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Art. 2043 Codice Civile — Anno 2026

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378 provvedimenti

Altri anni per Art. 2043 Codice Civile

Diritto di recesso: sì al risarcimento senza vendita azioni
Un fondo di investimento, socio di una banca popolare trasformatasi in società per azioni, ha esercitato il diritto di recesso. La banca ha limitato il rimborso delle azioni per preservare il proprio patrimonio di vigilanza. Il socio ha chiesto il risarcimento dei danni, ma i giudici di merito hanno respinto la domanda ritenendo che il danno non fosse provato, poiché il socio non aveva venduto subito le azioni sul mercato. La Cassazione ha accolto il ricorso del socio, stabilendo che il danno da mancato rimborso non dipende dalla vendita successiva dei titoli. L'importo risarcibile va calcolato come differenza tra il valore di recesso e il valore di mercato al momento del rifiuto, salvo successivi rialzi. La causa torna in appello per verificare l'eventuale illegittimità della condotta della banca.
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Protesto illegittimo: errore accertato ma nessun risarcimento
Un cittadino ha subito un protesto illegittimo a proprio nome anziché a nome della società che rappresentava. A causa di questo errore del notaio, ha lamentato la perdita di un affare immobiliare, il rifiuto di un mutuo e problemi di salute, chiedendo un risarcimento danni. Sia i giudici di merito che la Corte di Cassazione hanno rigettato la domanda. La Cassazione ha chiarito che, nonostante l'errore del notaio sia accertato, il risarcimento non spetta in automatico. Il danneggiato deve infatti dimostrare l'esistenza del danno e il nesso causale tra il protesto illegittimo e i pregiudizi subiti. Non è possibile ricorrere alla valutazione equitativa del giudice se non viene prima fornita la prova concreta che il danno si sia effettivamente verificato a causa di quell'errore.
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Ripetizione di indebito: preleva la pensione e paga il doppio
Un uomo ha prelevato indebitamente le rate della pensione della suocera deceduta dal conto corrente cointestato. L'ente previdenziale ha richiesto la restituzione delle somme tramite decreto ingiuntivo. L'uomo si è opposto, sostenendo che l'azione fosse prescritta e che non spettasse a lui restituire il denaro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che l'azione dell'ente previdenziale costituisce una ripetizione di indebito, soggetta alla prescrizione decennale. L'obbligo di restituzione ricade su chi ha materialmente prelevato le somme (l'accipiens) e non sugli eredi. Infine, la Corte ha condannato il ricorrente per abuso del processo, avendo egli riproposto tesi palesemente infondate e contrarie alla giurisprudenza consolidata.
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Mancata assunzione: risarcimento pieno al lavoratore precario
Un Lavoratore Socialmente Utile (LSU) ha impugnato l'illegittima esclusione da una procedura di stabilizzazione indetta da un Comune. Il Tribunale ha riconosciuto il suo diritto all'assunzione e al risarcimento, ma la Corte d'Appello ha escluso il danno da differenze retributive. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, stabilendo che il danno patrimoniale derivante dalla condotta illegittima della Pubblica Amministrazione è risarcibile. In particolare, il danno consiste nella perdita delle retribuzioni che il dipendente avrebbe percepito se fosse stato tempestivamente assunto, detratto quanto eventualmente percepito ad altro titolo. La Suprema Corte ha quindi sancito il diritto al risarcimento danno da mancata assunzione, cassando la decisione precedente e rinviando la causa per la quantificazione del danno subito dal lavoratore che ha continuato a operare in condizioni economiche deteriori.
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Diritto di critica: criticare un progetto non è diffamazione
Un'associazione culturale e il suo presidente hanno chiesto il risarcimento dei danni a un giornalista per la pubblicazione di due articoli ritenuti diffamatori. Gli scritti criticavano l'utilità di un progetto scolastico sulla lettura dei giornali, basandosi su dati statistici ufficiali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'associazione, confermando che gli articoli rientravano pienamente nell'esercizio del diritto di critica. I giudici hanno chiarito che, a differenza della cronaca, la critica esprime giudizi soggettivi e opinioni personali. Per essere legittima, non richiede che la valutazione sia oggettivamente vera, ma che i fatti di partenza siano reali o ragionevolmente putativi e che i toni non scadano in insulti gratuiti. L'associazione perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Concessione abusiva del credito: bilanci truccati e doveri banca
Una banca chiedeva di ammettere al passivo del fallimento di una società i crediti derivanti da alcuni mutui. La curatela fallimentare si opponeva, eccependo la concessione abusiva del credito: la società era già insolvente al momento dei prestiti, avendo nascosto nei bilanci un debito fiscale di oltre tre milioni di euro. Il Tribunale dava ragione alla banca, ritenendo che non avesse l'obbligo di verificare i carichi fiscali pendenti in assenza di anomalie nei bilanci. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fallimento. I giudici hanno stabilito che la diligenza professionale della banca impone una valutazione concreta del caso specifico. Non si può escludere a priori il dovere di richiedere il certificato dei carichi fiscali, specialmente per finanziamenti rilevanti o assistiti da garanzia pubblica. La causa torna al Tribunale per un nuovo esame.
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Abusiva concessione del credito: la banca perde il recupero
La Corte di Cassazione ha confermato l'esclusione dallo stato passivo del credito vantato da una banca di leasing nei confronti di una società fallita. La banca aveva rinegoziato il contratto di locazione finanziaria nonostante la palese e grave crisi economica dell'utilizzatrice, il cui canone annuo superava addirittura l'intero fatturato dell'anno precedente. I giudici hanno qualificato tale condotta come abusiva concessione del credito, in quanto la banca ha assunto un rischio irragionevole e ha prolungato artificialmente l'esistenza di un'impresa ormai insolvente, aggravandone il dissesto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della banca, condannandola anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Autosufficienza del ricorso in Cassazione: merci perse
Una società importatrice ha citato in giudizio l'operatore di assistenza a terra di un aeroporto per lo smarrimento di ventinove colli di mascherine protettive, chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per la violazione del principio di autosufficienza del ricorso in Cassazione. La ricorrente ha infatti omesso di descrivere in modo chiaro e sintetico lo svolgimento del processo nei gradi precedenti e le difese della controparte. Di conseguenza, la società importatrice ha perso definitivamente la causa ed è stata condannata a pagare le spese legali in favore dell'operatore aeroportuale.
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Nesso di causalità: coincidenza temporale o prova scientifica?
I proprietari di due immobili hanno chiesto il risarcimento dei danni causati da infiltrazioni d'acqua durante i lavori eseguiti dall'impresa appaltatrice. L'impresa ha chiamato in causa la propria compagnia assicurativa per essere tenuta indenne. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità dell'impresa e l'obbligo dell'assicuratore di pagare l'intero danno, ritenendo inapplicabile il limite di polizza per i cedimenti del terreno. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'assicuratore, confermando l'interpretazione del contratto. Ha invece accolto il ricorso dell'impresa: la Corte d'Appello ha accertato il nesso di causalità tra i lavori e i danni basandosi solo sulla concomitanza temporale, ignorando senza motivazione scientifica la consulenza tecnica d'ufficio che escludeva tale legame. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Concessione abusiva del credito: la banca perde tutto
La Corte di Cassazione ha confermato l'esclusione dallo stato passivo del credito vantato da un istituto finanziario nei confronti di un'impresa fallita. La banca aveva concesso un finanziamento di 250.000 euro senza verificare la reale situazione economica del debitore, ignorando dati pubblici come la riduzione del capitale e la cessione dei beni principali. I giudici hanno qualificato l'operazione come concessione abusiva del credito, configurando il reato di bancarotta semplice per aver aggravato il dissesto aziendale. Trattandosi di un contratto nullo perché contrario a norme penali, e lesivo dell'interesse pubblico, l'istituto finanziario non ha diritto alla restituzione delle somme erogate, applicando il principio dell'irripetibilità dei pagamenti contrari al buon costume.
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Frana e caso fortuito: nessun risarcimento tra vicini
Un evento franoso, causato da piogge eccezionali, ha fatto scivolare fango e detriti dal fondo superiore a quello inferiore. Il proprietario del terreno sottostante ha chiesto il risarcimento dei danni e la rimozione dei detriti, invocando la responsabilità dei vicini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che le precipitazioni straordinarie integrano il caso fortuito. Il caso fortuito esclude il nesso di causalità tra la condotta dei proprietari del fondo sovrastante e i danni subiti dal vicino, liberandoli da ogni obbligo di risarcimento e di sgombero delle macerie.
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Risoluzione del contratto di appalto: no riserve sì rivalutazione
Un'impresa edile ha chiesto la risoluzione del contratto di appalto con un Comune per gravi ritardi nei pagamenti e mancata consegna delle aree di cantiere. Il Tribunale ha dichiarato la risoluzione per colpa dell'ente pubblico, liquidando un risarcimento. L'impresa ha però richiesto ulteriori somme per lavori aggiuntivi e spese di custodia tramite il meccanismo delle riserve contrattuali. La Corte d'Appello ha respinto queste richieste, rilevando che la risoluzione del contratto di appalto cancella retroattivamente le regole del contratto, rendendo inapplicabile il sistema delle riserve. La Cassazione ha confermato questo principio: dopo la risoluzione, l'appaltatore può chiedere solo il risarcimento dei danni provati. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sul diritto dell'impresa a ottenere la rivalutazione monetaria sul risarcimento già ottenuto, trattandosi di un debito di valore che va adeguato all'inflazione anche d'ufficio.
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Uso esclusivo del bene comune: la sorella perde e paga i fratelli
Due fratelli hanno chiesto alla sorella il pagamento di un'indennità per l'uso esclusivo del bene comune, un immobile ereditato in comproprietà. La sorella occupava l'intera abitazione, che per struttura non consentiva la coabitazione di più nuclei familiari. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato la donna a pagare un indennizzo mensile basato sul valore di locazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della sorella, confermando che l'uso esclusivo del bene comune, in presenza di dissenso degli altri comproprietari e di impossibilità di un uso congiunto, fa sorgere l'obbligo di risarcire i coeredi per il mancato godimento del bene.
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Concessione di lavori pubblici: il Comune risarcisce il Fallimento
Un Comune concede a una società a capitale misto il diritto di superficie per realizzare un parcheggio multipiano. Dopo il fallimento della società, il Comune dichiara decaduta la concessione e acquisisce l'area. Il Consiglio di Stato annulla l'acquisizione, qualificando il rapporto come concessione di lavori pubblici. La Curatela fallimentare chiede quindi al giudice ordinario il risarcimento per l'occupazione illegittima. La Corte d'Appello dichiara il difetto di giurisdizione a favore del giudice amministrativo. Le Sezioni Unite della Cassazione annullano la decisione: poiché esiste un giudicato sulla natura di concessione di lavori pubblici e la controversia riguarda la fase esecutiva del rapporto paritetico, la giurisdizione spetta al giudice ordinario. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per la decisione sul risarcimento.
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Appalto di somma urgenza: l’impresa perde contro il Comune
A seguito di un'alluvione nel 1998, un'impresa viene incaricata da un Comune di rimuovere fango e detriti tramite un appalto di somma urgenza. Al termine dei lavori sorge una controversia sui compensi: l'impresa richiede cifre maggiori rispetto a quelle liquidate dall'autorità prefettizia in base a una speciale ordinanza d'emergenza. I giudici di merito respingono la domanda poiché l'impresa non ha dimostrato l'incongruità della valutazione ufficiale né ha prodotto in giudizio il prezzario regionale, non conoscibile d'ufficio dal giudice. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'impresa, confermando che i prezzari regionali sono atti amministrativi soggetti all'onere della prova e non beneficiano del principio "iura novit curia". Vince la Pubblica Amministrazione.
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Tutela del legittimo affidamento: il ritardo del Fisco non basta
Una società contribuente, decaduta da un'agevolazione sull'imposta di registro, ha chiesto di pagare il debito tramite la compensazione dei crediti d'imposta. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato l'operazione poiché mancava il decreto attuativo ministeriale. Successivamente, l'agente della riscossione ha notificato una cartella di pagamento con sanzioni. La società ha impugnato le sanzioni invocando la tutela del legittimo affidamento, sostenendo che il ritardo dello Stato nell'emanare il decreto avesse impedito il pagamento tempestivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco: il semplice ritardo o l'inerzia della Pubblica Amministrazione non creano un affidamento tutelabile se non c'è un comportamento attivo e fuorviante. Inoltre, la crisi di liquidità non costituisce forza maggiore. La società deve quindi pagare le sanzioni.
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Risarcimento danni da calunnia: dolo contro colpa in Cassazione
Un esponente politico presenta un esposto denunciando irregolarità nella gestione di un campo nomadi, coinvolgendo un fornitore di gas. L'indagine penale sul fornitore viene archiviata. Il fornitore promuove un'azione civile per il risarcimento danni da calunnia. La Corte d'Appello riconosce la calunnia ma nega il risarcimento per mancanza di prove dirette del danno. La Cassazione accoglie il ricorso incidentale dell'esponente politico: la calunnia civile richiede il dolo (consapevolezza dell'innocenza dell'accusato) e non la semplice colpa (mancata verifica dei documenti). La Suprema Corte cassa la sentenza e rinvia alla Corte d'Appello per accertare correttamente l'elemento soggettivo, dichiarando assorbito il ricorso del fornitore sulla prova presuntiva del danno.
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Costituzione di parte civile: lo Stato escluso dal processo
Il Ministero dell'Interno ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Giudice dell'udienza preliminare che aveva dichiarato inammissibile la sua costituzione di parte civile nel processo contro alcuni imputati per associazione mafiosa. Il giudice di merito aveva ritenuto l'atto generico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'ordinanza di esclusione non è un atto abnorme. Questo provvedimento, infatti, non blocca il processo e non impedisce al Ministero di chiedere il risarcimento dei danni davanti al giudice civile. Di conseguenza, il Ministero perde definitivamente la possibilità di partecipare al processo penale, ma conserva il diritto di avviare una causa civile autonoma per ottenere il ristoro dei danni subiti.
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Nullità del contratto quadro: la firma vince sulla mancata copia
L'Investitore ha citato in giudizio la Banca e un suo dipendente chiedendo la nullità del contratto quadro e dei singoli ordini di investimento a causa della mancata consegna fisica di una copia del contratto e dell'assenza di registrazioni telefoniche per alcune operazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Investitore, confermando che la mancata consegna del documento non determina la nullità del contratto quadro, poiché la forma scritta è soddisfatta dalle firme apposte nello stesso momento. Inoltre, l'assenza di registrazioni telefoniche non rende nulli i singoli ordini, avendo la registrazione solo una funzione di prova e non di validità dell'atto. L'Investitore perde la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Risarcimento danni: se la strada frana decide il TAR
I comproprietari di un immobile danneggiato dal sisma del 1980 ricevevano l'autorizzazione a ricostruire su un altro suolo e un contributo pubblico. I lavori si interrompevano per il crollo di una strada comunale. I proprietari chiedevano al Giudice ordinario il risarcimento danni per l'inerzia del Comune e il saldo del contributo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei privati. La Suprema Corte ha chiarito che la domanda di risarcimento danni derivante da scelte urbanistiche discrezionali spetta alla giurisdizione del Giudice amministrativo, poiché non si tratta di semplice omessa manutenzione. Inoltre, il saldo del contributo spetta solo a lavori ultimati e collaudati.
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