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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2026

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721 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Part-time nel pubblico impiego: diritti e limiti dei tagli
Alcuni dipendenti sanitari avevano ottenuto la trasformazione del contratto in part-time nel pubblico impiego. Successivamente, l'Azienda Sanitaria ha avviato una revisione unilaterale dei contratti citando la normativa del 2010. L'ente ha adottato delibere programmatiche entro il termine di 180 giorni, ma ha rinviato le decisioni sui singoli contratti. I lavoratori hanno impugnato il provvedimento sostenendo la decadenza del potere datoriale per il superamento del termine. La Corte di Cassazione, rilevando decisioni contrastanti della propria giurisprudenza sull'interpretazione perentoria o flessibile dei 180 giorni stabiliti per la rivisitazione delle concessioni, ha rinviato la decisione a una pubblica udienza per garantire un orientamento unitario.
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Credito in prededuzione: niente priorità senza un nuovo contratto
Una Società finanziaria ha chiesto l'ammissione allo stato passivo di una Società in amministrazione straordinaria per un importo di 11 milioni di euro. Tale somma derivava da un accordo transattivo legato a un precedente contratto di factoring. La Società finanziaria pretendeva il riconoscimento del credito in prededuzione, sostenendo che la transazione avesse creato un'obbligazione del tutto nuova e funzionale alla procedura concorsuale. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che la transazione non aveva natura novativa e che il credito affondava le radici nel contratto originario. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile: l'interpretazione dei contratti spetta unicamente ai giudici di merito. Di conseguenza, la Società finanziaria ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Part-time verticale e Fondo EST: contributi dovuti tutto l’anno
L'Azienda ha sospeso i versamenti dei contributi per l'assistenza sanitaria integrativa al Fondo EST nei confronti di un Lavoratore assunto con contratto a tempo indeterminato in part-time verticale e misto durante i mesi di inattività lavorativa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo l'obbligo del datore di lavoro di versare la quota mensile al Fondo EST per tutte le dodici mensilità dell'anno. La decisione sul rapporto tra Part-time verticale e Fondo EST chiarisce che la tutela sanitaria integrativa costituisce un diritto irrinunciabile e indivisibile del dipendente. L'obbligo contributivo datoriale ha misura fissa e non può essere ridotto o sospeso nei periodi di pausa lavorativa, prescindendo dall'effettiva erogazione della retribuzione ordinaria nei singoli mesi.
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Insinuazione al passivo fallimentare: cosa rischia il creditore
Alcuni privati cittadini hanno ceduto un terreno edificabile a una società di costruzioni con la promessa di ottenere un immobile di futura edificazione. Poiché la società è risultata inadempiente e successivamente è stata dichiarata fallita, i proprietari hanno promosso un'azione giudiziaria per chiedere la restituzione del bene e l'Insinuazione al passivo fallimentare per il recupero del valore dell'area. I giudici di merito hanno respinto le domande. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, evidenziando che le pretese restitutorie non possono essere separate dall'accertamento della risoluzione contrattuale all'interno della procedura concorsuale. Inoltre, i motivi di ricorso inerenti all'interpretazione delle clausole negoziali sono stati dichiarati inammissibili per violazione del principio di autosufficienza, avendo i ricorrenti omesso di trascrivere il testo dei contratti nell'atto introduttivo. La Suprema Corte ha comunque compensato le spese di lite.
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Contratto di appalto e vizi: serve la verifica congiunta
Una stazione appaltante pubblica ha contestato la qualità dei servizi eseguiti nell'ambito di un contratto di appalto per la gestione di una discarica. L'appaltatrice ha richiesto il pagamento dei corrispettivi e delle premialità previste. La committente ha applicato sanzioni per il mancato raggiungimento degli indici di compattazione stabiliti nel capitolato, basandosi su misurazioni svolte dai propri tecnici. La Corte d'Appello ha stabilito che la verifica dei difetti doveva avvenire tramite un confronto tecnico in contraddittorio immediato tra le parti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della committente. I giudici hanno confermato la validità delle clausole contrattuali che impongono verifiche congiunte e contestuali. La committente perde la causa ed è tenuta al versamento del doppio del contributo unificato.
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Intestazione fiduciaria di azioni: la prova della titolarità
Gli Eredi di una socia azionista hanno agito in giudizio per ottenere la restituzione di quote societarie. Tali quote erano oggetto di intestazione fiduciaria di azioni presso una società specializzata. La Corte di Appello ha riconosciuto agli Eredi la proprietà del venti per cento delle quote. Lo stesso giudice ha invece respinto la richiesta di restituzione di un ulteriore quaranta per cento. Gli Eredi, la società fiduciaria e un altro socio hanno proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato sia il ricorso principale degli Eredi sia il ricorso incidentale della fiduciaria, dichiarando inammissibile quello del socio. Il collegio ha confermato la decisione di merito. Chi agisce per rivendicare beni fiduciari deve provare l'effettiva titolarità della quota al momento dell'apertura della successione. La Corte ha interamente compensato le spese di lite.
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Accordo di ristrutturazione dei debiti e solidità del garante
Una società in crisi ha richiesto l'omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti basato sull'accollo del debito da parte di una società terza. L'accordo conteneva una clausola di adeguata verifica del soggetto pagatore. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno respinto la richiesta e dichiarato il fallimento, interpretando la clausola come una verifica obbligatoria della reale capacità finanziaria del garante, risultata insufficiente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, precisando che l'accordo di ristrutturazione dei debiti esige prove concrete di fattibilità economica. La semplice verifica formale antiriciclaggio non basta quando la solvibilità del terzo è determinante per il risanamento dell'impresa.
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Interpretazione del contratto: no ai cavilli sul terreno reso
Una società immobiliare cede un terreno a un'impresa con l'accordo che quest'ultima costruisca e trasferisca alcuni locali al grezzo. Il contratto stabilisce che, in caso di inadempimento, il terreno debba essere restituito. Dopo oltre sette anni, l'impresa non presenta alcun progetto edilizio. La società proprietaria agisce in giudizio per riottenere l'immobile. La Corte d'Appello nega la restituzione sostenendo la mancanza di una data limite formale per i permessi. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società cedente. La Suprema Corte stabilisce che l'interpretazione del contratto non deve fermarsi al solo dato letterale, ma deve valutare lo scopo pratico dell'accordo e la reale intenzione delle parti secondo buona fede. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Caparra o acconto: la tutela del cliente per nozze annullate
Un cliente versa 3.000 euro come anticipo per l'organizzazione di un ricevimento nuziale. A causa dell'annullamento delle nozze per la fine della relazione sentimentale, il cliente richiede la restituzione della somma. L'azienda si oppone, qualificando l'importo come caparra e trattenendolo. La Corte di Cassazione stabilisce che, di fronte al dubbio tra caparra o acconto, le clausole ambigue predisposte dal professionista devono essere interpretate nel modo più favorevole al consumatore, come stabilito dal Codice del Consumo. I giudici hanno chiarito che il trattenimento della somma contrasta con i principi di buona fede e correttezza, specialmente quando la causale del pagamento indicava espressamente un acconto. La sentenza di secondo grado è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Eccezione di compensazione: perché le e-mail non bastano
Una società committente contestava il pagamento di oltre 110.000 euro richiesto dalla curatela di un vettore fallito per servizi di trasporto. La committente opponeva un'eccezione di compensazione, sostenendo di vantare controcrediti derivanti da accordi commerciali e provati da e-mail ed estratti conto. Tuttavia, la curatela disconosceva le e-mail e gli estratti conto dimostravano solo i pagamenti senza chiarirne la ragione giustificativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società committente. La Suprema Corte ha chiarito che spetta ai giudici di merito valutare l'efficacia delle prove e l'interpretazione dei contratti. Senza un titolo contrattuale idoneo a dimostrare il reciproco credito, l'eccezione di compensazione non può trovare accoglimento. La società è stata così condannata al pagamento integrale del debito e delle spese legali.
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Regolamento condominiale contrattuale: vale sui beni comuni
Una società condomina impugna la vendita di un locale interrato eseguita da un altro condomino in favore di un terzo, sostenendo che l'immobile appartenesse al condominio. La Corte d'Appello respinge la domanda affermando che la proprietà non può essere modificata dalle regole condominiali. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società. I giudici chiariscono che un regolamento condominiale contrattuale, approvato all'unanimità con atto pubblico notarile e trascritto nei registri immobiliari, possiede valore di contratto. Di conseguenza, esso può legittimamente modificare l'assetto proprietario dei beni ed eventualmente destinare spazi privati a uso comune. La sentenza impugnata viene quindi annullata e la causa viene rinviata alla Corte d'Appello per riesaminare l'atto contrattuale.
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Fideiussione omnibus: massimale valido contro la pretesa riduzione
Un istituto di credito ha richiesto giudizialmente oltre due milioni di euro al garante e alla società debitrice principale. Il garante ha contestato la quantificazione del debito, sostenendo una successiva riduzione del massimale della propria fideiussione omnibus. I giudici hanno chiarito che i successivi accordi non hanno diminuito la garanzia originaria, ma hanno concesso un'autorizzazione bancaria per nuove linee di credito ex art. 1956 c.c. Ricalcolando gli importi ed escludendo le voci viziate, l'esposizione debitoria residua superava comunque il massimale garantito di 1.950.000 euro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del garante, confermando integralmente la sua condanna al pagamento.
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Recesso del socio s.r.l. e affitto d’azienda: quando non spetta
Un socio di una società a responsabilità limitata ha comunicato la propria volontà di recedere dalla società. Il socio sosteneva che la stipula di un contratto di affitto di un ramo d'azienda avesse modificato in modo sostanziale l'oggetto sociale, privandolo delle attività caratteristiche. La società si è opposta, evidenziando che lo statuto consentiva la locazione e che l'azienda continuava il proprio lavoro principale. I giudici di merito hanno respinto le pretese del socio, confermando la legittimità dell'operazione aziendale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'interpretazione dello statuto spetta ai giudici di merito e che l'affitto del ramo aziendale non comporta automaticamente il recesso del socio s.r.l. Il socio è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Subappalto non autorizzato: l’assoluzione penale non salva
Un Ente Pubblico ha risolto un contratto di recapito documenti con l'Impresa Aggiudicataria a causa di un subappalto non autorizzato, scoperto in seguito allo smarrimento di plichi affidati a una ditta terza. L'Impresa Aggiudicataria ha impugnato il recesso chiedendo il pagamento delle fatture e il risarcimento dei danni, sostenendo di aver affidato solo il deposito dei beni e richiamando l'assoluzione penale del proprio legale rappresentante. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della risoluzione contrattuale. I giudici hanno stabilito che anche la semplice delega delle attività accessorie di custodia integra un subappalto non autorizzato. Inoltre, l'assoluzione penale per mancanza di prove non vincola il giudice civile, specialmente se l'Ente Pubblico non ha partecipato al processo penale.
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Scioglimento dai contratti pendenti: basta la disdetta semplice
Un fornitore di energia ha preteso il pagamento prioritario in prededuzione di oltre 240.000 euro per utenze erogate dopo la dichiarazione di fallimento di un'azienda. Il Tribunale aveva dato ragione al fornitore, sostenendo l'impossibilità di staccare le utenze pubbliche e la mancata citazione dell'articolo di legge nella disdetta del curatore. La Corte di Cassazione ha ribaltato il giudizio. I giudici hanno chiarito che lo scioglimento dai contratti pendenti non richiede formule solenni o citazioni normative, bastando la chiara volontà di interrompere il rapporto. Inoltre, le regole sulla non disalimentabilità dei servizi pubblici non obbligano la procedura a pagare in prededuzione i debiti contrattuali non autorizzati.
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Indennità di disponibilità e assegno personam: la decisione
Alcuni dipendenti pubblici di un Comune dichiarato in dissesto sono stati collocati in disponibilità. L'ente locale e il Ministero dell'Interno hanno ridotto l'assegno erogato, escludendo dal calcolo l'assegno ad personam non riassorbibile precedentemente riconosciuto ai lavoratori. I dipendenti hanno contestato il taglio e hanno chiesto il ricalcolo completo dell'importo. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'assegno ad personam costituisce una componente dell'indennità integrativa speciale. Di conseguenza, l'assegno ad personam deve essere incluso nella misura dell'ottanta per cento nel calcolo dell'indennità di disponibilità. La Suprema Corte ha quindi respinto i ricorsi delle amministrazioni pubbliche, confermando il diritto dei lavoratori a percepire l'importo intero e condannando gli enti al pagamento delle spese legali.
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Tassazione per enunciazione: conto salato sul mandato dell’avvocato
Un Professionista ha impugnato un avviso di liquidazione emesso dall'Agenzia delle Entrate per l'imposta di registro su un decreto ingiuntivo. Il provvedimento del giudice citava l'incarico professionale svolto dall'Avvocato per recuperare i propri compensi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Contribuente, confermando la legittimità della Tassazione per enunciazione. La Corte ha ribadito che il contratto di patrocinio, richiamato nel provvedimento giudiziario nei suoi elementi essenziali, si distingue dalla semplice procura alle liti ed è soggetto autonomamente ad imposta di registro. Di conseguenza, il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al raddoppio del contributo unificato.
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Trasferimento d’azienda studio professionale: TFR garantito
Una lavoratrice dipendente ha prestato servizio prima per un singolo professionista e successivamente per lo studio associato in cui il professionista era entrato. La dipendente ha richiesto al nuovo studio associato il pagamento del TFR e delle ferie non godute, relativi anche al periodo precedente al cambio di gestione. La Corte di Cassazione ha confermato che l'operazione costituisce un vero e proprio trasferimento d'azienda studio professionale ai sensi dell'articolo 2112 del Codice Civile. Quando l'attività professionale si avvale di una struttura organizzata di mezzi e personale che supera l'apporto del singolo, lo studio associato subentrante risponde di tutti i crediti arretrati maturati dal dipendente. Il ricorso dello studio associato è stato integralmente respinto.
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Interpretazione della transazione: vittoria per il debitore
Un debitore ha versato seimila euro a un avvocato a titolo di saldo e stralcio per estinguere un debito derivante da una sentenza civile e chiudere una parallela vicenda penale. In seguito, la sentenza civile e stata annullata. Il debitore ha richiesto la restituzione dell intera cifra. I giudici di merito hanno suddiviso arbitrariamente la somma, ritenendo che una parte coprisse le spese penali non restituibili. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del debitore. La Suprema Corte ha chiarito che l interpretazione della transazione deve basarsi prima di tutto sul testo letterale dell accordo. Poiche le parti avevano riferito il pagamento esclusivamente al debito civile, il giudice non poteva inventare una suddivisione delle somme. Il caso torna in Corte d Appello per un nuovo esame.
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Accordo transattivo e oneri fiscali: no al rimborso IRPEF
Un lavoratore e la propria azienda stipulano una conciliazione per chiudere ogni contenzioso. L'intesa prevede il versamento di una somma netta di 123.000 euro. La società inserisce una clausola in cui dichiara di farsi carico di ogni onere fiscale legato alla specifica tassazione dell'importo e versa la ritenuta d'acconto. In sede di dichiarazione dei redditi, il lavoratore versa un saldo IRPEF aggiuntivo di oltre 32.000 euro e ne pretende il rimborso dalla società tramite ingiunzione. La Corte di Cassazione respinge la richiesta del dipendente. I giudici stabiliscono che la clausola su accordo transattivo e oneri fiscali copre unicamente il prelievo fiscale diretto della transazione. L'azienda non risponde del conguaglio derivante dal reddito complessivo del contribuente. Vince la società datrice.
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