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Art. 1363 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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827 provvedimenti

Altri anni per Art. 1363 Codice Civile

Portabilità fondo pensione: l’accordo si applica?
Un gruppo di ex dipendenti ha citato in giudizio un istituto di credito per ottenere il riscatto delle proprie posizioni da un fondo pensione preesistente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34066/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'istituto. La decisione ha confermato che i criteri di un accordo collettivo del 2009 potevano essere applicati per analogia ai lavoratori già cessati dal servizio, poiché il ricorso non aveva impugnato una delle due autonome ragioni giuridiche della corte d'appello. Il caso sottolinea l'importanza della portabilità fondo pensione.
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Diritto di precedenza: quando si perde nelle assunzioni?
Un musicista, dipendente a tempo determinato di un ente lirico, perde il diritto di precedenza nelle future assunzioni a seguito di una sanzione disciplinare e di una contestazione artistico-professionale. La Corte di Cassazione, confermando le decisioni dei giudici di merito, ha stabilito che il diritto di precedenza non è acquisito in via definitiva dopo il triennio, ma può essere perso qualora il lavoratore riceva contestazioni successive. La Corte ha ritenuto inammissibile il ricorso del lavoratore, chiarendo che la normativa contrattuale prevede la decadenza del diritto in caso di contestazioni, anche dopo il periodo iniziale.
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Retribuzione variabile: illegittimo il taglio del 30%
Un dirigente medico ha contestato la riduzione del 30% della sua retribuzione variabile operata dall'azienda sanitaria. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un taglio forfettario, precisando però che la riduzione dei fondi per il trattamento accessorio è legittima se calcolata secondo i criteri di legge: cristallizzazione del fondo al 2010 e successiva riduzione proporzionale alle cessazioni di personale. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per un corretto ricalcolo delle somme.
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Indennità ex fissa: quando il fondo non paga?
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una giornalista per il pagamento dell'indennità ex fissa. La decisione si fonda sulla distinzione tra il fondo previdenziale, un'entità autonoma, e l'istituto che lo gestisce. Quest'ultimo agisce solo come agente di pagamento e non è tenuto a erogare le prestazioni se il fondo è privo di liquidità, confermando che la sua obbligazione è limitata alla disponibilità finanziaria del fondo stesso.
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Ripetizione indebito pubblico impiego: quando va ridato
Una pubblica amministrazione ha richiesto a una dipendente la restituzione di somme erogate come stipendio sulla base di una legge regionale successivamente dichiarata incostituzionale. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto dell'ente alla ripetizione indebito pubblico impiego, stabilendo che la dichiarazione di incostituzionalità fa venire meno la causa del pagamento, anche se percepito in buona fede dal lavoratore.
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Indennità ex fissa: la Cassazione chiarisce
Un giornalista ha richiesto il pagamento dell'indennità ex fissa, ma la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ha stabilito che l'ente previdenziale agisce solo come gestore di cassa e la sua responsabilità è limitata alla liquidità del fondo specifico, che non è un sistema a capitalizzazione individuale.
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Licenziamento disciplinare CCNL: la Cassazione decide
Un lavoratore, addetto alla pulizia autostradale, veniva licenziato per aver utilizzato il veicolo aziendale per trasportare un animale a casa propria. La Corte di Cassazione, riformando la decisione d'appello, ha stabilito che il licenziamento disciplinare è illegittimo se il CCNL di riferimento prevede una sanzione conservativa per la condotta contestata. In tal caso, al lavoratore spetta la tutela reintegratoria e non solo un'indennità risarcitoria. La Corte ha chiarito che la valutazione di proporzionalità fatta dalle parti sociali nel contratto collettivo prevale sulla discrezionalità del datore di lavoro e del giudice.
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Licenziamento dirigente: la giustificatezza
Una dirigente veniva licenziata per soppressione del suo ruolo nell'ambito di una riorganizzazione aziendale. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittimo il recesso, riconoscendone la 'giustificatezza'. La Corte di Cassazione, con la presente ordinanza, ha rigettato il ricorso della lavoratrice, chiarendo che il licenziamento dirigente non richiede un 'giustificato motivo' come per gli altri dipendenti, ma solo che la decisione non sia arbitraria, pretestuosa o contraria a buona fede. La valutazione di tale 'giustificatezza' spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivata. Anche il ricorso incidentale dell'azienda è stato respinto.
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Trasferimento d’azienda: il superminimo può essere ridotto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33146/2024, ha stabilito che dopo un trasferimento d'azienda è legittima la riduzione di un 'superminimo' se il contratto collettivo applicato dal nuovo datore di lavoro non lo prevede. La tutela della retribuzione del lavoratore opera al momento del passaggio, ma non rende il trattamento economico intangibile rispetto a future modifiche della contrattazione collettiva. Il caso riguardava due lavoratori che si erano visti sopprimere un emolumento a seguito della disdetta di vecchi accordi aziendali, molti anni dopo il trasferimento.
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Trasferimento d’azienda: stipendio e nuovi contratti
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda, il datore di lavoro subentrante può legittimamente applicare il proprio contratto collettivo, anche se meno favorevole, dopo la scadenza di quello applicato dal cedente. La tutela per i lavoratori è volta a impedire un peggioramento retributivo immediato e dovuto al solo fatto del trasferimento, ma non rende i trattamenti economici intangibili rispetto alle successive dinamiche della contrattazione collettiva. La Corte ha rigettato il ricorso di alcune lavoratrici che si erano viste revocare un 'superminimo non assorbibile' a seguito della disdetta di un accordo aziendale, confermando la legittimità dell'operato aziendale.
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Inquadramento superiore: quando è un diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione conferma il diritto di un lavoratore all'inquadramento superiore per aver svolto mansioni di maggiore responsabilità. L'ordinanza chiarisce che anche nelle società a partecipazione pubblica "in house", il rapporto di lavoro è di natura privatistica e si applica l'art. 2103 c.c. Viene respinto il ricorso dell'azienda, che contestava la decisione basandosi su presunte rinunce del dipendente e sulla necessità di procedure selettive per le promozioni. La Corte ribadisce la validità del procedimento trifasico per l'accertamento delle mansioni e la corretta interpretazione delle norme contrattuali e di legge.
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Contratti a termine: la Cassazione e la non contestazione
Un percussionista, impiegato da una fondazione lirica con numerosi contratti a termine dal 1995, ha fatto causa per ottenere la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la legittimità dei contratti a termine. La Corte ha sottolineato come la mancata contestazione da parte del lavoratore delle specifiche ragioni artistiche indicate nel contratto sia stata decisiva. Questo principio, noto come 'relevatio ad onere probandi', ha sollevato il datore di lavoro dall'onere di provare tali ragioni. Gli altri motivi di ricorso, relativi alla durata massima e al pensionamento di un collega, sono stati giudicati inammissibili o irrilevanti.
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Contratti a termine: quando la successione è lecita
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di due musicisti d'orchestra che chiedevano la conversione dei loro contratti a termine in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. I giudici hanno confermato la legittimità della successione di contratti, basandosi sulla non contestazione da parte dei lavoratori delle specifiche e obiettive ragioni temporanee indicate dall'ente lirico in ogni contratto. Secondo la Corte, se il lavoratore non contesta di essere stato impiegato esclusivamente per le produzioni indicate, il datore di lavoro non ha l'onere di fornire ulteriori prove, rendendo i contratti a termine validi.
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Comunicazione licenziamento: quando è valida?
Un lavoratore viene licenziato per aver usato il cellulare in un'area a rischio. Impugna il licenziamento sostenendo che la comunicazione, inviata solo al suo avvocato, fosse invalida e tardiva. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che la comunicazione del licenziamento è valida se perviene a conoscenza del lavoratore, anche tramite il suo legale, e che il termine per l'irrogazione della sanzione decorre dalla data di spedizione della lettera da parte del datore di lavoro, non da quella di ricezione.
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Ricorso per cassazione: limiti e inammissibilità
Un dirigente del settore pubblico ha citato in giudizio la propria amministrazione, una Provincia, per mobbing e danni, rassegnando le dimissioni per quella che riteneva una giusta causa. A seguito di un complesso iter giudiziario che ha attraversato vari gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha respinto in via definitiva il ricorso del dirigente. La Corte ha ritenuto i numerosi motivi di ricorso per cassazione inammissibili o infondati, sottolineando il rispetto dei precedenti giudicati, i limiti procedurali dell'appello e il potere discrezionale dei giudici di merito nella valutazione delle prove.
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Incentivo all’esodo: quando è soggetto a contributi?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società editoriale, confermando l'obbligo di versare i contributi previdenziali su somme erogate ai giornalisti alla cessazione del rapporto. La Corte ha stabilito che, per ottenere l'esenzione, l'azienda deve provare in modo convincente la reale finalità di incentivo all'esodo delle somme, non essendo sufficiente la sola qualificazione formale data dalle parti. La decisione sottolinea che l'interpretazione della volontà contrattuale è di competenza dei giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se non per vizi di legge.
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Licenziamento per cessazione attività: quando è valido
La Corte di Cassazione conferma la validità di un licenziamento per cessazione attività, respingendo la tesi di un lavoratore che sosteneva l'esistenza di un unico centro di imputazione con un'altra società. L'ordinanza chiarisce che la semplice partecipazione a un Raggruppamento Temporaneo di Imprese non implica l'obbligo di repêchage se manca una gestione unificata e un uso promiscuo del personale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile per motivi procedurali.
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Rifiuto incarico RSPP: licenziamento legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di un dipendente che aveva rifiutato l'incarico di RSPP. Il rifiuto, motivato con una generica 'manifesta incompatibilità con il datore di lavoro', è stato considerato un grave atto di insubordinazione, tale da ledere irrimediabilmente il rapporto fiduciario. La Corte ha stabilito che una motivazione così vaga e non circostanziata non giustifica il rifiuto di adempiere a una disposizione aziendale, rendendo proporzionata la sanzione espulsiva.
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Licenziamento sproporzionato: quando c’è solo l’indennità
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una dipendente licenziata per un'aggressione verbale a una cliente. La Corte ha confermato che si è trattato di un licenziamento sproporzionato, ma ha negato il diritto al reintegro. La motivazione risiede nel fatto che la condotta, pur non essendo così grave da giustificare il licenziamento, non era nemmeno riconducibile a quelle ipotesi per cui il contratto collettivo prevede esplicitamente una sanzione conservativa (come una multa). Di conseguenza, alla lavoratrice spetta solo la tutela risarcitoria, consistente in un'indennità economica.
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Licenziamento per insulti: la Cassazione conferma
Un lavoratore, licenziato per aver rivolto gravi insulti a un superiore, ha impugnato la decisione fino alla Corte di Cassazione. La Corte ha confermato la legittimità del licenziamento per insulti, stabilendo che un comportamento così grave rompe irrimediabilmente il rapporto di fiducia e costituisce giusta causa, indipendentemente dalle sanzioni più lievi previste dal contratto collettivo per condotte simili.
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