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Art. 2043 Codice Civile — Sezione Terza Civile

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1287 provvedimenti

Altri anni per Art. 2043 Codice Civile

Danni da fauna selvatica: scontro con cinghiale, chi paga?
Una società chiede il risarcimento alla Regione per i danni subiti dalla propria auto in una collisione con un cinghiale. La Corte di Cassazione chiarisce il principio sulla responsabilità per danni da fauna selvatica. Per ottenere il risarcimento, non basta dimostrare l'impatto. Il danneggiato ha l'onere di provare in modo completo e preciso la dinamica dell'incidente, dimostrando che il comportamento dell'animale è stata la causa del danno e che la propria condotta di guida era esente da colpe. In assenza di una prova rigorosa, la domanda viene respinta. La Corte ha così negato il risarcimento alla società, confermando che la responsabilità non è automatica.
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Danni da fauna selvatica: la Regione paga anche senza colpa
Un automobilista subisce danni dopo un incidente con un capriolo. La Corte di Cassazione chiarisce la regola per i danni da fauna selvatica, stabilendo che la Regione è responsabile in base all'art. 2052 c.c. Questa norma prevede una responsabilità oggettiva, non basata sulla colpa (art. 2043 c.c.). Non spetta quindi al danneggiato provare la colpa dell'ente. Al contrario, è la Regione a dover dimostrare il 'caso fortuito' (un evento imprevedibile) per non pagare il risarcimento. La Corte ha annullato la precedente sentenza che aveva erroneamente addossato l'onere della prova all'automobilista.
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Danni da fauna selvatica: automobilista perde contro la Regione
La Corte di Cassazione ha negato il risarcimento a un'automobilista per i danni subiti in un incidente con un cinghiale. La sentenza stabilisce un principio fondamentale in materia di danni da fauna selvatica: non è sufficiente provare l'impatto con l'animale. L'automobilista ha l'onere di dimostrare in modo puntuale e preciso la dinamica del sinistro e di aver tenuto una condotta di guida talmente prudente da rendere l'evento assolutamente inevitabile. Poiché la conducente ha fornito solo prove generiche, la sua domanda è stata respinta, attribuendole di fatto la responsabilità per non aver superato la presunzione di colpa prevista dal Codice della Strada.
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Danni da fauna selvatica: non basta l’incidente per il risarcimento
Un automobilista subisce un incidente a causa di un cinghiale e chiede il risarcimento alla Regione. La Corte di Cassazione interviene per chiarire un punto fondamentale sui danni da fauna selvatica: la responsabilità dell'ente pubblico non è automatica. Non basta provare l'impatto con l'animale. Il conducente ha l'onere di dimostrare attivamente di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, guidando con la massima diligenza. In assenza di questa prova rigorosa, la richiesta di risarcimento non può essere accolta. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione di condanna, rinviando il caso a un nuovo giudice per una valutazione basata su questo principio.
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Danni da fauna selvatica: la Regione paga anche senza colpa
Un automobilista si scontra con un cinghiale che invade improvvisamente la carreggiata. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale in materia di danni da fauna selvatica: la responsabilità della Regione non si basa sulla colpa (art. 2043 c.c.), ma è una responsabilità oggettiva ai sensi dell'art. 2052 c.c. Questo significa che l'ente pubblico è tenuto a risarcire il danno per il solo fatto di essere il gestore della fauna, a meno che non riesca a provare il 'caso fortuito', ovvero che l'evento era assolutamente imprevedibile e inevitabile. L'onere di questa prova liberatoria ricade interamente sulla Regione, alleggerendo notevolmente la posizione del cittadino danneggiato. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione e rinviato il caso per un nuovo esame.
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Danni da fauna selvatica: la Regione paga anche senza colpa
Un automobilista ha subito danni alla propria auto a causa di un cinghiale che ha attraversato improvvisamente la strada. La Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale sui danni da fauna selvatica: la responsabilità della Regione non si basa sulla colpa (art. 2043 c.c.), ma è una responsabilità oggettiva (art. 2052 c.c.). Questo significa che l'ente pubblico è tenuto a risarcire il danno a prescindere da una sua negligenza specifica nella gestione della fauna. Per liberarsi, la Regione deve provare il 'caso fortuito', come una condotta di guida del tutto imprevedibile e anomala da parte del conducente. L'automobilista, invece, deve solo dimostrare il nesso causale tra il comportamento dell'animale e il danno subito.
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Danni da fauna selvatica: la Regione paga, errore del Giudice
Un automobilista subisce un incidente a causa di un cinghiale e chiede il risarcimento alla Regione. Il Tribunale respinge la richiesta, ritenendo erroneamente che la base giuridica (art. 2043 c.c.) fosse ormai immodificabile. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, chiarendo un punto fondamentale sui danni da fauna selvatica: il giudice ha sempre il dovere di applicare la norma più corretta (in questo caso l'art. 2052 c.c.), in base al principio 'iura novit curia'. Non si forma alcun 'giudicato interno' sulla norma da applicare. La causa torna quindi al Tribunale per essere decisa secondo il giusto criterio di responsabilità, che individua nella Regione l'ente tenuto a risarcire.
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Ramo su cavi: il risarcimento danni da sovratensione è dovuto
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di risarcimento danni da sovratensione causati dalla caduta di un ramo su una linea elettrica, che aveva provocato un incendio in alcune abitazioni. La società elettrica sosteneva di non avere colpa perché i proprietari non avevano provato che il ramo si trovasse a una distanza inferiore a quella di sicurezza. La Suprema Corte ha ribaltato questa visione: la prova che il ramo sfregava da tempo contro il cavo, tanto da consumarne la guaina, è sufficiente a dimostrare la colpa della società. Questo contatto prolungato prova la mancata manutenzione. Di conseguenza, i proprietari hanno diritto al risarcimento.
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Danno da terrapieno: vicino condannato, la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due vicini al risarcimento per un danno da terrapieno. L'opera, costruita in modo errato, aveva causato crepe e sfaldamenti al muro di confine della proprietà adiacente. I giudici hanno stabilito che la perizia tecnica (CTU), che attribuiva la colpa ai costruttori del terrapieno, era sufficiente. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: il giudice non è obbligato a ordinare una nuova perizia solo perché una delle parti la richiede, se ritiene di avere già tutti gli elementi per decidere. L'appello dei vicini è stato quindi respinto e la loro condanna al pagamento di oltre 30.000 euro è diventata definitiva.
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Caduta al supermercato: il danno da cose in custodia è in discussione
Una cliente chiede il risarcimento per una caduta su un pavimento bagnato dalla pioggia all'ingresso di un supermercato. I giudici di merito le danno torto, ritenendo il pericolo prevedibile e la sua disattenzione causa esclusiva dell'incidente. La Corte di Cassazione, investita del caso, non emette una decisione finale. Sospende il giudizio perché ha in corso una riflessione più ampia per ridefinire i principi del danno da cose in custodia. La questione centrale è stabilire quando il comportamento del danneggiato interrompe il nesso causale e libera il custode da ogni responsabilità.
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Libro accusa azienda, omette fatti ma vince: il caso della verità putativa
Un'azienda ha citato per diffamazione gli autori di un libro che la accusava di riciclaggio. L'azienda sosteneva che la nuova edizione del libro avesse omesso di riportare importanti fatti sopravvenuti, come provvedimenti di archiviazione, che smentivano la tesi accusatoria. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio chiave su **verità putativa e diffamazione**: l'omissione di alcuni elementi non rende automaticamente falso l'intero racconto, se questo si basa su un quadro fattuale complessivamente verosimile. I giudici hanno stabilito che la valutazione sulla non incisività di tali omissioni è un 'giudizio di fatto' insindacabile in sede di legittimità. Di conseguenza, gli autori e l'editore hanno vinto la causa.
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Accordo in Cassazione: condanna milionaria annullata
Un individuo, condannato in appello a un risarcimento milionario a favore di un Ente Sanitario, ha presentato ricorso in Cassazione. Durante il giudizio, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. La Corte Suprema, prendendo atto dell'accordo, ha dichiarato la cessazione della materia del contendere. Questa decisione ha un effetto dirompente: la precedente sentenza di condanna perde ogni efficacia. Il rapporto tra le parti è ora regolato esclusivamente dal loro accordo privato, che sostituisce di fatto la decisione del giudice. Le spese legali del giudizio di Cassazione sono state compensate tra le parti.
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Marciapiede rotto: Comune non paga se il pedone è distratto
Una cittadina cade a causa di un avvallamento su un marciapiede e chiede i danni al Comune. La Cassazione ha respinto la richiesta, escludendo la responsabilità del custode. Secondo i giudici, il comportamento imprudente della danneggiata è stata la causa esclusiva dell'incidente. La buca era grande e ben visibile, in condizioni di piena luce. La disattenzione della persona ha quindi interrotto il nesso causale, configurando un 'caso fortuito' che esonera l'ente pubblico da ogni obbligo di risarcimento. La Corte ha sottolineato il dovere di autoresponsabilità del cittadino.
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Denuncia Calunniosa: Accusa Archiviata, Risarcimento Confermato
Una persona, falsamente accusata di gravi reati, ottiene un risarcimento di 25.000 euro dalla sua accusatrice. L'erede di quest'ultima ricorre in Cassazione, sostenendo un'errata applicazione delle regole sulla prova. La Suprema Corte, però, dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che non c'è stata alcuna violazione dell'onere della prova, poiché i tribunali precedenti avevano accertato i fatti in modo positivo. La sentenza conferma quindi il principio del **risarcimento danni per denuncia calunniosa**, stabilendo che non si può usare il ricorso in Cassazione per ottenere una nuova valutazione delle prove. L'erede viene condannata a pagare le spese legali.
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Cade sul sentiero: risarcimento negato per condotta imprudente
Un cittadino cadeva su un sentiero pedonale comunale a causa di ghiaino instabile, riportando una frattura e chiedendo un cospicuo risarcimento al Comune. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo che il pericolo era prevedibile. Il sentiero era in lieve pendenza, il ghiaino visibile e vi era un corrimano. La caduta non è stata causata da un'insidia nascosta, ma dalla condotta imprudente del danneggiato, che non ha adottato le cautele necessarie. Tale comportamento ha interrotto il nesso di causalità, agendo come 'caso fortuito' e liberando il Comune da ogni responsabilità per l'accaduto.
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Retrocessione bene espropriato: proprietà riavuta ma non pagata
Un Ente Pubblico aveva espropriato dei terreni senza poi utilizzarli completamente. I proprietari originari, rimasti in possesso dei beni, ottengono in tribunale il diritto alla restituzione. L'Ente chiede però un risarcimento per occupazione abusiva, sostenendo che questa duri fino al pagamento del prezzo della retrocessione. La Corte di Cassazione stabilisce un principio chiave sulla retrocessione bene espropriato: la proprietà torna al privato nel momento in cui la sentenza diventa definitiva, a prescindere dal pagamento. Di conseguenza, da quella data l'occupazione non è più abusiva e l'obbligo di risarcimento cessa. Il mancato pagamento del prezzo è un semplice debito, non un illecito continuato.
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Vigilanza omessa Consob: Risparmiatore vince, l’Autorità paga
Una risparmiatrice perde i propri investimenti effettuati tramite società di intermediazione finanziaria e fa causa alla Consob, l'autorità di vigilanza. L'accusa è di aver autorizzato e poi omesso i controlli su queste società, nonostante gravi irregolarità. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Autorità, stabilendo un principio chiave sulla Vigilanza omessa Consob: una volta che il danneggiato lamenta una radicale assenza di controlli, spetta alla Consob dimostrare di aver agito correttamente. L'omissione dei doveri di vigilanza costituisce un illecito che obbliga al risarcimento del danno. La Consob ha perso la causa ed è stata condannata a risarcire la risparmiatrice.
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Occupazione illegittima: la ragione non basta per il risarcimento
La Corte di Cassazione ha stabilito che il proprietario di un immobile occupato senza un valido contratto non ha diritto a un risarcimento automatico. Anche se una precedente sentenza aveva riconosciuto in via generica il suo diritto, il danno da occupazione illegittima non è presunto. Per ottenere un risarcimento, il proprietario deve fornire la prova concreta di aver subito un pregiudizio economico, come la perdita di una specifica opportunità di affittare l'immobile a un canone di mercato. Non è sufficiente indicare un valore locativo astratto. La Corte ha quindi respinto la richiesta dei proprietari, confermando che avere ragione sull'illegittimità dell'occupazione non basta per ottenere il pagamento dei danni se questi non vengono dimostrati.
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Danno da occupazione abusiva: risarcimento anche per terreni incolti
I proprietari di un terreno citano un'azienda energetica per aver installato un traliccio senza permesso. Le corti inferiori negano il risarcimento, sostenendo che il terreno fosse incolto e abbandonato. La Cassazione ribalta la decisione, affermando che il danno da occupazione abusiva non può essere escluso solo perché il fondo non è coltivato. Il giudice deve motivare adeguatamente, anche tramite presunzioni, come l'occupazione illegittima abbia inciso sulla facoltà di godimento del proprietario. La motivazione che si limita a descrivere lo stato di abbandono del terreno è considerata 'apparente' e quindi nulla. La causa torna in Appello per la quantificazione del danno.
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Danno da Immissioni: Niente Risarcimento Senza Nesso di Causalità
La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta di risarcimento di un gruppo di cittadini per il deprezzamento dei loro immobili, presumibilmente causato dalle immissioni di uno stabilimento industriale. La decisione si fonda sulla mancata dimostrazione di un preciso nesso di causalità nel danno da immissioni. I giudici hanno stabilito che non è sufficiente denunciare la presenza di inquinamento; è necessario provare in modo rigoroso che la perdita di valore delle case sia una conseguenza diretta e specifica di quelle emissioni. La domanda dei cittadini è stata quindi respinta per carenza di prova sul legame causa-effetto.
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