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Art. 1362 Codice Civile — Anno 2022

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670 provvedimenti

Altri anni per Art. 1362 Codice Civile

Esclusione del socio: addio alla quota se lo statuto lo prevede
Due società venivano escluse da una società consortile e ne chiedevano la liquidazione delle quote di capitale. La società consortile si opponeva richiamando lo statuto che, rinviando all'articolo 2609 del codice civile, prevedeva l'accrescimento delle quote in favore degli altri soci senza liquidazione. I giudici di merito rigettavano la domanda di rimborso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci esclusi. La Suprema Corte ha chiarito che l'interpretazione dello statuto spetta al giudice di merito e che l'esclusione del socio, in presenza di clausole di accrescimento, comporta la perdita della quota a favore degli altri consorziati per compensare la perdita di potere contrattuale della struttura.
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Clausola compromissoria: quando lo statuto batte il tribunale
Due membri di un ente di gestione collettiva impugnano la delibera assembleare che li ha revocati dalla carica di amministratori. Lo statuto dell'ente prevedeva una clausola compromissoria che imponeva di risolvere le liti tramite arbitrato entro venti giorni. I ricorrenti si rivolgono invece al giudice ordinario dopo diversi anni, sostenendo che una successiva modifica statutaria avesse eliminato tale vincolo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la clausola compromissoria era pienamente operante al momento dei fatti e che il termine di decadenza di venti giorni era ormai ampiamente scaduto. La successiva modifica dello statuto non ha l'effetto di riaprire i termini per impugnare una decisione passata.
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Diritto di prelazione: quando il rischio ricade sull’acquirente
Una società riceve in conferimento un ramo d'azienda comprendente azioni societarie, ma la società partecipata rifiuta l'iscrizione nel libro soci per violazione del diritto di prelazione degli altri soci. L'acquirente chiede il risarcimento dei danni alla cedente per mancata comunicazione del trasferimento. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'acquirente. I giudici confermano che il contratto escludeva la responsabilità della cedente, avendo le parti espressamente concordato che il rischio legato al diritto di prelazione di terzi sarebbe rimasto a carico dell'acquirente. Inoltre, l'acquirente non ha provato il danno subito né la propria capacità finanziaria per partecipare a eventuali aumenti di capitale. Vince la società cedente, con condanna dell'acquirente alle spese.
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Mansioni superiori: supporto tecnico ma senza firma, ricorso ko
Il Lavoratore ha chiesto il riconoscimento del diritto all'inquadramento in categorie dirigenziali superiori (Quadri A o B), sostenendo di aver svolto mansioni superiori. La Corte d'Appello ha riconosciuto solo un inquadramento intermedio, escludendo i livelli apicali per la mancanza di autonomia decisionale del dipendente, le cui funzioni erano solo consultive e propositive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che l'assenza di potere decisionale e di firma esclude l'accesso alle qualifiche dei Quadri. Il Lavoratore perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Qualificazione del contratto e fotovoltaico: il Fisco perde
L'Agenzia delle Entrate ha riqualificato un contratto di affitto di un terreno, destinato alla costruzione di un parco fotovoltaico, in un contratto di costituzione di diritto di superficie, richiedendo maggiori imposte di registro, ipotecarie e catastali. Le società contribuenti hanno impugnato l'atto, sostenendo la validità della loro scelta negoziale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che la qualificazione del contratto spetta al giudice di merito attraverso l'interpretazione delle clausole contrattuali. La Corte ha chiarito che i contribuenti sono liberi di scegliere lo strumento giuridico più idoneo, anche per ottenere un lecito risparmio fiscale, purché l'operazione non sia priva di sostanza economica. Di conseguenza, il Fisco perde la causa e l'atto originario viene definitivamente qualificato come affitto.
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Imposta di registro su impianto fotovoltaico: affitto o superficie?
L'Agenzia delle Entrate ha riqualificato come costituzione di diritto di superficie un contratto di affitto di un terreno destinato a un impianto fotovoltaico, richiedendo maggiori imposte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che i contribuenti sono liberi di scegliere lo strumento contrattuale dell'affitto per installare pannelli solari, anche per ottenere un lecito risparmio fiscale. La qualificazione dell'atto dipende dall'effettiva volontà delle parti e dall'analisi delle clausole contrattuali, come la gestione delle opere alla scadenza e il pagamento di un canone periodico. Di conseguenza, l'imposta di registro su impianto fotovoltaico deve essere applicata in base alla reale natura obbligatoria dell'accordo voluto dalle parti, senza automatismi di riqualificazione da parte dell'amministrazione finanziaria.
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Clausola compromissoria societaria: accordo tra soci senza l’ente
Un socio amministratore stipulava un accordo privato con l'altro socio per dimettersi e cedere le proprie quote, regolando i rapporti di dare e avere. L'erede del socio chiedeva poi la condanna della società al pagamento delle somme previste dall'accordo, sostenendo che vi fosse stata una ratifica implicita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'accordo era un negozio privato tra soci estraneo alla società. Inoltre, la Suprema Corte ha stabilito che la controversia rientrava pienamente nella clausola compromissoria societaria prevista dallo statuto, la quale devolveva ad arbitri privati qualsiasi lite tra i soci, e che la proposizione di una domanda riconvenzionale subordinata non comportava la rinuncia a tale clausola.
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Regolamento condominiale contrattuale: demolita la sopraelevazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di demolizione di una sopraelevazione realizzata sul lastrico di copertura di un locale commerciale. La Società Confinante aveva lamentato la violazione delle distanze legali e del regolamento condominiale contrattuale. La Suprema Corte ha ribadito che le clausole limitative del regolamento condominiale contrattuale sono vincolanti per l'acquirente che ne abbia dichiarato la conoscenza e l'accettazione nel rogito, anche senza trascrizione. Inoltre, la nuova opera, posta a soli tre centimetri dal balcone sovrastante, violava la distanza minima di tre metri prescritta per tutelare il diritto di veduta in appiombo.
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Sospensione della copertura assicurativa: nullo il rifiuto
L'Assicurato stipula una polizza per i rischi del credito commerciale. A causa del mancato pagamento di alcune fatture da parte di un cliente, l'Assicurato richiede l'indennizzo. L'Assicuratore rifiuta il pagamento, sostenendo che il ritardo nel versamento dell'ultima rata del premio abbia causato la sospensione della copertura assicurativa e la risoluzione del contratto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'Assicuratore. I giudici confermano che la risoluzione del contratto decisa dall'Assicuratore dopo aver comunque incassato l'ultima rata, senza restituire i premi precedenti e a ridosso della scadenza naturale della polizza, contrasta con il principio di buona fede. Inoltre, le clausole che impongono la decadenza dall'indennizzo in caso di ritardo, derogando in senso sfavorevole all'assicurato alle norme di legge, sono nulle. Vince l'Assicurato, che ha diritto a ricevere l'indennizzo.
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Contratto decentrato senza visto dei revisori: il Comune vince
Il Comune ha impugnato per revocazione un'ordinanza di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile il suo ricorso per un presunto errore formale. La Suprema Corte ha accolto la revocazione, riconoscendo l'errore di fatto. Nel merito della causa, riguardante il diritto di una lavoratrice ai buoni pasto, la Corte ha accolto il ricorso del Comune. Ha stabilito che il contratto collettivo decentrato è nullo se non viene preventivamente sottoposto al controllo di compatibilità finanziaria del Collegio dei Revisori dei Conti. Di conseguenza, la sentenza d'appello favorevole alla lavoratrice è stata cassata con rinvio.
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Riqualificazione del contratto: il fisco perde sul fotovoltaico
Un'azienda e una società energetica firmano un contratto di affitto per un terreno destinato a ospitare un impianto fotovoltaico. L'Amministrazione Finanziaria esegue la riqualificazione del contratto, considerandolo una concessione del diritto di superficie per richiedere imposte di registro, ipotecarie e catastali più elevate. La Corte di Cassazione respinge il ricorso del fisco. I giudici stabiliscono che le parti sono libere di scegliere lo schema contrattuale che preferiscono, anche solo con effetti obbligatori (come la locazione), per raggiungere i propri scopi economici. La riqualificazione fiscale non può ignorare la reale volontà espressa dalle parti nelle clausole contrattuali, né confondere gli effetti giuridici con quelli economici. Vince l'azienda, che non dovrà pagare le maggiori imposte pretese dal fisco.
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Contratto con la pubblica amministrazione: senza firma, zero euro
Due professionisti hanno chiesto il pagamento delle prestazioni svolte per la progettazione di un impianto sportivo comunale. Il Comune si è opposto eccependo la nullità del rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso dei progettisti. I giudici hanno ribadito che ogni contratto con la pubblica amministrazione richiede obbligatoriamente la forma scritta ad substantiam (pena la nullità). Una delibera di giunta è un mero atto interno e non sostituisce il contratto firmato. Inoltre, è stato negato l'indennizzo per ingiustificato arricchimento poiché l'ente pubblico non ha mai concretamente utilizzato i progetti presentati.
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Prescrizione del credito professionale: perito vs proprietari
I Proprietari di un terreno espropriato si sono opposti al decreto ingiuntivo ottenuto da un Perito per il pagamento delle sue competenze professionali. I Proprietari sostenevano che fosse maturata la prescrizione del credito professionale, calcolando il termine dalla consegna della relazione di stima del collegio peritale. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, in base agli accordi contrattuali che legavano il compenso alla determinazione definitiva dell'indennità, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dal passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio di opposizione alla stima. Di conseguenza, il ricorso dei Proprietari è stato dichiarato inammissibile, confermando il diritto del Perito a ricevere il compenso pattuito.
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Presunzione di condominialità: cortile comune e non privato
Una lite tra vicini giunge in Cassazione per stabilire la proprietà di un cortile e il rispetto delle distanze di un porticato. Il Primo Proprietario rivendicava la proprietà esclusiva del cortile basandosi sulle misure catastali, mentre il Secondo Proprietario ne sosteneva la natura comune. La Suprema Corte ha confermato la presunzione di condominialità del cortile, poiché l'atto d'acquisto originario lo definiva comune senza assegnarlo a nessuno in via esclusiva. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso del Secondo Proprietario sul porticato: non si possono violare le distanze legali equiparando una strada privata interpoderale a una via pubblica senza prove di un reale transito della collettività. La sentenza è stata cassata con rinvio per ridiscutere la demolizione o l'arretramento del portico.
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Ricorso per revocazione: geometra perde contro il Comune
Un geometra ha proposto un ricorso per revocazione contro una precedente decisione della Cassazione che aveva dichiarato inammissibile la sua domanda contro un Comune. Il professionista lamentava la mancata valutazione di sedici documenti relativi a una convenzione per condoni edilizi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che lo strumento della revocazione non può essere utilizzato per contestare valutazioni giuridiche o interpretazioni contrattuali, ma solo per correggere evidenti sviste materiali del giudice. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese.
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Interpretazione del contratto di compravendita: bene comune?
I Compratori di un immobile citano in giudizio Il Venditore per ottenere la comproprietà di un atrio e di un portone d'ingresso. La Corte d'Appello riconosce la comproprietà del portone e una servitù di passaggio sull'atrio. Il Venditore ricorre in Cassazione, sostenendo che i contratti precedenti gli riservassero la proprietà esclusiva del portone. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'interpretazione del contratto di compravendita spetta esclusivamente al giudice di merito. Il ricorso per cassazione non può limitarsi a proporre una lettura alternativa dei documenti, ma deve dimostrare la violazione specifica delle regole di interpretazione contrattuale. Di conseguenza, Il Venditore perde la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Liquidazione fondo pensione: niente plusvalenze agli ex iscritti
Un ex dipendente bancario, dopo essere andato in pensione e aver incassato interamente il proprio capitale individuale (il cosiddetto zainetto), ha chiesto di essere ammesso allo stato passivo del fondo pensioni aziendale in liquidazione. Il lavoratore pretendeva una quota delle plusvalenze derivanti dalla vendita del patrimonio immobiliare del fondo, basandosi su una vecchia norma dello statuto. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, stabilendo che la liquidazione del fondo pensione esclude la pretesa di ulteriori somme per chi ha già sciolto il rapporto previdenziale e incassato il proprio capitale. La vecchia norma statutaria si applicava solo alla gestione ordinaria e non alla liquidazione generale dell'ente.
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Successione di contratti collettivi: addio ai vecchi bonus
Una lavoratrice ha impugnato l'esclusione del proprio credito dallo stato passivo di un fondo pensioni in liquidazione. La richiesta si basava su una vecchia norma dello statuto che riconosceva ai lavoratori le plusvalenze della vendita di immobili. Tuttavia, un successivo accordo collettivo del 2004 aveva modificato i criteri di ripartizione a causa di squilibri finanziari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che la successione di contratti collettivi consente modifiche peggiorative per i lavoratori, con il solo limite dei diritti già definitivamente acquisiti. Le vecchie regole statutarie si applicavano alla normale attività del fondo e non alla sua liquidazione generale. Di conseguenza, la lavoratrice perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Successione di contratti collettivi: svanisce l’atteso bonus
Due lavoratori hanno impugnato l'esclusione dei loro crediti dallo stato passivo di un Fondo Pensioni in liquidazione. I lavoratori pretendevano l'applicazione di una vecchia norma dello statuto che riconosceva loro una quota delle plusvalenze immobiliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la successione di contratti collettivi può modificare in peggio i trattamenti futuri dei lavoratori, con il solo limite dei diritti già definitivamente acquisiti. Nel caso specifico, la clausola statutaria originaria regolava la normale attività del fondo e non la sua liquidazione generale. Di conseguenza, il nuovo accordo collettivo del 2004 ha legittimamente stabilito criteri diversi per la ripartizione del patrimonio residuo, senza violare alcun diritto quesito dei lavoratori, i quali avevano solo una mera aspettativa di guadagno.
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Declinatoria della competenza arbitrale: lodo da 6 milioni nullo
Un'impresa di costruzioni ha avviato un arbitrato contro un ente pubblico per ottenere il pagamento di lavori stradali. L'ente pubblico ha esercitato tempestivamente la declinatoria della competenza arbitrale, preferendo il giudice ordinario, come previsto dal contratto. Nonostante ciò, gli arbitri hanno emesso un lodo di condanna. La Corte d'Appello ha annullato il lodo per carenza di potere degli arbitri. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il richiamo contrattuale a vecchie norme pubblicistiche costituisce un rinvio fisso e vincolante. Di conseguenza, la declinatoria della competenza arbitrale esercitata dall'ente pubblico è pienamente valida e ha privato gli arbitri del potere di decidere, rendendo nullo il lodo emesso.
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