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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2025

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1577 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Cessione d’azienda bancaria: chi paga i debiti?
Con l'ordinanza n. 22732/2025, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione d'azienda bancaria. La Corte ha chiarito che la banca acquirente non è responsabile per i debiti derivanti da rapporti contrattuali (come un conto corrente) che erano già stati chiusi prima della data della cessione, anche se all'epoca era in corso una causa legale. La mera pendenza di una lite non è sufficiente a trasferire la passività. Di conseguenza, la legittimazione passiva per tali debiti rimane in capo alla banca originaria in liquidazione. La sentenza impugnata, che aveva condannato la banca acquirente, è stata annullata con rinvio.
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Cessione d’azienda bancaria: rapporti estinti
Una cliente aveva citato in giudizio un istituto di credito per presunte irregolarità su un conto corrente, già chiuso al momento dell'azione legale. Successivamente, l'istituto è stato posto in liquidazione e una parte dell'azienda è stata acquisita da un'altra banca. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in una cessione d'azienda bancaria, l'acquirente non subentra automaticamente nelle controversie legali relative a rapporti contrattuali già terminati alla data della cessione. La mera pendenza di una lite non è sufficiente a trasferire la responsabilità, che dipende invece dal perimetro definito nel contratto di cessione.
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Operazioni Baciate: la nullità si estende al cessionario
Un cliente ha ottenuto un finanziamento da una banca per acquistare azioni della stessa, pratica nota come "operazioni baciate". A seguito della crisi dell'istituto, i suoi crediti sono stati ceduti a una banca successore. La Corte di Cassazione ha stabilito che la nullità del finanziamento, derivante dal divieto di assistenza finanziaria, si estende e può essere opposta alla banca cessionaria. Quest'ultima non può esigere il pagamento di un credito nullo, poiché la nullità inficia l'esistenza stessa del diritto acquisito. L'azione contro la banca originaria, posta in liquidazione, è invece inammissibile in sede ordinaria, dovendo essere proposta nella procedura concorsuale.
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Cessione contenzioso bancario: a chi spetta la lite?
La Corte di Cassazione ha stabilito che nella cessione di asset bancari a seguito di una crisi, la cessione del contenzioso bancario non include le liti relative a rapporti contrattuali già estinti al momento del trasferimento. Di conseguenza, la banca acquirente non è la parte legittimata a proseguire in tali giudizi, i quali restano in capo alla procedura di liquidazione della banca originaria. La decisione chiarisce l'ambito di applicazione del D.L. 99/2017 e del relativo contratto di cessione, accogliendo il ricorso della banca cessionaria.
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Cessione di azienda bancaria e debiti da liti pendenti
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il tema della cessione di azienda bancaria. Il caso riguarda una risparmiatrice che aveva intentato causa contro una banca per un investimento in titoli di Stato esteri. Durante il processo, la banca è stata posta in liquidazione e la sua azienda ceduta a un altro istituto di credito. La Corte Suprema ha stabilito che la banca acquirente non è responsabile per i debiti derivanti da contenziosi su rapporti contrattuali già conclusi al momento della cessione. La responsabilità, quindi, non si trasferisce e rimane in capo all'istituto originario in liquidazione.
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Cessione bancaria e debiti da rapporti estinti
Una società ha citato in giudizio una banca per la restituzione di somme indebitamente trattenute. A seguito della liquidazione della banca e della cessione di parte delle sue attività a un altro istituto di credito, è sorto un contenzioso sulla titolarità passiva del debito. La Corte di Cassazione, con questa ordinanza, ha stabilito un principio fondamentale in materia di cessione bancaria: le passività derivanti da rapporti contrattuali già estinti al momento della cessione non vengono trasferite alla banca acquirente, anche se oggetto di cause pendenti. Di conseguenza, la banca acquirente non è la parte corretta da citare in giudizio per tali debiti.
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Cessione banche venete: chi paga i debiti pregressi?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22707/2025, ha stabilito un principio fondamentale riguardo la cessione banche venete. In un caso riguardante un contenzioso tra un'azienda e un istituto di credito poi posto in liquidazione e ceduto a una grande banca, la Corte ha chiarito che l'acquirente non è responsabile per le passività derivanti da rapporti bancari già estinti al momento della cessione. La responsabilità per tali debiti, anche se oggetto di cause pendenti, rimane in capo alla procedura di liquidazione della banca originaria, in quanto non funzionali all'attività della banca cessionaria.
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Cessione azienda bancaria: i debiti esclusi
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22563/2025, affronta il tema della cessione azienda bancaria in un contesto di liquidazione. Viene chiarito che i contenziosi relativi a rapporti bancari già estinti al momento della cessione non vengono trasferiti all'istituto acquirente. La Corte sottolinea che il criterio determinante non è la pendenza della lite, ma la funzionalità del rapporto all'esercizio futuro dell'impresa bancaria del cessionario, come definito nel contratto di cessione. Di conseguenza, la banca acquirente è stata dichiarata priva di legittimazione passiva.
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Indennità di occupazione e limiti del giudicato
La Corte di Cassazione ha stabilito che la condanna al risarcimento del danno per occupazione illegittima non costituisce giudicato sulla responsabilità per l'indennità di occupazione legittima. Le due domande, basate su presupposti (causa petendi) e richieste (petitum) diverse, sono autonome. La Corte ha quindi annullato la decisione di merito che aveva erroneamente esteso gli effetti del giudicato da una controversia all'altra, riaffermando la necessità di valutare separatamente ogni specifica domanda.
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Ammissione al passivo: interpretazione della domanda
Una società in amministrazione straordinaria si oppone allo stato passivo del fallimento di un'altra società, da cui aveva acquistato un ramo d'azienda, rivendicando la titolarità di alcuni conti correnti. Il tribunale interpreta la domanda di restituzione come una richiesta di ammissione al passivo per il credito corrispondente al saldo di un conto, accogliendola solo in parte. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso della società, poiché non ha contestato correttamente, secondo le rigide regole processuali, l'interpretazione della domanda fornita dal giudice di merito, violando il principio di autosufficienza del ricorso.
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Prova cessione crediti: la Cassazione chiarisce
Una società cessionaria di crediti ha agito contro un fallimento per l'ammissione al passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sola pubblicazione dell'avviso di cessione in Gazzetta Ufficiale non costituisce prova della cessione dei crediti. Se il debitore contesta l'esistenza del contratto, il cessionario deve fornire la prova documentale dell'atto di cessione stesso per dimostrare la propria titolarità.
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Versamenti soci fallimento: quando non sono rimborsabili?
La Corte di Cassazione ha stabilito che i versamenti di un socio a una società in grave difficoltà finanziaria, anche se etichettati come "in conto futuro aumento di capitale", devono essere considerati contributi a fondo perduto se la loro reale finalità è coprire le perdite. Di conseguenza, in caso di fallimento, il socio non ha diritto alla restituzione di tali somme. La sentenza ha analizzato la differenza sostanziale tra un finanziamento e un apporto al patrimonio, basandosi sull'effettiva volontà delle parti e sul contesto economico dell'operazione, piuttosto che sulla mera denominazione contabile. La Corte ha inoltre respinto una seconda pretesa del socio per un vizio procedurale, chiarendo che chi si surroga in un credito già ammesso al passivo non deve presentare una nuova domanda, ma solo comunicare il subentro al curatore.
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Cessione crediti: Gazzetta Ufficiale non basta
Una società cessionaria di crediti in blocco ha richiesto l'ammissione al passivo di un fallimento, ma la sua domanda è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la sola pubblicazione dell'avviso di cessione sulla Gazzetta Ufficiale non è una prova sufficiente per dimostrare la titolarità di uno specifico credito quando questa viene contestata dalla curatela. È necessario fornire la prova documentale, come il contratto di cessione, che attesti l'inclusione del singolo credito nell'operazione. La Corte ha inoltre parzialmente accolto un ricorso incidentale del fallimento riguardante la liquidazione delle spese legali.
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Falsus procurator: contratto nullo o inefficace?
Una società creditrice si è vista annullare un accordo transattivo con un'azienda sanitaria pubblica perché firmato da un dirigente senza poteri di rappresentanza (falsus procurator). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, chiarendo che, in assenza di ratifica, la distinzione tra nullità e inefficacia del contratto è irrilevante ai fini della decisione, poiché l'accordo resta privo di effetti giuridici.
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Mutuo condizionato: sì al titolo esecutivo, dice la Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che un contratto di mutuo condizionato, in cui la somma erogata viene contestualmente vincolata in un deposito a garanzia, costituisce un valido titolo esecutivo. L'ordinanza rigetta il ricorso di alcuni garanti che contestavano l'esecutività del titolo, confermando che la messa a disposizione giuridica della somma è sufficiente per avviare l'esecuzione forzata.
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Accordo contrattuale sanità: requisiti di validità
Una struttura sanitaria privata ha richiesto il pagamento di prestazioni all'Azienda Sanitaria Locale. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, stabilendo che un valido accordo contrattuale sanità non può consistere nella mera adesione a un protocollo d'intesa generale. È necessario un contratto specifico che definisca nel dettaglio prestazioni, tariffe e limiti di spesa, come previsto dalla normativa.
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Contratto collettivo privato: sì nel pubblico impiego
Due operai di un'agenzia regionale hanno richiesto un'indennità prevista dal contratto collettivo privato del settore idraulico-forestale. L'ente sosteneva l'applicabilità del solo contratto pubblico. La Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che per questa specifica categoria di lavoratori, la legge regionale prevede l'applicazione del contratto collettivo privato per il trattamento economico, legittimando la richiesta dell'indennità.
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Oggetto del contratto: nullo se non è determinabile
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità di un accordo operativo per indeterminatezza dell'oggetto del contratto. Una società A aveva citato in giudizio una società B per il mancato pagamento di un ingente acconto previsto alla firma. Tuttavia, sia il Tribunale che la Corte d'Appello avevano dichiarato nullo il contratto poiché la prestazione a carico della società A non era sufficientemente specificata né ricavabile dai documenti. La Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo che, affinché un contratto sia valido, la prestazione deve essere determinata o almeno determinabile, cosa che nel caso di specie non era avvenuta, rendendo l'accordo privo di un elemento essenziale.
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Discussione orale: nullità della sentenza senza udienza
Una società tecnologica si vede revocare un finanziamento per aver speso meno del previsto pur completando il progetto. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d'appello sfavorevole alla società, non per il merito della questione, ma per un vizio procedurale decisivo: la mancata concessione della discussione orale richiesta dalla difesa. La Corte ha stabilito che negare questa possibilità costituisce una violazione del diritto di difesa che rende la sentenza nulla, ordinando un nuovo processo.
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Interpretazione accordo: la Cassazione decide
Un'analisi della Cassazione sull'interpretazione di un accordo transattivo. La Corte dichiara inammissibile il ricorso di una compagnia assicurativa, confermando che una clausola sulla disdetta del portafoglio clienti era un obbligo giuridico e non una mera dichiarazione d'intenti. La valutazione dei giudici di merito non è sindacabile se logica e rispettosa dei canoni legali.
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