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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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1184 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricorso inammissibile patteggiamento: appello respinto e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile di un imputato che aveva impugnato una sentenza di patteggiamento per un reato legato agli stupefacenti. L'imputato sosteneva che il giudice avrebbe dovuto assolverlo per mancanza di prove. Tuttavia, la Corte ha ribadito un principio fondamentale: dopo la riforma del 2017, le sentenze di patteggiamento possono essere impugnate solo per un numero molto limitato di motivi specifici. Poiché le lamentele dell'imputato non rientravano in queste eccezioni, il suo ricorso è stato respinto senza nemmeno essere esaminato nel merito. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione economica, confermando la quasi definitività dell'accordo di patteggiamento.
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Patteggiamento: Appello negato e ricorso inammissibile
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per un reato di droga, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Sosteneva che il giudice avrebbe dovuto assolverlo secondo l'art. 129 del codice di procedura penale. La Corte ha stabilito che il ricorso è inammissibile. La legge, infatti, limita tassativamente i motivi per cui si può impugnare una sentenza di patteggiamento. La mancata assoluzione non rientra tra questi. La decisione conferma il principio del ricorso inammissibile post patteggiamento se basato su motivi non consentiti, rendendo la sentenza definitiva e condannando l'imputato al pagamento delle spese.
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Concordato in Appello: Accetta lo Sconto di Pena ma fa Ricorso
Un imputato, condannato per reati legati agli stupefacenti, accetta un concordato in appello per ottenere una riduzione della pena, rinunciando così ai motivi del suo ricorso. Successivamente, però, presenta un ulteriore ricorso in Cassazione, contestando la valutazione delle prove a suo carico. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Il principio sancito è chiaro: non si può impugnare una sentenza basandosi su motivi ai quali si è volontariamente rinunciato in cambio di un accordo sulla pena. L'imputato perde e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Ricorso contro patteggiamento: la Cassazione blocca l’appello
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per un reato legato agli stupefacenti, ha tentato di impugnare la sentenza davanti alla Corte di Cassazione. Sosteneva che il giudice avrebbe dovuto assolverlo per mancanza di prove sulla sua colpevolezza. La Corte ha però dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: il ricorso contro patteggiamento è possibile solo per motivi molto specifici e tassativamente elencati dalla legge. Contestare la valutazione di colpevolezza non rientra tra questi. Di conseguenza, l'appello è stato respinto e l'imputato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Remissione di querela: condanna annullata ma spese a carico
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna a seguito di un accordo tra le parti. Durante il processo, la persona offesa ha ritirato la propria denuncia e l'imputato ha accettato. Questo atto, noto come remissione di querela, ha causato l'estinzione del reato, ponendo fine al procedimento. Nonostante l'annullamento della condanna, la Corte ha stabilito che le spese processuali restano a carico dell'imputato. La decisione chiarisce che l'accordo tra le parti può chiudere un processo penale, ma non cancella necessariamente tutti i costi associati.
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Condannato ma salvo: la prescrizione del reato cancella la pena
Un cittadino viene condannato al pagamento di un'ammenda per non aver rispettato un ordine dell'autorità. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza. La motivazione si basa sulla prescrizione del reato, un principio fondamentale del nostro ordinamento. I giudici hanno calcolato che il tempo massimo per punire quella specifica contravvenzione, pari a cinque anni, era già scaduto prima ancora che il tribunale di primo grado emettesse la condanna. Di conseguenza, lo Stato ha perso il suo potere di punire e il reato è stato dichiarato estinto, liberando il cittadino da ogni conseguenza.
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Furto di energia: condannato ma assolto per mancanza di querela
Un individuo viene accusato di furto di energia elettrica. A seguito di una riforma di legge, il reato diventa punibile solo su querela della società elettrica, che però non viene presentata. Per superare l'ostacolo, il Pubblico Ministero modifica l'accusa in corso di causa, aggiungendo un'aggravante per rendere il reato procedibile d'ufficio. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene e annulla la condanna. Viene stabilito il principio della definitiva improcedibilità per mancanza di querela: se la denuncia della vittima non arriva entro i termini, il processo si deve chiudere e non può essere 'salvato' da modifiche tardive dell'imputazione.
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Concordato in appello: patto sulla pena, poi il ricorso. No della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che, dopo aver raggiunto un accordo sulla pena tramite il cosiddetto 'concordato in appello', aveva impugnato la sentenza ritenendo la sanzione eccessiva. I giudici hanno stabilito un principio chiaro: il concordato in appello è un negozio processuale che, una volta accettato e ratificato dal giudice, non può essere modificato unilateralmente. L'accordo è vincolante e l'imputato non può 'ripensarci' e contestare la misura della pena che lui stesso aveva liberamente pattuito, salvo il raro caso di pena illegale. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e l'imputato condannato a pagare le spese.
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Pena Illegale in Esecuzione: No a Correzioni Dopo la Condanna
Un uomo condannato in via definitiva chiede al Giudice dell'esecuzione di eliminare una parte della sua pena. Sostiene che un aumento di pena per il reato di abuso d'ufficio fosse illegittimo, dato che tale reato era stato 'assorbito' da un altro più grave. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha chiarito che non si trattava di una pena illegale in esecuzione, perché di fatto nessuna sanzione era stata applicata per l'abuso d'ufficio. Il Giudice dell'esecuzione non può modificare una sentenza definitiva per correggere presunti errori di valutazione del giudice del processo. La condanna resta quindi invariata.
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Rinuncia al Ricorso: Fa Appello ma poi si Ritira, Condanna Certa
Un imputato, condannato con patteggiamento per reati legati agli stupefacenti, presenta ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima che i giudici possano esaminare il caso, il suo avvocato deposita un atto di **rinuncia al ricorso**. Questa mossa processuale si rivela decisiva. La Corte di Cassazione, prendendo atto della volontà dell'imputato di non proseguire, dichiara immediatamente il ricorso inammissibile. Di conseguenza, la condanna diventa definitiva e l'imputato viene condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende. La sentenza sottolinea come la rinuncia sia un atto che chiude irrevocabilmente il giudizio.
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Concordato in appello: accordo sulla pena, ma ricorre e perde
La Corte di Cassazione chiarisce che la scelta del concordato in appello, ovvero l'accordo sulla pena tra accusa e difesa, preclude la possibilità di presentare un successivo ricorso ordinario. Un imputato, dopo aver concordato la sanzione in appello e rinunciato implicitamente a contestare la propria responsabilità, ha tentato di impugnare la decisione in Cassazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché la legge vieta espressamente questa possibilità. La Corte ha ribadito che l'accordo sulla pena è una scelta strategica che rende la sentenza definitiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione.
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Confisca per Sproporzione: Denaro Sospetto, Appello Respinto
Un uomo, condannato con patteggiamento per reati legati agli stupefacenti, ha presentato ricorso in Cassazione contro la confisca di una somma di denaro. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità della **confisca per sproporzione**. I giudici hanno stabilito che, quando il denaro trovato in possesso di un condannato è sproporzionato rispetto al suo reddito e non ne viene fornita una spiegazione convincente sulla provenienza, lo Stato può legittimamente sequestrarlo. In questi casi, spetta all'imputato dimostrare l'origine lecita dei fondi, un onere che nel caso di specie non è stato assolto.
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Ricorso Inammissibile Patteggiamento: Appello Respinto e Multa
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per reati di spaccio e resistenza a pubblico ufficiale, presenta ricorso in Cassazione. Egli lamenta che il giudice non abbia motivato la mancata applicazione di una causa di non punibilità. La Suprema Corte, però, chiarisce che i motivi per impugnare un patteggiamento sono limitati e tassativi. Una critica generica alla motivazione non rientra tra questi. Di conseguenza, la Corte dichiara il ricorso inammissibile patteggiamento, confermando la condanna e aggiungendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione economica.
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Concordato in Appello: l’accordo che blocca ulteriori ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che, dopo aver raggiunto un accordo sulla pena tramite il cosiddetto 'concordato in appello', aveva tentato di impugnare la decisione. I giudici hanno stabilito un principio chiaro: l'adesione al concordato in appello implica la rinuncia a contestare la propria responsabilità e preclude la possibilità di presentare un successivo ricorso ordinario in Cassazione. Questa scelta processuale, una volta fatta, diventa definitiva e non può essere messa in discussione. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in Appello: Accordo Firmato, Pena non più Contestabile
Un imputato, condannato per detenzione di stupefacenti, aveva raggiunto un accordo sulla pena tramite un 'concordato in appello'. Nonostante l'accordo, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione lamentando che la pena fosse eccessiva. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per due motivi. Primo, era stato presentato personalmente dall'imputato e non da un avvocato abilitato. Secondo, dopo aver accettato un concordato in appello, non è più possibile contestare la misura della pena, ma solo eventuali vizi nella formazione dell'accordo o l'illegalità della sanzione. L'imputato ha perso ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Detenzione per spaccio: 150 dosi di cocaina non sono uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per detenzione per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato, trovato in possesso di 35 grammi di cocaina (pari a 150 dosi singole), si era difeso sostenendo che la droga fosse per uso personale, data la sua iscrizione ai servizi per le tossicodipendenze. I giudici hanno respinto questa tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che un quantitativo così elevato è oggettivamente incompatibile con il solo consumo personale, configurando quindi il reato di detenzione per spaccio. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso generico, condanna sicura: l’inammissibilità costa 3000€
Un imputato, già condannato per detenzione di sostanze stupefacenti, presenta ricorso alla Corte di Cassazione. Il suo atto, però, è estremamente vago e non spiega in modo specifico quali errori legali sarebbero stati commessi. La Corte Suprema, applicando un principio fondamentale del diritto processuale, dichiara l'inammissibilità del ricorso per genericità. Questa decisione non solo rende definitiva la condanna, ma obbliga il ricorrente a pagare le spese processuali e un'ulteriore sanzione di 3.000 euro. La sentenza sottolinea che un'impugnazione, per essere valida, deve contenere critiche precise e argomentate.
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Ricorso contro Patteggiamento: Perde l’Appello e Paga la Multa
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per detenzione di cocaina, ha presentato ricorso in Cassazione. Sosteneva che il giudice avrebbe dovuto assolverlo invece di approvare l'accordo. La Corte Suprema ha respinto la sua richiesta, dichiarando il ricorso contro patteggiamento inammissibile. La legge, infatti, elenca tassativamente i motivi per cui si può impugnare un patteggiamento, e la mancata assoluzione non è tra questi. Di conseguenza, l'imputato non solo ha visto confermata la sua condanna, ma è stato anche condannato a pagare una multa di 3.000 euro per aver presentato un ricorso infondato.
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Motivazione Rafforzata: Assolto, Condannato e poi Annullato
Un uomo, accusato di aver riciclato denaro proveniente da truffe online, viene prima assolto e poi condannato in appello. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo un principio fondamentale: per ribaltare un'assoluzione, il giudice d'appello deve fornire una motivazione rafforzata. La Corte ha ritenuto che le argomentazioni della Corte d'Appello fossero solo 'plausibili' ma non dotate della forza logica necessaria per superare la prima sentenza. Di conseguenza, il processo per riciclaggio dovrà essere celebrato nuovamente, mentre un'altra accusa è stata dichiarata estinta per prescrizione.
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Condannato da morto? Cassazione: estinzione del reato immediata
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di condanna emessa dalla Corte d'Appello nei confronti di un imputato deceduto prima dell'udienza. Il difensore aveva provato la morte del suo assistito, ma i giudici di secondo grado avevano erroneamente confermato la condanna. La Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: l'estinzione del reato per morte del reo opera automaticamente e deve essere dichiarata subito, poiché il decesso avvenuto prima di una condanna definitiva impedisce qualsiasi prosecuzione del processo. Di conseguenza, la condanna è stata cancellata senza bisogno di un nuovo processo.
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