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Art. 1362 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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2097 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Contratto di apprendistato nullo: la datrice compensa i debiti
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una lavoratrice assunta con contratto di apprendistato come commessa. La Corte d'Appello aveva riqualificato il rapporto in lavoro ordinario per mancanza di formazione effettiva, condannando la datrice a pagare le differenze retributive. Tuttavia, i giudici di secondo grado avevano omesso di decidere sulle richieste della datrice di scalare da tali somme l'indennità di mancato preavviso per le dimissioni e il rimborso di alcune rate di mutuo pagate come garante. La Cassazione ha accolto il ricorso della datrice di lavoro, stabilendo che il giudice d'appello deve obbligatoriamente pronunciarsi sulle eccezioni di compensazione sollevate.
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Irriducibilità della retribuzione: quando il taglio è legittimo
Quattro verificatori di cantiere hanno fatto causa alla Cassa Edile perché, dopo una riorganizzazione aziendale che ha introdotto il controllo dell'orario tramite badge, l'azienda ha revocato un'indennità speciale precedentemente concordata nei contratti individuali. La Corte d'Appello aveva dato ragione ai dipendenti applicando il principio di irriducibilità della retribuzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che l'irriducibilità della retribuzione non si applica alle indennità estrinseche, cioè collegate a specifiche modalità organizzative ormai superate. Se l'indennità serviva a compensare l'assenza di un controllo dell'orario, la sua eliminazione è legittima per evitare una doppia retribuzione dopo l'introduzione degli straordinari. La causa torna in Appello per un nuovo esame.
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Assorbimento del superminimo: niente straordinari se già pagati
Un lavoratore ha fatto causa alla sua ex azienda chiedendo oltre 240.000 euro per ore di lavoro straordinario non pagate. La Corte d'Appello, pur accertando un orario lavorativo più lungo, ha respinto la richiesta poiché le somme già ricevute mensilmente a titolo di superminimo e straordinario forfettizzato coprivano interamente il dovuto. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il superminimo servisse a remunerare mansioni aggiuntive e non lo straordinario. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, dichiarando inammissibili i motivi principali. I giudici hanno confermato la validità dell'assorbimento del superminimo nel lavoro straordinario, poiché era provato un accordo tra le parti in tal senso e il lavoratore non ha dimostrato il contrario. Di conseguenza, il lavoratore ha perso definitivamente la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.
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Assistenza sanitaria integrativa: negata la rivalsa all’azienda
Un'azienda e un suo dirigente firmano un accordo di risoluzione consensuale. L'azienda si impegna a mantenere l'assistenza sanitaria integrativa tramite l'iscrizione alla Cassa di assistenza collettiva. Successivamente, l'azienda sostituisce unilateralmente tale iscrizione con polizze individuali. Questa modifica fa perdere l'esenzione fiscale, generando oneri fiscali e contributivi. L'azienda, agendo come sostituto d'imposta, paga tali somme e ne chiede la restituzione al dirigente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda: la tassazione è derivata esclusivamente dalla sua scelta unilaterale e difforme dai patti. Di conseguenza, l'azienda non ha alcun diritto di rivalsa e deve farsi carico interamente delle spese.
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Ricostruzione della carriera: l’atto errato si corregge sempre
Un docente ha contestato il punteggio di una collega nella graduatoria di mobilità, sostenendo che un anno di servizio pre-ruolo non dovesse essere conteggiato perché non riconosciuto in un precedente decreto di ricostruzione della carriera mai impugnato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il decreto di ricostruzione della carriera ha un valore meramente ricognitivo (di semplice accertamento) e non richiede un'impugnazione formale per essere contestato o rettificato. Di conseguenza, la mancata impugnazione del decreto non impedisce di accertare in sede giudiziaria l'effettiva durata del servizio svolto. La collega mantiene quindi il suo punteggio e il suo posto di lavoro.
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Termine per il ricorso in Cassazione: ritardo costa 380mila euro
Gli eredi di un lavoratore hanno notificato un atto di precetto alla Pubblica Amministrazione per ottenere oltre 440.000 euro di differenze retributive. La Corte d'Appello ha ridotto la somma spettante a circa 60.000 euro. Gli eredi hanno proposto ricorso, ma la Cassazione lo ha dichiarato inammissibile perché tardivo. La Corte ha chiarito che il termine per il ricorso in Cassazione, a seguito della riforma del 2009, è stato ridotto da un anno a sei mesi per tutti i giudizi iniziati dopo il 4 luglio 2009. Avendo gli eredi notificato il ricorso quasi un anno dopo la pubblicazione della sentenza d'appello, il loro diritto di impugnazione è decaduto. Di conseguenza, la decisione d'appello è diventata definitiva e gli eredi hanno perso la possibilità di richiedere la somma maggiore.
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Proroga del contratto a termine: vincitori contro idonei
Una lavoratrice, assunta tramite scorrimento della graduatoria per un concorso a trentacinque posti a tempo determinato presso un ente pubblico di ricerca, ha richiesto la proroga del contratto a termine per ventiquattro mesi, come previsto da un protocollo d'intesa sindacale. L'ente pubblico aveva invece concesso solo sei mesi di proroga, ritenendo che il beneficio spettasse unicamente ai vincitori originari e non a chi fosse subentrato per scorrimento. La Corte d'Appello ha accolto la domanda della lavoratrice, condannando l'ente al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando che la proroga del contratto a termine spetta anche a chi è stato assunto per scorrimento all'interno dei posti messi a concorso, poiché l'accordo sindacale non faceva distinzioni tra vincitori immediati e subentrati.
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Revoca anticipata del dirigente: l’ente pubblico perde la causa
Un ente pubblico per l'edilizia residenziale ha disposto la revoca anticipata del dirigente che ricopriva il ruolo di direttore generale, lamentando un contrasto con le direttive aziendali. Il dirigente ha impugnato il provvedimento chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha confermato la giurisdizione del giudice ordinario, poiché il rapporto di lavoro era regolato da un contratto di diritto privato. I giudici hanno dichiarato illegittima la revoca anticipata del dirigente perché l'ente non ha rispettato la procedura di garanzia prevista dallo statuto, che imponeva la previa contestazione scritta degli addebiti e un termine di venti giorni per presentare giustificazioni. Di conseguenza, il ricorso dell'ente pubblico è stato rigettato, confermando il diritto del dirigente a ricevere il risarcimento del danno per la perdita della retribuzione fino alla scadenza naturale dell'incarico.
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Rendimento integrativo TFR: l’azienda vince contro il dipendente
Un lavoratore ha chiesto il pagamento di oltre 55.000 euro a titolo di rendimento integrativo TFR, derivante da una polizza assicurativa stipulata dal datore di lavoro per finanziare la liquidazione dei dipendenti. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, rilevando che le clausole contrattuali attribuivano i rendimenti eccedenti il TFR all'azienda e non ai dipendenti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che, in mancanza di un accordo esplicito e univoco, le somme extra maturate sulla polizza stipulata dall'azienda rimangono di proprietà di quest'ultima, che ha agito nel proprio interesse per garantirsi la provvista finanziaria necessaria a pagare la liquidazione. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Onorari dell’avvocato interno: sì anche senza iscrizione a ruolo
Un avvocato dipendente ha chiesto all'Azienda il pagamento delle somme versate dalle controparti a titolo di onorari dell'avvocato interno per le cause trattate. L'Azienda si è opposta, sostenendo che le controversie risolte prima dell'iscrizione a ruolo della causa non potessero considerarsi giudiziali e quindi non dessero diritto al compenso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno stabilito che, per avere diritto ai compensi, basta che la causa sia stata avviata con la notifica dell'atto di citazione, anche se poi si è giunti a un accordo transattivo prima di registrare la causa in tribunale. L'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali.
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Attività intramoenia: il medico perde la causa sui costi IRAP
Un dirigente medico ha contestato la trattenuta della quota IRAP operata dall'Azienda Sanitaria sui compensi dovuti per l'attività intramoenia. Il medico sosteneva che l'imposta dovesse gravare esclusivamente sul datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno chiarito che l'Azienda Sanitaria non ha applicato l'imposta direttamente sul professionista, ma ha legittimamente calcolato la quota di compenso a lui spettante solo dopo aver detratto dall'importo complessivo pagato dai terzi tutti i costi di gestione, compreso il maggior esborso IRAP derivante dall'incremento della base imponibile aziendale. Di conseguenza, il medico perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Mobilità del personale docente: negato il doppio beneficio
Un insegnante chiedeva il riconoscimento di due diverse precedenze per la mobilità del personale docente, avendo lavorato per oltre tre anni in un istituto penitenziario. L'amministrazione gli riconosceva solo la precedenza specifica per le carceri, escludendo quella per l'educazione degli adulti. La Corte d'Appello respingeva la domanda, escludendo il cumulo dei benefici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha chiarito che l'interpretazione dei contratti collettivi integrativi spetta esclusivamente al giudice di merito, purché sia logica e rispetti i canoni di ermeneutica contrattuale. Di conseguenza, non è possibile richiedere in sede di legittimità un riesame dell'interpretazione contrattuale solo perché ritenuta meno favorevole dal ricorrente. Il docente perde definitivamente la causa.
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Mansioni superiori nel pubblico impiego: sì alla paga da dirigente
Un dipendente dell'Ente Previdenziale ha richiesto il pagamento delle differenze retributive per aver svolto mansioni superiori di natura dirigenziale. Il lavoratore, inquadrato come ispettore generale, aveva ricevuto la responsabilità esclusiva dell'area vigilanza di una sede distaccata, gestendo in totale autonomia budget, ferie e coordinamento del personale. L'Ente Previdenziale ha contestato la natura dirigenziale di tali compiti, sostenendo che rientrassero nel normale profilo del dipendente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando che lo svolgimento di mansioni superiori nel pubblico impiego, se effettivo e autonomo, dà diritto al trattamento economico corrispondente alla qualifica superiore, come stabilito dall'articolo 52 del Decreto Legislativo numero 165 del 2001. L'Ente Previdenziale è stato condannato a pagare le differenze retributive e le spese di giudizio.
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Scorrimento della graduatoria: nessun obbligo senza fondi
Un dipendente pubblico, idoneo non vincitore in una selezione del 2009, ha chiesto il riconoscimento del diritto alla progressione professionale o il risarcimento del danno. Il lavoratore sosteneva che l'obbligo biennale di indire nuove selezioni, previsto dal contratto collettivo, imponesse lo scorrimento della graduatoria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che lo scorrimento della graduatoria non costituisce un obbligo automatico per l'amministrazione. L'indizione delle procedure e la copertura dei posti dipendono sempre dalle scelte organizzative dell'ente, dalle disponibilità di bilancio e dalla previa contrattazione integrativa. In assenza di risorse finanziarie autorizzate, non sussiste alcuna responsabilità risarcitoria del datore di lavoro pubblico.
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Reinternalizzazione servizi: no al trasferimento di ramo d’azienda
Un gruppo di dipendenti di una società di servizi ha chiesto il riconoscimento del passaggio alle dipendenze di una grande azienda di telecomunicazioni. Nel 2000, quest'ultima aveva ceduto il servizio di amministrazione del personale, ma nel 2017 ha deciso di reinternalizzare alcune attività di payroll, senza però acquisire beni o personale. I lavoratori sostenevano che tale operazione costituisse una retrocessione, configurando un trasferimento di ramo d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che la semplice riassunzione di servizi, senza il passaggio di un complesso organizzato di beni e persone dotato di preesistente autonomia funzionale, non costituisce un trasferimento di ramo d'azienda, bensì una mera rimodulazione del contratto di appalto. Di conseguenza, i dipendenti rimangono alle dipendenze della società esterna.
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Inquadramento superiore: l’autonomia non basta senza il team
Un gruppo di ispettori di vigilanza dell'Ente Previdenziale ha richiesto il riconoscimento economico per la posizione C3, superiore rispetto alla C1 in cui erano inquadrati, sostenendo di aver lavorato in piena autonomia. La Corte d'Appello ha accolto la domanda basandosi sulla somiglianza delle mansioni con i colleghi di livello superiore. L'Ente ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che per ottenere l'inquadramento superiore non basta svolgere gli stessi compiti dei colleghi più esperti. È invece indispensabile un confronto analitico tra le mansioni concretamente svolte e i requisiti specifici previsti dal contratto collettivo per il livello superiore (criterio trifasico). La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Inquadramento superiore: la forma non cancella il diritto
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento di un inquadramento superiore o, in subordine, di un livello intermedio. Il Tribunale ha accolto la domanda principale. L'azienda ha proposto appello e la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo rinunciata la domanda subordinata perché non inserita nelle conclusioni formali della memoria difensiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la richiesta di inquadramento superiore intermedio era stata chiaramente riproposta nel corpo dell'atto difensivo, senza necessità di formule sacramentali. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Subordinazione giornalistica: autonomo o dipendente? Il verdetto
L'Ente Previdenziale ha richiesto a una Società Editrice oltre novantamila euro per contributi non versati relativi a quattro giornalisti, sostenendo l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. La Corte d'Appello ha invece qualificato il rapporto come autonomo, escludendo i presupposti tipici della subordinazione giornalistica, ossia la disponibilità permanente dei lavoratori e l'affidamento della responsabilità di un servizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che, in assenza di tali indici concreti, non si configura la subordinazione giornalistica. Di conseguenza, l'ente previdenziale perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Integrazione pensionistica aziendale: vince il lavoratore
Un ex dipendente di un istituto bancario, poi transitato a un'altra società per la cessazione del servizio esattoriale, chiedeva il pagamento dell'integrazione pensionistica aziendale prevista da un accordo collettivo del 1985. La banca rifiutava l'erogazione, sostenendo che il beneficio spettasse solo a chi era ancora suo dipendente al momento del pensionamento. La Corte d'Appello accoglieva la domanda del lavoratore, ritenendo che il requisito anagrafico potesse maturare anche successivamente, purché l'anzianità di servizio minima fosse stata maturata presso la banca. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della banca. La Suprema Corte ha stabilito che l'interpretazione dei contratti spetta ai giudici di merito e che l'integrazione pensionistica aziendale spetta anche a chi ha cambiato datore di lavoro, se i requisiti di servizio erano già stati perfezionati in origine.
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Trattamento retributivo differenziato: mansioni diverse, no parità
Un lavoratore ha chiesto il riconoscimento di un trattamento economico di favore previsto da una delibera aziendale per una specifica categoria di trasporti, pretendendo di estenderlo alla propria diversa attività. La Corte d'Appello ha respinto la domanda per la diversità oggettiva delle mansioni e dei trasporti effettuati. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che non si può invocare la parità di trattamento quando le situazioni lavorative sono concretamente diverse. Di conseguenza, è legittimo un trattamento retributivo differenziato basato sulla differente natura dei trasporti eseguiti e sulla professionalità richiesta, escludendo automatismi estensivi in assenza di una specifica delibera del datore di lavoro.
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