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Art. 133 Codice Penale — Sezione Prima Penale

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1280 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Rideterminazione della pena: sanzione confermata senza sconti
Il Ricorrente ha richiesto la rideterminazione della pena sostenendo che la sanzione inflittagli in primo grado includesse erroneamente un reato mai contestatogli, ma addebitato solo al Coimputato. Secondo il Ricorrente, la differenza di pena tra i due era dovuta all'aggravante della recidiva applicata al Coimputato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che la recidiva, sebbene contestata al Coimputato, non era stata concretamente applicata nella quantificazione della pena. Di conseguenza, la pena del Ricorrente è stata correttamente calcolata per il solo reato a lui contestato, mentre quella del Coimputato comprendeva entrambi i reati. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: condanna confermata
Due imputati, condannati per bancarotta fraudolenta e reati fiscali, hanno proposto un ricorso straordinario per errore di fatto per contestare la mancata dichiarazione di prescrizione dei reati. Secondo la difesa, la Corte di Cassazione era incorsa in una svista percettiva non rilevando che l'aggravante del danno di rilevante gravità non fosse stata contestata in primo grado. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo che la valutazione sull'applicazione dell'aggravante e sul calcolo della pena costituisce un'attività di giudizio e non un errore materiale. Di conseguenza, non è possibile utilizzare il ricorso straordinario per errore di fatto per ridiscutere interpretazioni giuridiche o valutazioni di merito già espresse, confermando la condanna definitiva degli imputati.
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Divieto di reformatio in peius: meno accuse ma aumenti liberi
Gli Imputati, condannati per lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso, hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del divieto di reformatio in peius. La Corte d'appello, dopo averli assolti da un capo d'accusa, aveva ricalcolato la pena per il reato continuato, aumentando la sanzione per un'aggravante. La Suprema Corte ha chiarito che ricalcolare i singoli aumenti non viola il divieto di reformatio in peius se la pena complessiva non aumenta. Tuttavia, ha accolto il ricorso per difetto di motivazione: i giudici d'appello hanno applicato l'aumento massimo per l'aggravante senza spiegarne le ragioni. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente al calcolo di tale aumento.
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Soggiorno illegale e principio di autosufficienza del ricorso
Il Giudice di Pace di Alessandria condannava un cittadino straniero a 5.000 euro di ammenda per il reato di soggiorno illegale in Italia. L'imputato proponeva ricorso per cassazione, sostenendo di aver presentato una richiesta di asilo politico e contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorrente ha violato il principio di autosufficienza del ricorso, poiché non ha allegato né trascritto la domanda di asilo o i relativi esiti, limitandosi ad affermazioni astratte. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto corretto e logico, giustificato dai precedenti penali dell'imputato. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e lo straniero è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: nessun reato
L'Imputato era stato condannato in appello per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver aiutato alcuni migranti a trovare un alloggio temporaneo a Palermo, ricevendo in cambio vitto e alloggio dal gestore di una struttura logistica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che ricevere ospitalità e cibo non configura il dolo specifico di ingiusto profitto richiesto dalla legge. Per integrare il reato, infatti, occorre un reale approfittamento della vulnerabilità dello straniero, imponendogli condizioni contrattuali gravose o sproporzionate. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non costituisce reato.
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Associazione di tipo mafioso: condannati i boss tra Nord e Sud
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di tipo mafioso a carico di due soggetti, ritenuti esponenti di vertice di consorterie criminali collegate. Il primo imputato contestava il ruolo di capo, definendo le proprie parole intercettate come semplici millanterie, e lamentava il mancato riconoscimento della continuazione con una precedente condanna. Il secondo imputato negava la valenza mafiosa delle proprie condotte di mediazione. La Suprema Corte ha respinto i ricorsi, stabilendo che il ruolo di direzione spetta a chiunque assuma compiti decisionali e che la continuazione va esclusa in caso di trasferimento geografico e progressione di carriera criminale. I ricorrenti perdono la causa e restano condannati a scontare le rispettive pene detentive oltre al pagamento delle spese processuali.
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Reato continuato in sede esecutiva: i calcoli vanno motivati
Il Condannato ha impugnato l'ordinanza con cui il Giudice dell'esecuzione ha applicato la disciplina del reato continuato in sede esecutiva a tre diverse condanne per rapina. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può limitarsi a un aumento forfettario della pena. Il magistrato deve prima operare lo scorporo dei reati precedentemente uniti, individuare con precisione la violazione più grave e motivare in modo distinto e dettagliato l'aumento di pena applicato per ciascun reato satellite. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Reato continuato in sede esecutiva: i limiti agli aumenti di pena
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato contro la rideterminazione della pena effettuata in sede esecutiva. Il giudice dell'esecuzione aveva unificato diverse condanne irrevocabili applicando la disciplina del reato continuato in sede esecutiva. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sull'entità dell'aumento di pena per il reato di violenza privata, ritenuto sproporzionato rispetto a reati più gravi. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice dell'esecuzione gode di discrezionalità nel determinare gli aumenti per i reati satellite, con l'unico limite di non superare la pena originaria. Nel caso specifico, la gravità della condotta e la personalità del reo giustificano ampiamente la misura dell'aumento applicato.
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Omesso preavviso di riunione pubblica: da gita a condanna
Il leader di un'associazione di estrema destra ha organizzato una commemorazione non autorizzata in un'area montana per ricordare soldati nazi-fascisti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di omesso preavviso di riunione pubblica. I giudici hanno respinto la tesi della difesa, che qualificava l'evento come una semplice scampagnata privata. La presenza di oltre venti persone con simboli celebrativi, striscioni e una runa celtica dimostra l'organizzazione di una vera manifestazione pubblica. La Suprema Corte ha escluso la particolare tenuità del fatto, evidenziando la gravità della glorificazione di milizie responsabili di violenze contro i civili. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la pena dell'arresto e dell'ammenda.
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Rideterminazione della pena: la Cassazione corregge il giudice
Il Condannato, ritenuto responsabile di detenzione di cocaina a fini di spaccio, chiedeva la rideterminazione della pena a seguito della sentenza n. 40/2019 della Corte Costituzionale, che ha ridotto il minimo edittale per tale reato da otto a sei anni di reclusione. Il Tribunale di Monza, come giudice dell'esecuzione, aveva rigettato la richiesta. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che la rideterminazione della pena è obbligatoria quando la sanzione originaria è stata calcolata sulla base di un minimo edittale dichiarato incostituzionale. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato gli atti al Tribunale di Monza per un nuovo giudizio che applichi una pena più favorevole al reo.
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Soppressione di cadavere: confessano ma la pena resta di 20 anni
Due esponenti di un gruppo criminale sono stati condannati a venti anni di reclusione per omicidio, porto illegale d'armi e soppressione di cadavere. La vittima, attirata in un tranello, era stata uccisa e il corpo occultato per oltre otto anni. Gli imputati hanno impugnato la condanna contestando la mancata prevalenza delle attenuanti generiche e la violazione del principio di correlazione, poiché l'accusa originaria parlava di distruzione e non di soppressione di cadavere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la soppressione di cadavere rappresenta una condotta meno grave già compresa nella contestazione di distruzione, escludendo qualsiasi violazione dei diritti di difesa. Inoltre, la valutazione sulla pena e sul bilanciamento delle circostanze spetta al giudice di merito se adeguatamente motivata.
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Cassazione e minimo edittale: annullata la multa troppo bassa
Un cittadino straniero è stato condannato dal Giudice di Pace per essere rimasto in Italia violando l'ordine di espulsione del Questore. Il giudice ha applicato una multa di diecimila euro, scendendo sotto il minimo edittale di quindicimila euro previsto dal Testo Unico Immigrazione. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione per erronea applicazione della legge penale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che il giudice non può infliggere una pena inferiore al limite minimo stabilito dal legislatore. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla pena e ha rideterminato la multa direttamente a quindicimila euro, applicando il corretto minimo edittale.
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Cellulare vietato: limiti all’applicazione della recidiva
Un cittadino, sottoposto a misura di prevenzione con il divieto di possedere apparati di comunicazione, viene sorpreso a utilizzare un telefono cellulare. Condannato nei gradi precedenti, ricorre in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte rigetta i motivi sul possesso del telefono e sulle attenuanti, ritenendo corretta la ricostruzione dei giudici di merito. Accoglie invece il ricorso sulla recidiva: i giudici d'appello l'hanno applicata in modo automatico basandosi solo sul certificato penale. La Cassazione chiarisce che l'applicazione della recidiva richiede una motivazione specifica sulla maggiore pericolosità del reo. La sentenza viene annullata limitatamente a questo punto con rinvio per un nuovo calcolo della pena.
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Coltello e droga: assolto per particolare tenuità del fatto
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la sentenza di proscioglimento di un giovane, trovato in possesso di un coltellino a serramanico e di due grammi di cannabis. Il Tribunale aveva applicato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, ritenendo il porto del coltello finalizzato unicamente al taglio della sostanza stupefacente e privo di reale attitudine offensiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione, ritenendo la motivazione del Tribunale logica e coerente. La Cassazione ha ribadito che non può effettuare una nuova valutazione dei fatti, spettando al giudice di merito stabilire la gravità concreta della condotta in base alle circostanze del caso.
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Pericolosità sociale: condanna passata non basta per la misura
Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura della libertà vigilata per un anno nei confronti di un uomo condannato per associazione mafiosa. Il condannato ha fatto ricorso, lamentando che la sua pericolosità sociale fosse stata considerata attuale in modo automatico, basandosi solo sulla gravità del reato passato risalente al 2013 e ignorando la sua buona condotta in carcere e un possibile errore di persona. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può presumere l'attualità del pericolo. Anche per reati gravi, occorre una valutazione concreta del comportamento recente del soggetto e del suo effettivo distacco dalle logiche criminali. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Custodia delle armi: fucile in auto chiusa ma arriva la condanna
Un lavoratore ha lasciato il proprio fucile da caccia nel bagagliaio dell'auto, parcheggiata per otto ore nel piazzale aziendale aperto al pubblico. Nonostante l'auto fosse chiusa e priva di un pezzo essenziale dell'arma, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omessa custodia. I giudici hanno stabilito che la custodia delle armi richiede cautele adeguate alla normale prudenza. Lasciare un'arma incustodita in un luogo accessibile a terzi crea un pericolo per la sicurezza pubblica, escludendo anche la particolare tenuità del fatto. Il ricorso del lavoratore è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dolo specifico nel furto: quando anche un dispetto è reato
Due soggetti sono stati condannati per furto di un'auto, ricettazione e detenzione di armi da guerra per agevolare un clan camorristico. Uno dei ricorrenti contestava il furto, sostenendo di aver solo spostato l'auto per fare un dispetto. La Cassazione ha chiarito che il dolo specifico nel furto comprende anche il soddisfacimento di un bisogno psichico, come la vendetta o il dispetto, confermando la colpevolezza. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto i ricorsi limitatamente al trattamento sanzionatorio: i giudici d'appello non hanno motivato adeguatamente la sproporzione tra l'aumento della pena pecuniaria e di quella detentiva, né i singoli aumenti per i reati satellite in continuazione. La sentenza è stata annullata con rinvio solo per il ricalcolo della pena.
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Rideterminazione della pena in continuazione: calcoli da rifare
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza con cui il Giudice dell'esecuzione aveva unificato diverse condanne per associazione mafiosa ed estorsione. La Corte d'appello aveva calcolato la sanzione complessiva partendo da un cumulo precedente, senza isolare i singoli reati. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per la corretta rideterminazione della pena in continuazione il giudice deve prima scorporare tutti i reati uniti, individuare quello più grave in concreto e poi applicare gli aumenti per i reati satellite. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Continuazione in executivis: no a calcoli forfettari della pena
Il Condannato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione della continuazione per reati giudicati con cinque diverse sentenze. Il Giudice ha rideterminato la pena complessiva a 30 anni e 5 mesi di reclusione, ma ha calcolato l'aumento partendo da un precedente cumulo sanzionatorio senza separare i singoli reati e senza motivare i singoli aumenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che in tema di continuazione in executivis il giudice deve prima scorporare tutti i reati precedentemente uniti, individuare il reato più grave come pena base e poi calcolare e motivare gli aumenti per ciascun reato satellite in modo distinto. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Condotta regolare ma legami mafiosi: resta la pericolosità sociale
Il Tribunale di sorveglianza ha prorogato per un anno la misura della libertà vigilata nei confronti di un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione della sua pericolosità sociale non potesse basarsi esclusivamente sui suoi trascorsi criminali in un clan ormai dissolto, evidenziando la propria condotta regolare e l'impegno nella ricerca di un lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che la condotta formalmente corretta non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale e visibile dissociazione dall'ambiente mafioso d'origine e se il contesto familiare e territoriale non offre garanzie di contenimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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