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Art. 1363 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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827 provvedimenti

Altri anni per Art. 1363 Codice Civile

Pronta disponibilità e straordinario: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 16147/2025, ha chiarito le regole per il calcolo del compenso per pronta disponibilità e straordinario. La Corte ha stabilito che le ore di assenza per ferie e malattia devono essere incluse nel computo dell'orario di lavoro ordinario. Di conseguenza, le ore di lavoro prestate in pronta disponibilità che eccedono tale soglia vanno retribuite come straordinario. La sentenza rigetta la tesi della società datrice di lavoro, secondo cui solo le ore di lavoro effettivamente prestate potevano essere considerate per determinare il superamento dell'orario normale, affermando la tutela dei diritti costituzionali al riposo e alla salute del lavoratore.
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Assunzione società pubblica: la nullità del contratto
Un lavoratore era stato assunto da una società a totale partecipazione pubblica tramite una conciliazione giudiziale, senza aver superato un concorso. A seguito del suo licenziamento, la Corte di Cassazione ha dichiarato la nullità del rapporto di lavoro sin dall'origine. La Suprema Corte ha stabilito che l'obbligo di procedure selettive per l'assunzione in una società pubblica è una norma imperativa che non può essere derogata da un accordo privato, nemmeno se formalizzato in un verbale di conciliazione. Di conseguenza, il licenziamento non poteva essere impugnato, in quanto il contratto di lavoro era giuridicamente inesistente.
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Licenziamento fine cantiere: quando è legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento fine cantiere. Il caso riguardava un lavoratore edile licenziato dopo la conclusione dei lavori nel sito a cui era assegnato. La Corte ha stabilito che, se l'azienda dimostra l'impossibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni o cantieri al momento del recesso, il licenziamento è valido, anche se nuove opportunità lavorative si presentano mesi dopo.
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Lavoro subordinato giornalistico: la Cassazione decide
Una società editoriale ha contestato l'obbligo di versare i contributi previdenziali per alcuni collaboratori, negandone la natura di lavoro subordinato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici di merito. La sentenza ribadisce i limiti del giudizio di legittimità, che non può riesaminare i fatti, e chiarisce l'autonomia del regime sanzionatorio degli enti previdenziali privatizzati, come quello dei giornalisti, rispetto alla normativa generale.
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Inquadramento dipendente pubblico: l’errore iniziale
Un dipendente pubblico, trasferito da un ente locale a un ente previdenziale, ha visto contestato il suo inquadramento iniziale anni dopo aver ottenuto una promozione. L'ente ha tentato di recuperare le differenze retributive, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente, confermando il diritto del lavoratore alla posizione e retribuzione acquisite. La decisione si concentra sull'errata interpretazione delle norme contrattuali da parte dell'ente e sulla stabilità delle posizioni ottenute tramite selezioni formali, offrendo spunti cruciali sull'inquadramento dipendente pubblico.
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Retribuzione dirigente medico per sostituzione: la guida
Un dirigente medico ha richiesto differenze retributive per aver svolto per anni le funzioni di un superiore. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la normativa speciale per la dirigenza sanitaria prevale su quella generale. Al dirigente spetta unicamente l'indennità sostitutiva prevista dal contratto collettivo, e non la piena retribuzione superiore, a causa del principio del 'ruolo unico' e dell'omnicomprensività dello stipendio. La decisione chiarisce definitivamente la corretta retribuzione del dirigente medico in caso di sostituzione.
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Uso aziendale: quando diventa un diritto per il lavoratore
La Corte di Cassazione ha stabilito che un'azienda non può interrompere unilateralmente benefici concessi ai dipendenti per un lungo periodo, come una pausa pranzo retribuita. Tale comportamento, protratto per circa quindici anni, si configura come un "uso aziendale", che acquisisce forza vincolante al pari di un contratto collettivo. La società ricorrente sosteneva di aver concesso i benefici per un errore interpretativo del contratto nazionale, ma non è riuscita a fornire prova di tale errore. La Corte ha quindi respinto il ricorso, confermando che la prassi consolidata era diventata un diritto acquisito per i lavoratori, modificabile solo tramite un nuovo accordo collettivo e non con un atto unilaterale.
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Rapporto convenzionato: no a paga ACN senza contratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione, anche se di fatto continuativo e assimilabile a un rapporto convenzionato, non dà diritto al trattamento economico previsto dal relativo Accordo Collettivo Nazionale (ACN) in assenza di un contratto formale. L'illegittimità dei contratti a termine utilizzati per coprire carenze di organico non è sufficiente a estendere automaticamente le tutele economiche del rapporto convenzionato, per il quale è necessaria una specifica procedura di stipula. Il professionista potrà tutt'al più agire per il risarcimento del danno o per ingiustificato arricchimento.
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Frazionamento del credito e giudicato: i limiti
La Corte di Cassazione affronta il tema del frazionamento del credito e del giudicato in un caso di risarcimento per perdita di chance richiesto da dipendenti universitari. L'ordinanza chiarisce che una nuova azione è ammissibile se la precedente domanda di danno, formulata come subordinata, non è stata esaminata nel merito. Al contrario, se la domanda era stata rigettata, il giudicato preclude ogni ulteriore richiesta, anche se relativa a voci di danno differenti ma riconducibili alla stessa causa.
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Trasferimento ramo d’azienda: licenziamento e manleva
Una lavoratrice veniva licenziata nel contesto di una complessa operazione di trasferimento di ramo d'azienda che coinvolgeva tre società. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18805/2025, ha chiarito importanti principi. Ha stabilito che l'impugnazione del licenziamento va rivolta al datore di lavoro che lo ha emesso e a quello in carica al momento in cui l'atto ha prodotto effetto. Soprattutto, ha affermato la piena validità della clausola di manleva tra le società, specificando che essa non pregiudica i diritti del lavoratore ma regola solo i rapporti economici interni tra le imprese coinvolte nel trasferimento ramo d'azienda.
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Insegnante pubblico impiego: obbligo autorizzazione
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione disciplinare a carico di una docente per aver ricoperto per anni cariche amministrative in enti non profit senza la prescritta autorizzazione. La sentenza sottolinea che per un insegnante pubblico impiego l'obbligo di autorizzazione preventiva sussiste anche per incarichi gratuiti, al fine di tutelare il principio di esclusività del rapporto di lavoro e prevenire conflitti di interesse.
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Indennità di trasferta: onere della prova del rientro
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un gruppo di lavoratori, negando il loro diritto all'indennità di trasferta per pasto serale e pernottamento. La Corte ha stabilito che, una volta che l'azienda fornisce prove sufficienti a dimostrare la possibilità per i dipendenti di rientrare alla propria abitazione entro un orario stabilito (le 21:00 in questo caso), spetta ai lavoratori l'onere di provare specificamente le singole giornate in cui ciò non è stato possibile. I lavoratori non hanno fornito tale prova, rendendo legittimo il diniego dell'indennità.
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Ricorso per cassazione: i motivi di inammissibilità
Un datore di lavoro, condannato in primo e secondo grado al pagamento di differenze retributive a una ex dipendente, ha presentato ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e infondato su tutti i fronti. La decisione evidenzia l'importanza del rispetto dei requisiti formali e procedurali, come l'onere di produrre i contratti collettivi invocati e il divieto di censurare il merito in presenza di una 'doppia conforme'. Inoltre, chiarisce che contestare i calcoli del credito equivale ad ammettere l'esistenza del debito, rendendo inefficace l'eccezione di prescrizione presuntiva.
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Indennità perequativa: CCNL protegge lo stipendio
Una università ha contestato il diritto di due suoi dipendenti a mantenere una indennità perequativa a seguito di un nuovo inquadramento contrattuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la clausola di salvaguardia presente nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) protegge i diritti economici già acquisiti dai lavoratori. La Corte ha chiarito che, anche in presenza di un nuovo accordo sull'inquadramento, l'indennità non viene meno ma si trasforma in un assegno personale riassorbibile, garantendo così la stabilità retributiva.
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Contratto P.A. nullo: no al CCNL senza forma scritta
Un contratto di lavoro con la Pubblica Amministrazione, stipulato per un progetto specifico ma di fatto utilizzato per coprire carenze strutturali, è stato ritenuto illegittimo. La Corte di Cassazione ha stabilito che, nonostante la riqualificazione del rapporto come parasubordinato, un contratto P.A. nullo non dà diritto all'applicazione del trattamento economico previsto da un Accordo Collettivo Nazionale (ACN). La Suprema Corte ha sottolineato che per l'applicazione dell'ACN è indispensabile l'esistenza di una convenzione formale, stipulata secondo procedure specifiche, respingendo la richiesta di differenze retributive del lavoratore.
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Buoni pasto: obbligo o facoltà per l’ente pubblico?
Due dipendenti pubblici hanno citato in giudizio il loro Comune per ottenere l'equivalente economico dei buoni pasto non corrisposti. Dopo una vittoria in primo grado e una sconfitta in appello, il caso è giunto in Cassazione. La Suprema Corte, riconoscendo l'importanza della questione per l'uniforme interpretazione del diritto, ha rinviato la decisione a un'udienza pubblica. L'obiettivo è chiarire se l'istituzione della mensa o la fornitura dei buoni pasto sia un obbligo o una mera facoltà per gli enti locali, in base all'interpretazione del CCNL di settore.
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Tetto stipendiale dirigenti: la Cassazione decide
Un dirigente di un ente pubblico ha contestato la riduzione del suo compenso a causa del tetto stipendiale imposto per legge. La Corte di Cassazione ha stabilito che il tetto stipendiale si applica a tutti i rapporti di lavoro, anche a quelli sorti prima dell'entrata in vigore della legge, respingendo il ricorso del dirigente e accogliendo quello dell'ente. La Corte ha chiarito che la normativa successiva ha un effetto sostitutivo e abrogativo sulla disciplina precedente, estendendo il limite retributivo a tutti i destinatari a partire dalla sua decorrenza.
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Mansioni superiori: ricorso inammissibile in Cassazione
Un lavoratore ha ottenuto il riconoscimento di mansioni superiori e le relative differenze retributive in Corte d'Appello. Il datore di lavoro ha presentato ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile. I motivi, basati su travisamento della prova, vizio di motivazione e violazione di legge, sono stati ritenuti un tentativo di riesaminare il merito della causa, compito precluso al giudice di legittimità. La Corte ha inoltre evidenziato l'importanza di impugnare tutte le 'rationes decidendi' della sentenza.
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Inquadramento superiore: quando la patente non basta
Un lavoratore del settore logistica ferroviaria ha richiesto un inquadramento superiore, dal livello F al livello E, basando la sua pretesa sul possesso di una patente per la guida di carrelli e sullo svolgimento di mansioni tecniche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per ottenere un inquadramento superiore non è sufficiente possedere un'abilitazione specifica. È necessario dimostrare lo svolgimento effettivo di mansioni con carattere tecnico-amministrativo, autonomia esecutiva e applicazione di procedure qualificate, caratteristiche proprie del livello E e non riscontrate nel caso di specie.
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Onere della prova CCNL: la Cassazione chiarisce
Un ex collaboratore ha citato in giudizio la propria datrice di lavoro, sostenendo che il rapporto fosse di natura subordinata. La Corte d'Appello gli ha dato ragione, condannando l'azienda al pagamento di cospicue differenze retributive. L'azienda ha presentato ricorso in Cassazione, eccependo, tra l'altro, che il lavoratore non aveva rispettato l'onere della prova non depositando il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) applicabile. La Corte Suprema ha rigettato il ricorso, chiarendo che il deposito del CCNL integrale non è un requisito di validità della domanda nei gradi di merito, a differenza del giudizio di cassazione, dove è obbligatorio. La condanna è stata quindi confermata.
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