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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2023

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1252 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Revoca agevolazione tariffaria: l’azienda vince, i pensionati no
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha perso il diritto a uno sconto sulla bolletta elettrica. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca agevolazione tariffaria pensionati. Il beneficio, previsto da vecchi contratti collettivi, non è stato considerato un 'diritto quesito' (cioè un diritto permanente e intoccabile). L'azienda, tramite un nuovo accordo sindacale, ha potuto validamente cancellare l'agevolazione. La Corte ha stabilito che i contratti collettivi possono essere modificati nel tempo e che lo sconto non era parte della retribuzione. Di conseguenza, la pretesa dei pensionati di mantenere lo sconto è stata respinta.
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Ex dipendenti senza sconto luce: l’agevolazione tariffaria non è per sempre
Un gruppo di pensionati ha fatto causa a una grande azienda energetica per la cancellazione di uno storico sconto sulla bolletta elettrica. I pensionati sostenevano che l'agevolazione tariffaria dipendenti fosse un diritto acquisito per sempre. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'azienda, stabilendo che il beneficio derivava da un contratto collettivo a tempo indeterminato. L'azienda aveva quindi il diritto di recedere da tale accordo, eliminando lo sconto. Non si trattava di un 'diritto quesito' entrato nel patrimonio dei singoli, ma di una semplice aspettativa legata alla vigenza del contratto collettivo.
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Legittimazione passiva PA: lo Stato non paga per l’emergenza
Un'agenzia ambientale regionale ha chiesto il rimborso di costi sostenuti durante l'emergenza rifiuti, facendo causa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della legittimazione passiva della Pubblica Amministrazione, stabilendo un principio fondamentale. Dopo la fine di una gestione commissariale, la responsabilità per i debiti non ricade sul Governo centrale, ma viene trasferita agli enti locali ordinariamente competenti. Pur non essendo una sentenza definitiva, l'ordinanza ha accolto la tesi del Governo, indicando che l'agenzia ha citato in giudizio l'ente sbagliato.
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Indennità una tantum: paga il nuovo datore di lavoro o il vecchio?
Un lavoratore, passato a una nuova azienda in un cambio di appalto, ha richiesto il pagamento dell'intera indennità una tantum per un periodo di 44 mesi di vacanza contrattuale. Tuttavia, aveva lavorato per la nuova azienda solo per una parte di quel tempo. L'azienda si è rifiutata di pagare per il periodo in cui il lavoratore era dipendente di precedenti appaltatori. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'azienda, stabilendo che l'indennità una tantum è legata alla prestazione lavorativa. Pertanto, il nuovo datore di lavoro è tenuto a pagare solo la quota corrispondente ai mesi di servizio effettivamente prestati alle sue dipendenze. La richiesta del lavoratore è stata respinta.
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Indennità una tantum: l’ultimo datore di lavoro non paga per tutti
Un lavoratore ha chiesto al suo attuale datore di lavoro il pagamento dell'intera indennità una tantum per un periodo di 44 mesi di vacanza contrattuale, anche per i periodi in cui lavorava per altre aziende appaltatrici. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'azienda. Ha stabilito che l'indennità una tantum è legata alla prestazione lavorativa e deve essere pagata da ciascun datore di lavoro solo in proporzione ai mesi di servizio prestati alle sue dipendenze. L'ultimo datore di lavoro non è obbligato a coprire i periodi precedenti, in assenza di un vincolo di solidarietà o di un accordo specifico. La richiesta del lavoratore è stata quindi respinta.
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Transazione Novativa: Bonus perso per una clausola di rinuncia
Un dirigente firma una transazione novativa con la sua azienda, rinunciando a ogni pretesa tranne a ferie non godute e TFR. Successivamente, nasce una disputa sul premio di risultato maturato prima dell'accordo. La Cassazione stabilisce che il premio è incluso nella rinuncia generale. Poiché il bonus non era stato esplicitamente escluso, a differenza di altre voci, il diritto del dirigente si considera estinto. La sentenza chiarisce che una transazione novativa, per sua natura, cancella tutti i diritti precedenti non espressamente salvati nell'accordo, rendendo la rinuncia 'tombale' e definitiva.
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Pagamento una tantum: datore nuovo non paga per il vecchio
Un lavoratore, assunto in seguito a un cambio di appalto per la pulizia di convogli ferroviari, ha chiesto al nuovo datore di lavoro il pagamento una tantum per l'intero periodo di vacanza contrattuale. Tuttavia, il lavoratore aveva prestato servizio per la nuova azienda solo per una parte di quel periodo. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: il nuovo datore è obbligato a corrispondere l'indennità solo in proporzione ai mesi di servizio effettivamente prestati alle sue dipendenze. Il pagamento una tantum è legato alla prestazione lavorativa e non può essere addossato interamente all'ultimo datore di lavoro, che quindi vince la causa.
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Indennità una tantum: l’azienda paga solo per il suo periodo
Un lavoratore chiedeva al suo attuale datore di lavoro il pagamento dell'intera indennità una tantum per vacanza contrattuale, anche per i periodi in cui aveva lavorato per altre aziende appaltatrici. I giudici di merito gli avevano dato ragione. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: l'indennità va ripartita tra i diversi datori di lavoro. Ciascuna azienda è tenuta a pagare solo la quota corrispondente al periodo di servizio prestato dal dipendente alle proprie dipendenze. Di conseguenza, la pretesa del lavoratore di ricevere l'intero importo dall'ultimo datore di lavoro è stata respinta.
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Clausola Ex Works: la Cassazione decide il giudice competente
Un fornitore italiano di acqua minerale non veniva pagato da un acquirente francese e si rivolgeva al tribunale italiano. L'acquirente contestava la competenza del giudice italiano, sostenendo che la causa dovesse svolgersi in Francia. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: la semplice presenza della **clausola Ex Works** (Franco Fabbrica) nei documenti commerciali è sufficiente per identificare il luogo di consegna della merce in Italia. Di conseguenza, la giurisdizione spetta al giudice italiano. La Corte ha chiarito che questa clausola, se concordata, non serve solo a definire i rischi, ma anche a radicare la competenza del tribunale del luogo di consegna, senza bisogno di ulteriori prove sulla volontà delle parti.
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Agevolazione tariffaria: sconto perso, l’Azienda vince sui Pensionati
Un gruppo di ex dipendenti in pensione ha citato in giudizio la propria ex Azienda energetica per mantenere l'agevolazione tariffaria energia elettrica. L'Azienda aveva revocato il beneficio dopo aver dato disdetta agli accordi collettivi che lo prevedevano. I pensionati sostenevano si trattasse di un diritto acquisito. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'Azienda, stabilendo che il beneficio non era un diritto individuale intangibile, ma derivava da un contratto collettivo. Una volta che l'accordo collettivo viene legittimamente terminato, anche i benefici da esso previsti possono cessare. Non si tratta di un diritto quesito, ma di una mera aspettativa legata alla vigenza del contratto collettivo.
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Cessione quote: garanzia sopravvenienze passive salva l’acquirente
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di cessione di quote societarie in cui l'acquirente aveva ridotto il prezzo di acquisto per coprire un debito fiscale della società venduta, emerso dopo la firma. I venditori si erano opposti, chiedendo il pagamento completo. La Corte ha dato ragione all'acquirente, stabilendo che la clausola contrattuale di 'garanzia sopravvenienze passive' era chiara e vincolante. Tale clausola obbligava i venditori a farsi carico di tutti i debiti pregressi, anche se scoperti in un secondo momento. Di conseguenza, la decurtazione del prezzo era legittima e il ricorso dei venditori è stato respinto.
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Revocatoria Pagamenti Termini d’Uso: Prassi Salva il Fornitore
Un'azienda in amministrazione straordinaria ha tentato di recuperare oltre 3 milioni di euro pagati a un suo fornitore, sostenendo che i pagamenti erano avvenuti in ritardo rispetto agli accordi. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale sulla revocatoria pagamenti termini d'uso. Sebbene i pagamenti avessero un ritardo medio di pochi giorni, questa modalità era diventata una prassi costante e accettata tra le parti. Tale consuetudine ha creato nuovi 'termini d'uso' che rendono i pagamenti legittimi e non revocabili. La prassi commerciale consolidata prevale quindi sul termine originariamente pattuito, salvando il fornitore dalla restituzione delle somme.
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Indennità Agente Negata: Bonus Perso e Anticipi da Restituire
Un promotore finanziario ha citato in giudizio una banca per ottenere diverse somme a seguito della cessazione del rapporto, inclusa la specifica indennità fine rapporto agente. La banca ha risposto con una domanda riconvenzionale per riavere degli anticipi sulle provvigioni. La Cassazione ha dato torto al promotore, stabilendo che spetta all'agente l'onere di provare in modo specifico l'aumento della clientela e i vantaggi duraturi per l'azienda. Inoltre, i bonus legati alla permanenza in servizio a una data specifica non sono dovuti se il rapporto cessa prima. La Corte ha quindi negato le indennità e confermato la richiesta della banca di restituire gli anticipi.
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Deduzione IRAP Cuneo Fiscale: Azienda vince, Fisco battuto
Un'azienda di trasporti ha richiesto il rimborso dell'IRAP, sostenendo di avere diritto alla deduzione del cuneo fiscale sul costo del personale. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, affermando che l'azienda rientrava tra i soggetti esclusi dal beneficio, in quanto operante in regime di concessione e a tariffa. La Corte di Cassazione ha dato torto all'Agenzia delle Entrate. Ha stabilito che l'esclusione dalla deduzione IRAP cuneo fiscale si applica solo se sono presenti contemporaneamente due condizioni: l'operatività in regime di 'concessione' e la percezione di una 'tariffa remunerativa', capace cioè di generare un profitto. Poiché l'Agenzia non ha provato la compresenza di entrambi i requisiti, il suo ricorso è stato respinto e il diritto al rimborso dell'azienda confermato.
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Premio aziendale ad personam: non è per sempre se scade l’accordo
Un lavoratore chiedeva di continuare a ricevere un premio aziendale ad personam anche dopo che l'azienda aveva disdetto l'accordo collettivo che lo prevedeva. Sosteneva che il premio fosse ormai parte del suo contratto individuale. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che le clausole di un contratto collettivo non si 'incorporano' automaticamente in quello individuale. Esse regolano il rapporto dall'esterno e la loro efficacia cessa con la scadenza o la disdetta dell'accordo collettivo. Di conseguenza, il lavoratore ha perso il diritto al premio.
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TFR Aggiuntivo Nullo: Dipendente Condannato a Restituire i Soldi
Un ente pubblico erogava a un ex dipendente un'indennità aggiuntiva di anzianità prevista da un regolamento interno. Successivamente, l'ente ha agito in giudizio sostenendo che si trattasse di un TFR aggiuntivo, contrario alla legge e quindi nullo. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'ente, stabilendo che qualsiasi trattamento di fine rapporto che si aggiunge a quello legale è illegittimo. Il lavoratore è stato quindi condannato a restituire la somma percepita, poiché il pagamento non rientrava in un accordo transattivo più ampio e violava una norma imperativa.
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Inquadramento Superiore Negato: Perde la Causa Contro il Comune
Una dipendente di un Ente Pubblico, assunta in categoria B, ha fatto causa per ottenere l'inquadramento superiore alla categoria C, sostenendo di svolgere mansioni più complesse. I giudici di primo e secondo grado hanno respinto la sua richiesta. La lavoratrice ha quindi presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo un principio importante: la Cassazione non può interpretare direttamente i contratti collettivi regionali. Di conseguenza, la richiesta di inquadramento superiore è stata definitivamente respinta e la lavoratrice è stata condannata a pagare le spese legali.
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Svolgimento di mansioni superiori: no paga extra senza prova
Una dipendente del Ministero della Giustizia, assunta come operatore giudiziario, ha richiesto il pagamento di differenze di stipendio per lo svolgimento di mansioni superiori, tipiche della qualifica di cancelliere. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. Il principio chiave è che, per ottenere il diritto alla retribuzione superiore, non basta svolgere occasionalmente compiti più qualificati. Il lavoratore deve dimostrare che lo svolgimento di mansioni superiori è stato 'prevalente' sotto il profilo qualitativo, quantitativo e temporale. In questo caso, la lavoratrice non è riuscita a fornire tale prova, perdendo così la causa e il diritto all'aumento.
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Inquadramento Superiore: Regolamento Aziendale non batte CCNL
Un lavoratore si era visto riconoscere il diritto a un inquadramento superiore e alle relative differenze di stipendio. L'Istituto datore di lavoro ha però contestato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. I giudici supremi hanno dato ragione all'Istituto, stabilendo due principi chiave. Primo, il regolamento del personale e il contratto collettivo nazionale (CCNL) non si escludono a vicenda, ma si integrano. Secondo, per decidere sull'inquadramento superiore, il giudice deve seguire un preciso 'procedimento trifasico', cosa che non era avvenuta. La sentenza favorevole al lavoratore è stata quindi annullata e il caso dovrà essere riesaminato.
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Polizza vita eredi legittimi: quote uguali o per legge? Vince la sorella
Una beneficiaria di una polizza vita, indicata genericamente insieme agli altri 'eredi legittimi', si oppone alla divisione dell'indennizzo in parti uguali. L'assicurazione aveva infatti liquidato una quota identica a lei (sorella della defunta) e ai discendenti del fratello premorto. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso. Ha stabilito che, in caso di premorienza di un beneficiario, la sua quota non va divisa tra i superstiti, ma si trasmette ai suoi eredi 'iure hereditatis' (per diritto ereditario). Di conseguenza, alla sorella spetta il 50% dell'indennizzo della polizza vita eredi legittimi, mentre l'altro 50% va diviso tra i discendenti del fratello.
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