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Art. 1226 Codice Civile — Anno 2023

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247 provvedimenti

Altri anni per Art. 1226 Codice Civile

Retroversione degli utili: stop ai profitti del brevetto copiato
Il Titolare del Brevetto di una cabina di verniciatura ha fatto causa all'Impresa Concorrente per la contraffazione del proprio trovato. La Corte d'appello ha accertato la violazione ma ha negato il risarcimento dei danni e la retroversione degli utili, ritenendo non provato il nesso causale tra l'illecito e i guadagni del contraffattore. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso del Titolare del Brevetto. I giudici hanno stabilito che, per dimostrare la retroversione degli utili, il danneggiato ha il diritto di chiedere l'esibizione delle scritture contabili della controparte e una consulenza tecnica d'ufficio. Questi strumenti non sono esplorativi, ma rappresentano l'unico mezzo per ricostruire l'arricchimento illecito del concorrente. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo calcolo dei profitti da restituire.
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Concorrenza sleale: illecito provato ma nessun risarcimento
Una proprietaria concede in affitto la propria azienda di mangimi e sementi. Durante il contratto, l'affittuario pubblicizza l'apertura di un proprio negozio concorrente nelle vicinanze, sfruttando i locali affittati e sviando i clienti. La proprietaria chiede il risarcimento per concorrenza sleale e perdita di avviamento. La Corte d'Appello rigetta la domanda per mancanza di prove sul danno concreto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Gli Ermellini confermano che, senza la prova dell'effettiva perdita economica e dello sviamento dei clienti, il giudice non può liquidare il danno in via equitativa né nominare un consulente tecnico d'ufficio. La proprietaria perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Risarcimento per perdita di chance: concorso vinto e danno negato
Un Lavoratore vince un concorso pubblico ma l'Ente Pubblico non firma il contratto di formazione a causa del superamento del limite di età, nonostante il TAR avesse già dichiarato illegittima l'esclusione. Il Lavoratore chiede il risarcimento per perdita di chance, sostenendo che sarebbe stato stabilizzato a tempo indeterminato come gli altri colleghi. I giudici di merito accolgono la domanda quantificando il danno. La Cassazione conferma che il risarcimento per perdita di chance è dovuto se basato su una seria probabilità di successo. Tuttavia, accoglie il ricorso dell'Ente Pubblico sulla quantificazione: contestare l'esistenza del danno (an) impedisce che la quantificazione (quantum) diventi definitiva. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare la somma.
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Liquidazione equitativa del danno: senza prove niente risarcimento
Un Dirigente Scolastico chiedeva il trattenimento in servizio. L'Amministrazione Pubblica comunicava l'accoglimento, ma successivamente respingeva la richiesta disponendo il pensionamento retroattivo. Il lavoratore agiva in giudizio lamentando il danno da legittimo affidamento e la perdita delle ferie non godute. La Corte d'Appello respingeva la domanda risarcitoria per mancata prova del danno. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che la liquidazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c. presuppone che il danneggiato abbia assolto l'onere di dimostrare l'effettiva sussistenza e l'entità materiale del pregiudizio subito. Il potere del giudice di liquidare il danno in via equitativa non può infatti sostituire la prova della sua reale esistenza, che deve essere fornita dal richiedente.
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Liquidazione equitativa del danno: senza prove niente risarcimento
L'Impresa subisce il furto di un macchinario acquistato in leasing e assicurato. La Compagnia di Assicurazione ritarda il pagamento dell'indennizzo alla Banca Finanziatrice. L'Impresa chiede il risarcimento dei danni, lamentando una segnalazione alla Centrale Rischi e la conseguente revoca dei crediti. Il Tribunale liquida il danno in via equitativa, ma la Corte d'Appello riforma la decisione per mancanza di prove sul danno effettivo. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'Impresa. La Suprema Corte ribadisce che la liquidazione equitativa del danno richiede prima la prova certa della sua reale esistenza e non può colmare la totale mancanza di prove da parte del danneggiato. L'Impresa perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Occupazione abusiva di immobile: niente usucapione, sì al danno
Il Proprietario concede un immobile in comodato a un soggetto. Alla scadenza del contratto, l'occupante si rifiuta di rilasciare il bene, sostenendo di averlo usucapito. Il Proprietario avvia una causa per ottenere la restituzione e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello smentisce l'usucapione, ordina il rilascio e condanna l'occupante a risarcire oltre 111.000 euro per l'occupazione abusiva di immobile. La Corte di Cassazione conferma la decisione, applicando i principi delle Sezioni Unite: il danno da occupazione abusiva di immobile si presume esistente se il proprietario dimostra di aver perso la possibilità di godere del bene. Il risarcimento viene calcolato in base al valore locativo di mercato dell'immobile. L'occupante perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Lite temeraria: ricorso incomprensibile costa caro ai debitori
I Debitori hanno proposto opposizione a precetto contro Il Creditore. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, i Debitori hanno presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente inammissibile a causa di un'esposizione dei fatti estremamente confusa e incomprensibile. L'atto ometteva elementi essenziali e non conteneva censure logiche alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha condannato i Debitori non solo al pagamento delle spese di giudizio, ma anche a una sanzione pecuniaria per lite temeraria, avendo agito con colpa grave e abusato dello strumento processuale. Il Creditore ha quindi ottenuto la piena vittoria e il risarcimento dei danni processuali.
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Segnalazione alla Centrale dei Rischi: tra danno e usura
I Mutuatari e la Cooperativa Agricola hanno citato in giudizio la Banca contestando l'illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi e chiedendo il risarcimento dei danni, oltre alla restituzione di interessi asseritamente usurari. La Corte d'Appello ha ridotto il risarcimento per i singoli a 5.000 euro e ha rigettato la domanda della Cooperativa per mancanza di prove sul danno patrimoniale. La Corte di Cassazione ha rigettato sia il ricorso principale dei clienti sia quello incidentale della banca. La Suprema Corte ha chiarito che la segnalazione alla Centrale dei Rischi non costituisce un danno in re ipsa alla reputazione commerciale, ma richiede la prova concreta del peggioramento dell'affidabilità creditizia. Inoltre, i contributi regionali versati direttamente alla banca escludono l'usura soggettiva per somme mai sborsate dai mutuatari.
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Obbligo di trasferimento immobiliare: l’inquilino non scusa
L'Acquirente ha citato in giudizio l'Azienda Venditrice per ottenere l'esecuzione dell'obbligo di trasferimento immobiliare di un edificio, già riconosciuto da una precedente sentenza, oltre al risarcimento dei danni per il mancato godimento del bene. L'Azienda si è difesa adducendo l'ostruzionismo dell'Inquilino e la presenza di abusi edilizi. I giudici di merito hanno accolto la domanda dell'Acquirente, trasferendo la proprietà e liquidando i danni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda Venditrice, confermando che l'occupazione da parte di terzi o la presenza di abusi già sanabili non giustificano l'inadempimento del venditore. Quest'ultimo deve garantire non solo il passaggio giuridico della proprietà, ma anche la consegna materiale del bene libero da ostacoli.
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Disservizio telefonico: niente risarcimento danni senza prove
Un imprenditore ha citato in giudizio una compagnia telefonica chiedendo il risarcimento danni da disservizio telefonico a causa del malfunzionamento della linea internet e voce della propria ditta. Il Tribunale ha rigettato la domanda per mancanza di prove sul danno concreto e sul nesso di causa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'utente non ha riproposto tempestivamente le richieste di prova nel giudizio di appello e non ha dimostrato l'effettiva esistenza del danno. La Cassazione ha ribadito che la valutazione equitativa del danno da parte del giudice può avvenire solo se il danno è storicamente provato, ma è difficile quantificarlo, non potendo invece sostituire la totale mancanza di prove sull'esistenza stessa del pregiudizio subito.
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Incapacità lavorativa: risarcito anche chi è invalido dalla nascita
Una neonata ha riportato gravissime lesioni cerebrali con invalidità al 100% a causa della carente assistenza rianimatoria della clinica durante il parto. I genitori hanno chiesto il risarcimento dei danni, compreso il danno patrimoniale futuro per la perdita della capacità lavorativa. La Corte d'Appello ha negato questo risarcimento, ritenendo che l'incapacità lavorativa generica fosse già assorbita nel danno biologico e che non vi fosse prova di un danno specifico, visto che la bambina non avrebbe mai potuto lavorare. La Cassazione ha invece accolto il ricorso: chi subisce un'invalidità totale fin dalla nascita ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale futuro per la totale incapacità lavorativa. Questo danno va calcolato in via sussidiaria usando il parametro del triplo della pensione sociale.
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Perdita di chances: quando la mancata promozione non va risarcita
Una dipendente ha impugnato la selezione interna di un ente pubblico economico per la copertura di un posto da quadro, contestando i criteri di attribuzione dei punteggi che valorizzavano la laurea in giurisprudenza o economia rispetto alla sola esperienza pratica. La lavoratrice ha richiesto il risarcimento del danno per la perdita di chances di ottenere la promozione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'ente datore di lavoro può legittimamente valorizzare i titoli di studio coerenti con il ruolo da ricoprire. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che il risarcimento per perdita di chances richiede la prova rigorosa, anche presuntiva, di una concreta probabilità di vittoria qualora la selezione si fosse svolta regolarmente, prova che nel caso specifico non è stata fornita.
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Risarcimento danni da fatto illecito: Stato condannato
A seguito del disastro aereo di Ustica del 1980, la Compagnia Aerea ha chiesto il risarcimento danni da fatto illecito alle Amministrazioni Statali per la perdita del velivolo e la successiva crisi aziendale. La Corte d'Appello ha liquidato i danni per il fermo flotta, la perdita di avviamento e la cessazione dell'attività, calcolando rivalutazione e interessi sull'intero importo. Le Amministrazioni Statali hanno contestato il calcolo degli accessori, mentre una Società Fiduciaria e una Socia hanno tentato di intervenire nel giudizio per chiedere ulteriori danni. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha stabilito che il risarcimento è un debito di valore e che gli accessori vanno calcolati sull'intero danno aggiornato. Inoltre, ha confermato che i soci non possono intervenire autonomamente se la società si è già attivata in giudizio.
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Occupazione illegittima: no a risarcimenti su sogni edilizi
Una società immobiliare ha fatto causa alla Pubblica Amministrazione per l'occupazione illegittima di un suo terreno, sul quale era stato realizzato un collettore fognario sotterraneo. Dopo diversi gradi di giudizio, la Corte d'Appello ha qualificato la situazione come una servitù abusiva permanente, liquidando il risarcimento dei danni in via equitativa basandosi sulla natura agricola del suolo. La società ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'errata quantificazione del danno, la mancata restituzione del bene e l'omessa valutazione di nuovi documenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che nel giudizio di rinvio non si possono presentare nuove prove e che il danno futuro va stimato in base alle reali e storiche destinazioni d'uso del terreno, escludendo speculazioni su ipotetiche edificabilità non provate. La società immobiliare perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Risarcimento danni per sconfinamento: scavi abusivi e finta buona fede
Un'impresa estrattrice ha superato i confini concordati durante le attività di scavo su un monte, prelevando marmo e creando situazioni di pericolo a danno delle società proprietarie dei terreni vicini. I giudici di merito hanno accertato lo sconfinamento abusivo e condannato l'impresa al risarcimento dei danni, escludendo la sua buona fede poiché erano presenti visibili segnali di confine sul posto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'impresa, confermando la decisione precedente. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e che il risarcimento danni per sconfinamento deve comprendere anche la rivalutazione monetaria e gli interessi dal giorno del fatto illecito. Vince l'unione delle società confinanti, che ottiene la conferma del risarcimento e il pagamento delle spese legali.
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Trattamento retributivo differenziato: mansioni diverse, no parità
Un lavoratore ha chiesto il riconoscimento di un trattamento economico di favore previsto da una delibera aziendale per una specifica categoria di trasporti, pretendendo di estenderlo alla propria diversa attività. La Corte d'Appello ha respinto la domanda per la diversità oggettiva delle mansioni e dei trasporti effettuati. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno chiarito che non si può invocare la parità di trattamento quando le situazioni lavorative sono concretamente diverse. Di conseguenza, è legittimo un trattamento retributivo differenziato basato sulla differente natura dei trasporti eseguiti e sulla professionalità richiesta, escludendo automatismi estensivi in assenza di una specifica delibera del datore di lavoro.
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Parità di trattamento retributivo: no a benefici automatici
Un lavoratore addetto ai trasporti ha richiesto l'estensione di un trattamento economico di miglior favore previsto da una delibera aziendale per un'altra categoria di dipendenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando che la parità di trattamento retributivo non opera in modo automatico se mancano i presupposti costitutivi formali e se le mansioni e i trasporti svolti sono concretamente diversi. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Segnalazione illegittima in Centrale Rischi: risarcimento negato
Una società debitrice ha ottenuto d'urgenza la cancellazione del proprio nome dalla banca dati creditizia, lamentando una segnalazione illegittima in Centrale Rischi effettuata da un istituto finanziario con un codice errato. Successivamente, la società ha chiesto il risarcimento di oltre due milioni di euro per danni patrimoniali e non patrimoniali. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda per mancanza di prove sul danno concreto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno stabilito che non basta dimostrare l'errore della segnalazione, ma occorre provare concretamente il danno subito, senza potersi affidare a semplici ipotesi o a una consulenza tecnica d'ufficio per colmare la mancanza di prove. Inoltre, il ricorso non rispettava i requisiti di specificità e autosufficienza richiesti per il giudizio di legittimità.
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Danni da cose in custodia: quando la colpa è a metà
Una società proprietaria di un seminterrato ha subito un allagamento a causa del malfunzionamento delle pompe di drenaggio del condominio. La società ha chiesto il risarcimento per i danni da cose in custodia ai sensi dell'articolo 2051 del codice civile. Tuttavia, i giudici hanno accertato che la società aveva realizzato un impianto di riscaldamento a pavimento senza impermeabilizzare il massetto, scelta che ha facilitato il distacco delle piastrelle. La Corte di Cassazione ha confermato il concorso di colpa paritario al 50% tra le parti. Il ricorso della società è stato dichiarato inammissibile poiché mirava a una rivalutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti, e la stessa è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Acqua non potabile: ammessa la riduzione della tariffa idrica
L'Ente Erogatore ha impugnato la sentenza che lo condannava a dimezzare le bollette dell'acqua a causa della non potabilità del servizio tra il 2006 e il 2015. I Consumatori avevano provato il disservizio tramite ordinanze comunali e analisi della ASL. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Erogatore, confermando che la fornitura di acqua non potabile rappresenta un grave inadempimento contrattuale. Questo disservizio giustifica la riduzione della tariffa idrica (azione quanti minoris) anche se gli utenti non dimostrano un danno concreto ulteriore. La quantificazione della riduzione al 50% tramite valutazione equitativa è corretta, poiché la non potabilità non è un vizio facilmente riconoscibile senza analisi tecniche. I Consumatori vincono definitivamente la causa.
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