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Art. 173 Codice di Procedura Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 173 Codice di Procedura Penale

Senza perizia fonica nelle intercettazioni la condanna resta
La Corte d'Appello confermava la condanna di un uomo per reati inerenti al traffico di stupefacenti. La difesa proponeva ricorso per Cassazione contestando l'identificazione della voce dell'imputato nelle conversazioni registrate e lamentando la mancata esecuzione di una perizia fonica nelle intercettazioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per individuare l'interlocutore, l'autorità giudiziaria non deve obbligatoriamente disporre una perizia tecnica vocale se sussistono altri elementi indiziari certi e concordanti, come i riferimenti al nome e le ammissioni dell'accusato. Il ricorrente deve inoltre versare le spese di giudizio e una sanzione pecuniaria.
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Scorta o spaccio: la detenzione di stupefacenti
L'Imputato deteneva nella propria abitazione circa cinquanta grammi di sostanza illecita, suddivisa in due involucri e frazionata in dodici dosi singole. I giudici di merito hanno qualificato il fatto come reato di detenzione di stupefacenti per spaccio, escludendo la tesi difensiva della scorta per consumo personale. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che l'accusa non avesse provato la destinazione a terzi della droga. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo e le modalità di confezionamento frazionato dimostrano la cessione a terzi. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: niente sconti senza meriti
L'Imputato ha subito una condanna per spaccio di stupefacenti di lieve entità. Il Tribunale e la Corte d'appello hanno inflitto la pena di un anno e quattro mesi di reclusione e duemila euro di multa, negando le circostanze attenuanti generiche. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato sconto e la quantificazione della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le circostanze attenuanti generiche non spettano in automatico per la semplice assenza di fattori negativi, ma esigono la prova di specifici elementi positivi. L'Imputato aveva commesso il reato durante una misura cautelare e con precedenti specifici. La Cassazione ha confermato la condanna e inflitto tremila euro per la Cassa delle ammende.
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Sanzioni amministrative accessorie: stop al ricorso
Un automobilista ottiene una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione in relazione al reato di guida in stato di ebbrezza. Il giudice omette tuttavia di disporre la trasmissione del fascicolo alla Prefettura per l'irrogazione delle relative sanzioni amministrative accessorie. La Procura Generale impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che tale dimenticanza impedisce all'autorità prefettizia di procedere con la sanzione della patente. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso della Pubblica Accusa per difetto di concreto interesse ad agire. I giudici di legittimità chiariscono infatti che il Pubblico Ministero può procedere direttamente alla trasmissione materiale degli atti al Prefetto o richiederla alla cancelleria del giudice competente, senza necessità di attivare un costoso e superfluo giudizio di legittimità.
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Lieve entità spaccio: oltre 600 dosi escludono l’attenuante
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata concessione della lieve entità spaccio, dopo la condanna per detenzione e cessione di sostanze stupefacenti. I giudici hanno accertato il possesso e lo smercio di oltre centoquaranta grammi di cocaina, quantitativo idoneo a confezionare circa seicentoventi dosi singole. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il riconoscimento del fatto di lieve entità presuppone una minima offensività complessiva dell'azione. L'ingente quantitativo di droga, il numero elevato di dosi e il conseguente collegamento con fonti stabili di approvvigionamento criminale impediscono di qualificare la condotta come tenue. L'Imputato perde il ricorso e subisce la condanna definitiva con pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Rifiuto accertamento alcolimetrico: condanna dopo il grave sinistro
Una conducente perde il controllo del veicolo, invade la corsia opposta, supera il marciapiede, sfonda una recinzione e precipita in una scarpata con un salto di tre metri. Giunta la polizia, la donna accetta i controlli tossicologici ma oppone un netto rifiuto accertamento alcolimetrico. I giudici di merito la condannano per il reato stradale ed escludono la particolare tenuità del fatto. L'automobilista propone ricorso per cassazione, sostenendo uno stato di forte stress psicofisico e l'assenza di altre sanzioni stradali. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma la condanna penale, aggiungendo una sanzione di tremila euro. I Supremi Giudici evidenziano che la grave dinamica dell'incidente dimostra un pericolo concreto che impedisce qualsiasi beneficio.
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Commisurazione della pena: la Cassazione respinge il ricorso
La Corte d'Appello condanna un uomo per detenzione di stupefacenti di lieve entita. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando la commisurazione della pena decisa dai giudici e lamentando una mancata valutazione dei criteri di legge. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici di merito hanno motivato chiaramente il calcolo sanzionatorio basandosi sulla gravita oggettiva del reato (oltre venti grammi di cocaina pari a cinquantanove dosi) e sul profilo soggettivo del colpevole, gia recidivo e collegato a reti di spaccio. Il ricorrente perde la causa e subisce anche la condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rifiuto accertamento alcolimetrico: vale la voce dell’agente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un automobilista per il reato di rifiuto accertamento alcolimetrico e tossicologico. L'automobilista sosteneva che gli operanti non lo avessero informato della facoltà di nominare un difensore prima del controllo, evidenziando l'assenza di tale avvertimento nel verbale. I giudici hanno chiarito che la prova dell'avvenuto avviso può essere fornita anche mediante la testimonianza orale resa in dibattimento dall'agente di polizia. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Metadone o spaccio? Uso personale di stupefacenti smentito
Le Forze dell'Ordine hanno sequestrato 1200 millilitri di metadone nel frigorifero di due fratelli conviventi, già condannati per spaccio di cocaina. I due imputati hanno invocato la tesi dell'uso personale di stupefacenti per evitare una nuova sanzione penale. I magistrati di merito hanno respinto tale ricostruzione a causa del quantitativo eccessivo, del contemporaneo smercio di altre sostanze e dell'offerta di cessione a terzi testimoniata da testimoni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei due imputati. La Suprema Corte ha confermato la piena rilevanza penale della condotta, condannando entrambi alle spese processuali e al versamento di tremila euro a testa alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: condanna confermata dalla Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di lieve entità a carico di un imputato sorpreso a cedere una dose di eroina per trenta euro e trovato in possesso di altra sostanza. La difesa chiedeva l'attenuante del danno o lucro di speciale tenuità. I giudici hanno escluso il beneficio poiché il profitto comprende sia il denaro incassato sia il valore della droga ancora detenuta. Inoltre, la condotta commessa sulla pubblica via e le dichiarazioni dell'acquirente comprovano un'attività abituale ad alta offensività. Il ricorso è inammissibile e l'imputato deve pagare le spese e la sanzione pecuniaria.
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Fuga dopo incidente stradale: ferma l’auto ma la sosta non salva
Un automobilista ha tamponato violentemente un veicolo in autostrada, causandone il ribaltamento e il ferimento dei passeggeri. Il conducente ha proseguito la marcia per circa un chilometro fino a un'area di servizio, senza fermarsi sulla corsia di emergenza e senza allertare i soccorsi o le forze dell'ordine. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di inottemperanza all'obbligo di fermata. L'uomo ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo l'impossibilità di arrestare prima l'auto danneggiata e invocando la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per la fuga dopo incidente stradale. I giudici hanno accertato la presenza della corsia di emergenza per fermarsi in sicurezza e la regolare sospensione dei termini di prescrizione.
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Commisurazione della pena: reato lieve ma sanzione severa
Un imputato condannato per spaccio ha contestato il ricalcolo della sanzione operato dalla Corte di Appello. Il giudice territoriale ha fissato la pena base su livelli elevati valorizzando la pluralità di droghe, l'attività organizzata e i precedenti penali del colpevole, sebbene il fatto fosse riqualificato nella fattispecie di lieve entità. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione denunciando un'eccessiva severità e una presunta violazione dei limiti di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La commisurazione della pena rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito se motivata razionalmente. Il riconoscimento della lieve entità non impedisce di considerare i dettagli concreti della condotta per calcolare la sanzione.
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Particolare tenuità del fatto: stop col giudicato parziale
Un imprenditore subisce una condanna per bancarotta semplice ed emissione di fatture inesistenti. La Cassazione annulla la decisione solo per il reato fiscale, confermando la bancarotta. Nel giudizio di rinvio, il reato fiscale si estingue per prescrizione. L'imputato presenta un nuovo ricorso lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto per la bancarotta. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. La condanna per bancarotta era già definitiva per effetto del giudicato parziale. Il giudice di rinvio non poteva riesaminare l'addebito irrevocabile. L'imputato viene condannato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra scorta e spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato sorpreso a disfarsi di circa 65 grammi di hashish, già suddivisi in otto stecche, alla vista delle forze dell'ordine. La difesa sosteneva che la droga costituisse una semplice scorta per uso personale. I giudici hanno invece ribadito che il quantitativo e il frazionamento in dosi integrano il reato penale di detenzione di sostanze stupefacenti destinata allo spaccio. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Spaccio di lieve entità: 573 dosi e registri negano lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'imputato richiedeva la derubricazione del reato nell'ipotesi di spaccio di lieve entità e il riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le richieste. Il sequestro di circa 573 dosi e il rinvenimento di una contabilità dell'attività illecita escludono la minima offensività del fatto. La presenza di un solo elemento negativo preponderante impedisce l'applicazione dell'ipotesi attenuata. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Spaccio o scelta di vita? No alla continuazione dei reati
La condannata ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione dei reati per diverse condanne per spaccio di stupefacenti. Il Giudice ha rigettato l'istanza, ritenendo le condotte espressione di un'attività professionale abituale e non di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando che la vicinanza temporale e spaziale dei reati non basta a dimostrare la continuazione dei reati se questi derivano da una scelta di vita sistematica. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione domiciliare negata: la condotta cancella il beneficio
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova, semilibertà e detenzione domiciliare presentata da un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i suoi precedenti penali fossero datati e che non avesse mai violato misure restrittive in passato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione del tribunale di merito, evidenziando la condotta irregolare del condannato, l'assenza di un reale percorso di recupero e la mancanza di una revisione critica dei propri errori. Tali elementi dimostrano una manifesta inaffidabilità del soggetto, rendendo la detenzione domiciliare del tutto inidonea a prevenire il rischio di commissione di nuovi reati.
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Reato continuato: tra disegno criminoso e stile di vita
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per diversi illeciti commessi tra il 2009 e il 2012 in diverse province lombarde ed emiliane. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, rilevando che la notevole distanza temporale, la diversità dei luoghi e la complicità di soggetti differenti dimostravano una generica propensione a delinquere e non un unico disegno criminoso preventivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che il reato continuato esige una programmazione iniziale specifica dei singoli reati. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sopravvenuta carenza di interesse: libero prima del verdetto
Il Condannato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato l'affidamento in prova, concedendo solo la detenzione domiciliare. La difesa lamentava la mancata acquisizione della relazione dell'ufficio sociale e difetti di motivazione. Tuttavia, prima della decisione della Cassazione, il soggetto è stato scarcerato per fine pena. La Suprema Corte ha quindi dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la liberazione ha fatto venire meno l'utilità concreta di una decisione sulla misura alternativa.
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Liberazione condizionale: no al beneficio senza ravvedimento
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di liberazione condizionale avanzata da un detenuto. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver compiuto progressi durante la detenzione e contestando la valutazione sulla sua pericolosità sociale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità. I giudici hanno chiarito che la concessione della liberazione condizionale esige la prova di un sicuro ravvedimento del condannato. Nel caso di specie, la domanda era del tutto generica, mancando elementi concreti di riabilitazione. Inoltre, il detenuto professava la propria innocenza senza una reale revisione critica dei reati commessi ed era sottoposto a un regime carcerario differenziato, indice di una persistente pericolosità sociale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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