato respinto in quanto inammissibile.
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Accertamenti bancari: onere della prova e difesa
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20892/2024, ha rigettato il ricorso di un consulente del lavoro contro avvisi di accertamento basati su indagini bancarie. La Corte ha ribadito che, in caso di accertamenti bancari, l'onere della prova si inverte: spetta al contribuente dimostrare in modo analitico che i versamenti sui conti non costituiscono reddito imponibile. Le giustificazioni generiche non sono sufficienti. La sentenza chiarisce anche che il termine dilatorio di 60 giorni non si applica agli accertamenti "a tavolino".
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Pagamento debito altrui: quando è un atto oneroso?
La Corte di Cassazione ha stabilito che il pagamento del debito della società capogruppo da parte di una controllata non è un atto a titolo gratuito, e quindi non è inefficace in caso di fallimento, se la società controllata che effettua il pagamento (solvens) era a sua volta debitrice nei confronti della capogruppo. In questo scenario, si realizza un vantaggio economico concreto per la solvens attraverso la compensazione legale, che estingue il suo debito verso la capogruppo. La mera appartenenza a un gruppo societario non è sufficiente a provare l'onerosità, ma l'esistenza di un rapporto di debito-credito tra le società del gruppo è un elemento decisivo. La Corte ha quindi cassato la sentenza d'appello che aveva dichiarato l'inefficacia del pagamento.
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Azione revocatoria ipoteca: la Cassazione decide
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un fallimento contro una banca, riguardante un'azione revocatoria ipoteca. Il caso verteva sulla garanzia concessa da un socio sui propri beni per un finanziamento alla società. La Corte ha confermato che l'ipoteca, se contestuale al credito, è un atto oneroso. Ha inoltre ribadito che la prova del pregiudizio per i creditori e della consapevolezza della banca spetta al curatore, e che la valutazione dei fatti è di competenza esclusiva dei giudici di merito.
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Litisconsorzio necessario e nullità del giudizio
La Corte di Cassazione ha annullato i giudizi di merito in una causa tributaria contro uno studio associato e i suoi soci. La decisione si fonda sulla violazione del litisconsorzio necessario, poiché uno degli associati non era stato parte del giudizio in proprio, ma solo come rappresentante dello studio. Tale vizio procedurale ha comportato la nullità insanabile dell'intero procedimento, con rinvio della causa al primo grado per la corretta integrazione del contraddittorio.
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Scientia decoctionis e prova per presunzioni
Un'impresa edile riceveva pagamenti da una grande cooperativa di costruzioni, la quale, poco dopo, veniva posta in amministrazione straordinaria. La procedura concorsuale agiva per revocare tali pagamenti, sostenendo che l'imprenditore fosse a conoscenza dello stato di insolvenza della cooperativa (scientia decoctionis). La Corte d'Appello accoglieva la domanda basandosi su indizi quali notizie di stampa sulla crisi della cooperativa, proteste dei dipendenti e modalità di pagamento anomale. L'imprenditore ricorreva in Cassazione, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la prova della scientia decoctionis può essere fornita tramite presunzioni e che la valutazione di tali indizi è di competenza del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se correttamente motivata.
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Scientia decoctionis: la conoscenza della banca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una banca contro la revoca di un pegno. La Corte ha confermato che la scientia decoctionis, ovvero la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore da parte della banca, può essere provata tramite presunzioni basate su indizi gravi, precisi e concordanti, come i dati di bilancio. È stata sottolineata la maggiore diligenza richiesta a un operatore professionale come un istituto di credito nel valutare i segnali di crisi del debitore.
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Scientia decoctionis: prova e onere nella revocatoria
Un'ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione riesamina il concetto di scientia decoctionis in un caso di azione revocatoria fallimentare. La controversia nasce dall'opposizione di un istituto di credito all'esclusione di un suo credito milionario, derivante da contratti derivati, dal passivo di una grande società alimentare in amministrazione straordinaria. La Corte d'Appello aveva riformato la decisione di primo grado, negando la sussistenza della scientia decoctionis in capo alla banca. La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto che la questione della prova per presunzioni della conoscenza dello stato di insolvenza meriti un approfondimento in pubblica udienza, rinviando la decisione finale.
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