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Art. 1299 Codice Civile

115 provvedimenti

Spese condominiali antecedenti compravendita: paga il venditore
L'Acquirente di un immobile versa al condominio la somma richiesta tramite decreto ingiuntivo per spese condominiali antecedenti compravendita, relative a delibere risalenti a oltre due anni prima del rogito. Successivamente, L'Acquirente chiede il rimborso a La Venditrice, la quale aveva firmato una specifica manleva per coprire ogni pendenza pregresso. La Corte d'Appello nega il rimborso sostenendo che L'Acquirente dovesse opporsi al decreto anziché pagare. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso di L'Acquirente. I giudici chiariscono che la responsabilità solidale tra acquirente e venditore riguarda solo il biennio precedente all'acquisto. I debiti più vecchi rimangono a carico esclusivo di chi era proprietario al momento delle delibere. Il pagamento effettuato dall'acquirente costituisce indebito e attribuisce il diritto di rivalsa sul venditore.
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Regresso tra confideiussori: paga uno ma dividono tutti
Una cooperativa edilizia e altre imprese consorziate avevano garantito verso una banca i debiti per opere di urbanizzazione. A seguito dell'inadempimento del consorzio, l'istituto di credito ha prelevato l'intero importo dal conto di una sola cooperativa garante. Quest'ultima ha avviato l'azione di regresso tra confideiussori per ottenere il rimborso delle quote spettanti alle altre imprese, calcolate sulla base dell'atto costitutivo del consorzio e dei patti parasociali. La cooperativa intimata ha contestato i conteggi e l'uso di tali documenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della cooperativa debitrice, confermando che la ripartizione del debito garantito deve seguire gli accordi sociali prodotti in causa.
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Avvocato paga imposta di registro non dovuta: niente rimborso
Un avvocato aveva pagato erroneamente l'imposta di registro per sentenze di valore inferiore a 1.033 euro, ritenendo di esserne personalmente obbligato. Successivamente, ha chiesto il rimborso imposta di registro a una società, controparte nei giudizi originari. La Corte di Cassazione ha rigettato la sua richiesta. Ha chiarito che l'imposta non era dovuta per le sentenze di modico valore. Di conseguenza, la società non aveva alcun obbligo di pagamento e l'avvocato non poteva vantare un diritto di regresso o di ingiustificato arricchimento nei suoi confronti. L'avvocato non aveva la legittimazione ad agire per tale rimborso.
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Responsabilità solidale negli appalti: no al TFR dall’INPS
L'Azienda Committente ha pagato direttamente ai dipendenti di un'impresa appaltatrice il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) maturato dal 2007, adempiendo al proprio obbligo di responsabilità solidale negli appalti. Successivamente, l'azienda ha chiesto all'INPS la restituzione di tali somme dal Fondo di Tesoreria. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta del committente. La Corte ha stabilito che la responsabilità solidale negli appalti impone al committente di garantire i diritti del lavoratore, ma non gli attribuisce diritti diretti verso il Fondo di Tesoreria INPS. Il committente che paga il TFR può agire in regresso o surrogarsi unicamente nei confronti del datore di lavoro appaltatore e non nei confronti dell'ente previdenziale, salvo che sia provato l'effettivo versamento delle quote al Fondo stesso. L'azienda committente perde la causa e viene condannata a pagare le spese di giudizio.
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Responsabilità solidale negli appalti: paga ma perde il regresso
Una società committente versa oltre centoventimila euro ai dipendenti della ditta appaltatrice per adempiere alla responsabilità solidale negli appalti. Successivamente, l'appaltatrice entra in liquidazione coatta amministrativa. La committente chiede l'ammissione del proprio credito di regresso allo stato passivo della procedura concorsuale. Il tribunale respinge l'istanza e la committente impugna il provvedimento dinanzi alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso della committente. L'azienda ha contestato la valutazione delle prove operata dai giudici territoriali senza rispettare i requisiti di specificità del ricorso di legittimità. Di conseguenza, la committente perde la possibilità di recuperare la somma anticipata ed è condannata al pagamento delle spese legali.
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Condomino anticipa spese: no rimborso dal Condominio per obbligazioni parziarie
Una condomina ha anticipato il pagamento per lavori di restauro della facciata condominiale, regolarmente deliberati dall'assemblea. Successivamente, l'assemblea ha respinto la sua richiesta di rimborso, costringendola a pagare nuovamente la sua quota. La condomina ha citato in giudizio il Condominio per ottenere la restituzione della somma. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che le obbligazioni parziarie condominiali impediscono al singolo condomino che ha pagato per altri di agire in regresso contro il Condominio. Il condomino deve invece agire direttamente contro gli altri singoli condomini per le loro quote.
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Compensazione dei crediti nel fallimento: la difesa del debitore
Un'azienda ha impiegato lavoratori forniti da un'agenzia di somministrazione in seguito fallita. A causa del mancato pagamento degli stipendi da parte dell'agenzia, l'azienda li ha versati direttamente ai dipendenti. Successivamente, la Curatela fallimentare ha chiesto con decreto ingiuntivo il pagamento delle fatture per il servizio resole. L'azienda ha eccepito la compensazione dei crediti nel fallimento per bloccare la pretesa. La Corte di Cassazione ha stabilito che il debitore citato in giudizio dal fallimento può opporre in compensazione il proprio controcredito per neutralizzare la domanda. Non serve presentare domanda di ammissione allo stato passivo se l'obiettivo è solo difendersi e non ottenere somme aggiuntive. Il ricorso della Curatela è stato rigettato.
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Azione di regresso socio uscente: pieno rimborso delle garanzie
Un ex socio di una società in accomandita semplice aveva fornito garanzie reali tramite pegno per permettere all'azienda di ottenere credito bancario. A seguito della cessione delle quote e dell'uscita del socio, gli istituti di credito hanno escusso il pegno. L'ex socio ha quindi esercitato l'azione di regresso socio uscente per ottenere il rimborso delle somme prelevate dalla banca, rivolgendosi alla società e al socio subentrato. La Corte d'Appello ha erroneamente ridotto il credito spettante al solo dieci per cento. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che il giudice di rinvio è vincolato ai principi di diritto già enunciati e non può inventare limitazioni al diritto di rivalsa del garante.
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Espromissione: il terzo recupera le somme senza accordo
Un avvocato versa direttamente alla controparte le spese legali a cui era stata condannata la propria assistita. Successivamente, il professionista richiede il rimborso della somma alla cliente tramite decreto ingiuntivo. Il tribunale di merito respinge la domanda del legale ritenendo non dimostrato un preventivo accordo interno tra le parti. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso del difensore. I giudici supremi chiariscono che l'espromissione si perfeziona esclusivamente tra il terzo e il creditore. La spontaneità dell'intervento rende del tutto irrilevante l'esistenza di un'intesa interna con il debitore originario, garantendo comunque all'espromittente il pieno diritto di regresso per recuperare quanto anticipato.
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Bonifica ambientale area fallimentare: no al rimborso extra
Un'azienda acquista un immobile in asta giudiziaria sapendo della presenza di rifiuti. Il bando stabilisce una soglia massima di spesa per lo smaltimento a carico della procedura concorsuale. La cifra riflette un prezzo d'acquisto scontato per il compratore. L'acquirente esegue la bonifica ambientale area fallimentare sostenendo costi molto superiori rispetto a quelli stimati. Successivamente chiede il rimborso integrale al fallimento insinuandosi al passivo. La Corte di Cassazione respinge la richiesta. La Corte chiarisce che l'acquirente ha accettato i rischi e le condizioni dell'asta. Chi compra un bene inquinato conoscendo il problema non può rivalersi sul fallimento oltre i limiti stabiliti nel bando di vendita.
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Compenso degli arbitri: niente regresso senza accordo
Una società avviava un giudizio arbitrale contro un professionista. Gli arbitri emettevano una decisione, successivamente dichiarata nulla, e quantificavano in modo autonomo il proprio onorario. La società pagava l'intero importo e agiva per recuperare la quota della controparte tramite decreto ingiuntivo. Il professionista si opponeva, contestando di non avere mai approvato la quantificazione decisa dal collegio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista e ha respinto la richiesta economica della società. La Corte ha stabilito che la quantificazione del compenso degli arbitri effettuata dagli arbitri stessi costituisce una semplice proposta. Senza l'accettazione di tutte le parti o un formale decreto del tribunale, il pagamento volontario dell'intera somma impedisce di agire in regresso verso la controparte.
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Debiti condominiali parziari: pagare per altri non dà rimborso
Una condomina ha pagato all'amministratore oltre trentatremila euro per coprire le quote di altri proprietari morosi, evitando così che l'impresa sospendesse i lavori di manutenzione dell'edificio. Successivamente, ha chiesto il rimborso ai condomini inadempienti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna. I giudici hanno chiarito che i debiti contratti dal condominio verso terzi sono debiti condominiali parziari, ossia divisi tra i singoli proprietari in proporzione ai millesimi. Di conseguenza, chi paga volontariamente la quota altrui, sapendo di non essere debitore, non può utilizzare l'azione di regresso o la surrogazione legale per recuperare le somme. L'unico rimedio possibile in questi casi è l'azione per ingiustificato arricchimento contro i condomini che hanno beneficiato del pagamento.
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IVA di gruppo: il debito proprio nega il regresso nel fallimento
Una società controllata chiedeva di essere ammessa al passivo del fallimento della società controllante per oltre otto milioni di euro. La somma era stata pagata all'erario per debiti derivanti dal regime di IVA di gruppo. La controllata sosteneva di avere un diritto di regresso, avendo già fornito la provvista alla controllante. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che l'IVA di gruppo ha natura procedurale e ogni società resta debitrice dell'imposta da essa stessa generata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della controllata. I giudici hanno confermato che, nei rapporti interni, la controllata non può pretendere il rimborso delle somme pagate per estinguere un debito proprio, mancando inoltre la prova di un effettivo trasferimento di denaro alla controllante.
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Imposta di registro: niente rimborso se paga il coobbligato
L'Azienda Cessionaria acquista un ramo d'azienda dall'Azienda Cedente. L'Agenzia delle Entrate rettifica il valore del ramo d'azienda, richiedendo una maggiore imposta di registro. L'Azienda Cedente, come coobbligato solidale, definisce la pretesa tramite accertamento con adesione e paga il dovuto. Successivamente, le parti riducono privatamente il prezzo della cessione e l'Azienda Cessionaria chiede il rimborso della maggiore imposta di registro versata. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'Azienda Cessionaria: l'imposta di registro si calcola sul valore venale (di mercato) del bene e non sul prezzo pattuito. Inoltre, l'accertamento con adesione è inoppugnabile e il rimborso non può essere richiesto da chi non ha effettuato il pagamento, potendo quest'ultimo solo difendersi nell'eventuale azione di regresso del coobbligato.
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Azione di regresso tra soci: versare sul conto non basta
Una socia di una società in nome collettivo (S.n.c.) rileva un ammanco di cassa e versa oltre 71.000 euro sul conto corrente agenziale della società per coprire i debiti verso la compagnia assicurativa mandante. Successivamente, esercita l'azione di regresso contro l'altro socio per ottenere il rimborso del 70% della somma versata, corrispondente alla sua quota di partecipazione. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della socia. I giudici chiariscono che il versamento sul conto corrente intestato alla società, anche se si tratta di un conto separato destinato ai premi assicurativi, non equivale a un pagamento diretto al terzo creditore. Di conseguenza, manca il presupposto fondamentale per l'azione di regresso, che richiede l'estinzione diretta del debito altrui. Vince l'altro socio, che non deve rimborsare la somma richiesta.
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Diritto di regresso: banca negligente e venditore inadempiente
Un'Acquirente compra un immobile, ma la Venditrice non cancella l'ipoteca precedente. La Banca, che ha concesso il mutuo all'Acquirente, versa il denaro alla Venditrice senza verificare l'effettiva cancellazione della garanzia. L'Acquirente fa causa a entrambe. Il Tribunale condanna la Banca e la Venditrice in solido a risarcire il danno. La Banca chiede la manleva alla Venditrice, ma i giudici di merito la rifiutano, ritenendo la Banca unicamente negligente. La Cassazione accoglie il ricorso della Banca, stabilendo che, in caso di condanna solidale per inadempimenti concorrenti, spetta sempre il diritto di regresso nei rapporti interni tra coobbligati. La solidarietà serve a tutelare il creditore, ma nei rapporti interni il debito si divide in quote paritarie, salvo diversa pattuizione.
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Diritto di regresso del fideiussore: paga anche chi vende le quote
Una società riceve un finanziamento garantito da cinque soci come fideiussori. Tre soci promettono di cedere le quote a un altro socio, il quale si impegna a liberarli dalle garanzie. Tuttavia, l'atto definitivo di cessione non riporta questa clausola di manleva. Successivamente, quattro fideiussori estinguono anticipatamente il debito societario e chiedono al quinto socio la sua quota di spettanza. Il socio escluso si oppone, sostenendo che il pagamento fosse volontario e non richiesto dalla banca. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del socio opponente. La Corte stabilisce che il diritto di regresso del fideiussore sorge con il solo pagamento del debito, senza necessità di una preventiva richiesta della banca. Inoltre, l'assenza della clausola di manleva nel contratto definitivo esclude l'esonero del socio dal debito.
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Azione di regresso: paga tutto un correo, rimborso solo a metà
Un uomo, dopo un patteggiamento penale, subisce il prelievo forzoso di 400.000 euro dal proprio conto per una confisca ordinata anche a carico di altri tre coimputati. Avendo pagato l'intero importo, l'uomo avvia un'azione di regresso contro uno dei coimputati per recuperare la sua quota di 100.000 euro e una parte delle spese di custodia dei beni. La Corte di Cassazione stabilisce che per la quota di confisca, già definita dal giudice penale, l'azione di regresso è automatica e non richiede nuovi accertamenti civili. Al contrario, per le spese di custodia, non menzionate nella sentenza penale del coimputato, non esiste solidarietà automatica: il richiedente avrebbe dovuto dimostrare la responsabilità civile del coimputato prima di pretendere il rimborso.
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Responsabilità del dipendente pubblico: condannato il singolo
Un dirigente provinciale, durante un'audizione davanti a una Commissione parlamentare d'inchiesta, rilasciava dichiarazioni ritenute diffamatorie nei confronti di una società privata e del suo amministratore. Condannato in primo grado al risarcimento dei danni, il funzionario invocava l'immedesimazione organica con la Provincia per essere sollevato da ogni responsabilità. La Corte d'Appello dichiarava inammissibile l'impugnazione per vizio di notifica. La Corte di Cassazione, confermando la decisione, ha chiarito i limiti della responsabilità del dipendente pubblico. I giudici hanno stabilito che l'eventuale nesso di occasionalità necessaria tra le mansioni e la condotta lesiva può comportare la responsabilità dell'ente pubblico verso i terzi, ma non esclude mai la responsabilità personale del dipendente che ha commesso l'illecito, il quale risponde direttamente dei danni causati dalle proprie dichiarazioni diffamatorie.
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Divisione giudiziale immobiliare: sì al frazionamento, no ai veti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una comproprietaria contro le sorelle in merito alla divisione giudiziale immobiliare di un appartamento ereditato dal padre. La ricorrente contestava la comoda divisibilità del bene, richiedendone l'assegnazione esclusiva, e pretendeva il risarcimento per la mancata gestione. I giudici hanno confermato la divisibilità in due unità autonome, poiché i costi di ristrutturazione straordinaria non rientrano nei costi di frazionamento. Inoltre, hanno ritenuto legittimo il rimborso delle spese condominiali anticipate dalle altre sorelle, applicando il principio del regresso tra condebitori solidali. La domanda di rendiconto della ricorrente è stata dichiarata nulla per genericità, non essendoci stato un possesso esclusivo del bene, rimasto abbandonato per anni.
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