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Art. 133 Codice Penale — Sezione Prima Penale

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1280 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Bancarotta fraudolenta: pene confermate contro ricorsi inutili
Due amministratori, condannati per il reato di bancarotta fraudolenta a seguito del fallimento della loro società, hanno impugnato la decisione della Corte d'Appello che, in sede di rinvio, ha rideterminato in tre anni la durata delle pene accessorie di inabilitazione commerciale e incapacità di esercitare uffici direttivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici di legittimità hanno chiarito che le questioni relative alla responsabilità penale e alla prescrizione erano ormai precluse dal giudicato interno, essendosi il precedente annullamento limitato esclusivamente alla quantificazione delle pene accessorie. La determinazione di queste ultime a tre anni è stata ritenuta congrua e adeguatamente motivata. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Isolamento diurno: la gravità dei reati batte la buona condotta
Il Condannato, condannato all'ergastolo e a ulteriori pene detentive, ha richiesto la riduzione della sanzione accessoria dell'isolamento diurno da 18 a 12 mesi, valorizzando la propria condotta positiva in carcere. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo prevalente la gravità dei reati commessi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile utilizzare un nuovo incidente di esecuzione per contestare decisioni già definitive, aggirando i termini di impugnazione. Inoltre, la determinazione della durata dell'isolamento diurno rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che ha motivato in modo logico e insindacabile dando priorità alla gravità dei reati e all'entità delle pene inflitte rispetto al percorso detentivo.
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Reato continuato: colpevolezza confermata ma pena da ricalcolare
L'Imprenditore, condannato per bancarotta fraudolenta, ha fatto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena. La Corte d'Appello aveva ridotto la sanzione principale concedendo le attenuanti generiche, ma aveva mantenuto inalterato l'aumento di pena per il reato minore. La Cassazione ha accolto il ricorso sul punto relativo al reato continuato. I giudici hanno stabilito che, se si applicano le attenuanti generiche, anche l'aumento per il reato minore deve essere ricalcolato e ridotto in modo proporzionato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo dell'aumento di pena, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova quantificazione, mentre la responsabilità penale dell'imprenditore e la pena base di due anni e dieci mesi di reclusione sono ormai definitive.
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Espulsione dello straniero: il comportamento in carcere decide
La Corte di Cassazione ha confermato la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero disposta in sede esecutiva nei confronti di un cittadino straniero condannato per rapina. Il Tribunale di Sorveglianza aveva accertato la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta non solo dalla gravità del reato commesso, ma anche dai numerosi comportamenti aggressivi e dalle sanzioni disciplinari ricevute durante la detenzione in carcere, uniti all'assenza di legami stabili in Italia. La difesa sosteneva che la condotta fosse solo frutto di difficoltà di adattamento al carcere. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione della pericolosità deve essere globale e che la misura può essere applicata anche dopo la condanna definitiva se il detenuto è ancora in carcere. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione di tipo mafioso: condanna confermata dopo il rinvio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di tipo mafioso a carico di un soggetto accusato di aver fatto parte della storica criminalità organizzata locale e, successivamente, di un clan autonomo nato da una scissione interna. La difesa contestava la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza e l'applicazione retroattiva di pene più severe. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, chiarendo che il giudice del rinvio ha correttamente motivato l'esistenza di due sodalizi distinti e la partecipazione dell'imputato a entrambi. La pena complessiva di dodici anni di reclusione è stata ritenuta legale e proporzionata alla gravità dei fatti, escludendo la concessione delle attenuanti generiche a causa della pericolosità sociale del condannato.
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Omicidio volontario: condanna confermata nonostante la difesa
L'Imputato è stato condannato a ventuno anni di reclusione per il reato di omicidio volontario. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in omicidio preterintenzionale, sostenendo l'assenza della volontà di uccidere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno evidenziato che la pluralità e la violenza dei colpi inferti alla testa della vittima con un corpo contundente, insieme al successivo abbandono della vittima agonizzante e privata del telefono per chiedere aiuto, dimostrano inequivocabilmente l'intenzione omicida. Inoltre, i tentativi dell'Imputato di inquinare le prove, come la pulizia delle scarpe e la cancellazione dei contatti telefonici, confermano la gravità della condotta e precludono la concessione delle attenuanti generiche.
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Sorveglianza speciale: la fuga notturna costa la condanna
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale, essendo stato sorpreso fuori casa oltre l'orario consentito. Alla vista delle forze dell'ordine, l'uomo è fuggito, rientrando solo alle due del mattino. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo e ha chiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che per questo reato basta il dolo generico, ossia la consapevolezza di violare le regole. Inoltre, la fuga prolungata e i precedenti penali del soggetto escludono la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, la condanna a sei mesi di reclusione è stata confermata.
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Sorveglianza speciale: tre incontri vietati costano la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato la prescrizione di non associarsi a pregiudicati. Le forze dell'ordine lo hanno sorpreso per tre volte in compagnia di un noto pluripregiudicato, in orari serali e in luoghi non pubblici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che gli incontri non erano occasionali ma frutto di una stabile frequentazione. Di conseguenza, è stata esclusa la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ed è stato negato il riconoscimento delle attenuanti generiche, a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo e dell'abitualità della sua condotta contraria alle prescrizioni imposte.
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Sorveglianza speciale: la parola del carabiniere batte i parenti
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Monreale è stato condannato a un anno di reclusione per essersi allontanato senza autorizzazione ed essere stato avvistato a Palermo da un carabiniere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibile la testimonianza del militare, che aveva riconosciuto l'uomo a bordo dell'auto della moglie, reputando invece contraddittorie le dichiarazioni dei testimoni della difesa. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, giustificato dalla gravità dei precedenti penali del ricorrente e dall'assenza di qualsiasi segno di pentimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio e recidiva: no a sconti nel rinvio
L'Imputato, condannato per falso in atto pubblico commesso da privato, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata rivalutazione della recidiva da parte del giudice di rinvio. La Corte d'Appello aveva infatti rideterminato la pena a seguito di un precedente annullamento parziale, limitato esclusivamente al trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che nel giudizio di rinvio non è possibile ridiscutere la recidiva se questa è già stata definitivamente accertata. Il trattamento sanzionatorio e recidiva sono concetti distinti: la rideterminazione della pena dovuta alla riqualificazione del reato non riapre i termini per contestare l'aggravante della recidiva, la quale attiene alla personalità del reo ed era già coperta da giudicato interno. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali.
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Dalle parole dei boss alla cella: la chiamata in correità regge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato all'ergastolo per un duplice omicidio di stampo mafioso commesso nel 1980. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e la mancanza di riscontri esterni. La Suprema Corte ha confermato la validità della condanna basata sulla chiamata in correità, evidenziando la convergenza e l'autonomia delle dichiarazioni dei collaboratori, supportate da riscontri oggettivi come i dati autoptici e la causale del delitto. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta fraudolenta: pene accessorie slegate dalla reclusione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un amministratore condannato per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. L'imputato aveva distratto beni aziendali e pagato fatture false per favorire un'altra società, danneggiando i creditori. La controversia riguardava la durata delle pene accessorie di inabilitazione commerciale, fissata a cinque anni dalla Corte d'Appello. La Cassazione ha confermato che la durata di tali sanzioni non deve essere agganciata automaticamente alla pena principale, ma va stabilita dal giudice caso per caso, valutando la gravità del fatto e la condotta del colpevole secondo i criteri generali del codice penale. Di conseguenza, le sanzioni accessorie sono state confermate e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta fraudolenta: lo sconto di pena non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per il reato di bancarotta fraudolenta. Il caso riguarda la rideterminazione delle pene accessorie (inabilitazione commerciale e divieto di uffici direttivi), fissate in cinque anni dalla Corte d'Appello. L'imprenditore contestava i criteri di calcolo, ma i giudici di legittimità hanno confermato la correttezza della decisione. La durata delle sanzioni accessorie non deve essere legata automaticamente alla pena principale, ma va stabilita in base alla gravità del fatto e alla personalità del colpevole, come previsto dall'articolo 133 del codice penale. Di conseguenza, l'imprenditore perde definitivamente il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta fraudolenta: no al calcolo automatico delle pene
L'Imprenditore, condannato per bancarotta fraudolenta, contesta la durata di cinque anni delle pene accessorie di inabilitazione commerciale e incapacità di esercitare uffici direttivi. La Corte d'Appello aveva rideterminato tale durata applicando i criteri di gravità del fatto, evidenziando il mancato versamento di tasse e contributi per oltre un decennio per un totale di 900.000 euro. L'Imprenditore ricorre in Cassazione lamentando una carenza di motivazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la durata delle pene accessorie non deve essere agganciata automaticamente alla pena principale, ma va calcolata autonomamente basandosi sulla gravità concreta del reato. L'Imprenditore perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rideterminazione della pena in continuazione: stop errori
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Giudice dell'esecuzione che, nel riunire quattro diverse condanne, ha rideterminato la sanzione complessiva. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando gravi errori metodologici. Il giudice di merito non ha effettuato lo scorporo dei singoli reati per individuare la pena base del reato più grave e ha applicato aumenti cumulativi per i reati satellite senza motivazione specifica per ciascuno di essi. Inoltre, l'aumento applicato ha superato il limite della sanzione precedentemente inflitta dal giudice della cognizione, violando le garanzie di legge. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, disponendo il rinvio per una nuova rideterminazione della pena in continuazione che rispetti l'obbligo di motivazione analitica e i limiti edittali.
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Aggravante della premeditazione: ergastolo confermato ma senza piano
L'Imputato, accecato dalla gelosia dopo aver scoperto un presunto tradimento, ha cosparso la compagna di benzina all'interno della loro abitazione, provocando un incendio che ne ha causato la morte per asfissia. I giudici di merito lo hanno condannato all'ergastolo per omicidio volontario. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale dell'uomo e la pena dell'ergastolo, ma ha escluso l'aggravante della premeditazione. La Suprema Corte ha chiarito che la disponibilità del liquido infiammabile, prelevato poco prima del delitto, configura una mera preordinazione dei mezzi e non l'aggravante della premeditazione, la quale richiede un radicamento e una persistenza del proposito criminoso per un apprezzabile lasso di tempo, incompatibile con un dolo d'impeto scatenato dall'improvvisa scoperta del tradimento.
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Rideterminazione della pena: vince la discrezionalità del giudice
Il caso riguarda la richiesta di rideterminazione della pena presentata da un condannato per reati in materia di stupefacenti. Il Tribunale, come giudice dell'esecuzione, ha parzialmente accolto l'istanza riducendo la sanzione. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione di una disciplina temporanea più favorevole e contestando i criteri di calcolo della nuova sanzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le modifiche sanzionatorie successive non si applicano a fatti commessi prima della loro entrata in vigore se la sentenza è irrevocabile e l'impugnazione non è stata proposta a tempo debito. Inoltre, nella rideterminazione della pena, il giudice non è vincolato a un calcolo matematico o al minimo edittale, ma deve applicare i criteri di adeguatezza e proporzionalità basati sulla gravità del fatto.
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Lavori di pubblica utilità: no alla revoca senza scomputo ore
Il Giudice per le indagini preliminari revocava i lavori di pubblica utilità inflitti a un automobilista per guida in stato di ebbrezza, ripristinando l'intera pena originaria di quattro mesi di arresto e 1.400 euro di ammenda. Il provvedimento non considerava le 120 ore di attività già regolarmente svolte dal condannato prima della violazione delle prescrizioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la revoca della sanzione sostitutiva non può cancellare il lavoro già prestato. Il giudice deve calcolare le ore svolte e scomputarle dalla pena residua da espiare, evitando un ingiusto inasprimento della punizione. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo della pena.
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Fisco e clan: concorso esterno in associazione mafiosa
Un commercialista è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver messo sistematicamente le proprie competenze professionali a disposizione di esponenti della criminalità organizzata. Il professionista suggeriva intestazioni fittizie di beni, strategie di evasione fiscale e facilitava l'acquisizione di attività commerciali per favorire il clan. La difesa sosteneva l'assenza di un contributo concreto, evidenziando che alcune condotte non si erano realizzate o avevano portato ad assoluzioni specifiche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione. La Corte ha stabilito che la sistematica messa a disposizione delle competenze professionali per eludere la legge configura il reato, poiché consolida e rafforza l'associazione criminale, a prescindere dall'effettiva realizzazione dei singoli reati di scopo.
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Sorveglianza speciale: violare gli orari notturni costa l’arresto
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, ha violato ripetutamente l'obbligo di rimanere in casa nelle ore notturne e di presentarsi alla polizia giudiziaria. Condannato nei primi due gradi di giudizio alla pena di otto mesi di arresto, ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la scarsa gravità del fatto e richiedendo le attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che violare le prescrizioni della sorveglianza speciale non costituisce un comportamento di scarso rilievo, poiché impedisce i controlli dell'autorità e dimostra insofferenza verso le regole. La Cassazione ha confermato la condanna e ha negato le attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato, condannandolo anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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